Bacio. Passione,
respiro, labbra morbide, occhi profondi, anima viva, confusione, tempo
immobile, attimi infiniti, capelli d’oro, pelle, vicino, lontano,
vero, speciale, unico, abbraccio, emozione, timidezza, slancio incontrollato,
midollo della vita, vita da vivere, sogno di una vita, trasparenza, umori,
rubare, convincere, convincersi.
E’ tutto questo. La bacio e non riesco a trovare parole diverse
per descrivere la mia vera condizione. Mi vede ora, davvero. No, non mi
ha sognato. Le sono davanti, fissa i miei occhi. La tocco, si ritrae.
Ha avvertito la mia vita e non le sono passato attraverso. E’ la
prima volta. Il verde mi incanta ineluttabilmente. Non ho più difese.
Vivo, vivo davvero. Passano attimi che si espandono in eterno. No, non
l’eternità che conosco io: quella si osserva. Siamo solo
testimoni, passeggeri. No, adesso no lo sono. Le sto di fronte e mi avvicino.
Non si difende. Ogni millimetro è un chilometro di emozioni da
cogliere: il cuore batte veloce. E’ il mio! Sento il tum tum, sempre
più intenso: il ritmo perde la sua regolarità. Ne ho sentiti
tanti, il mio mai. Non ho mai provato il calore di toccare un corpo. Non
ho mai provato un bacio. Vivo questa vera eternità. Finisce presto,
capirò poi. Mi ritraggo. Scappo via. Torno in piazza. La lascio
tra mille pensieri e mille perché. Io ne ho qualcuno in più.
Ho caldo. Ho caldo? Come posso aver caldo? Come mai
il cappotto lungo nero e stretto di spalle mi procura questo affanno?
Cammino spaesato per la piazza. Lontano seduto ad accarezzare una colomba,
una figura uguale alla mia: cappotto nero di pelle, occhiali da sole che
non lasciano intravedere lo sguardo, capelli stirati all’ìndietro.
E’ uno dei miei. E’ Samael.
Accarezza la colomba senza usare le sue capacità.
“Devi imparare a capire le cose che ti circondano”, mi dice
sempre.
Mi vede. “Hai caldo?” Sono sconvolto, non ho paura di ciò
che ho fatto. Troppe e tutte insieme le passioni che mi assalgono. “Come
può essere?” rispondo mettendo le mani nei capelli ormai
bagnati e spettinati. Si alza. E’ calmo, distaccato. Come sempre.
“Hai fatto il salto!” fa un sorrisetto: è compassione
o invidia? “Si, Angelo, hai fatto il salto. No, non è come
nei film: saltare da un palazzo altissimo. Quella è Holliwood.
La realtà è che tu hai provato la vita e ora la vita, quella
degli uomini, si è impadronita di te.” Le storie che vanno
raccontando, dunque, non sono vere. Il salto è uno stato che ti
prende quando decidi di vivere. “Cosa succede ora?” gli chiedo
timoroso. “Tra qualche giorno perderai la tua memoria di angelo.
Dimenticherai ogni riferimento a questi decenni passati al nostro servizio.
La tua mente umana non potrebbe accettarlo e ti porterebbe alla pazzia.
Vivrai la vita che hai tanto invidiato agli altri. Sappi farlo. E non
credere che farlo sia la stessa cosa che guardarlo fare.” Si, è
il mio superiore ma si dimostra un amico. E’ dispiaciuto: la tristezza
lo assale.
“Un giorno, senza una ragione apparente, diventerai malinconico.
Non saprai a cosa attribuire l’inquietudine. Stai tranquillo è
solo la cicatrice delle tue ali che tornerà a bruciarti il cuore.”
Lo ascolto, non ho pensieri. Se non quelli di una ragazza che mi ha fatto
impazzire.
“Ti affideremo ad una persona per questo primo periodo. Non potremmo
lasciarti da solo in questo mondo di matti. E quando la tua memoria sarà
completamente volata via, avrai un angelo che ti guiderà, ti vedrà
vivere e ti sarà accanto in silenzio. Buona fortuna, Angelo.”
Va via, lo seguo con lo sguardo e mi tornano in mente una canzone:
Un giorno, lontani, torneremo a vivere.
Il corpo stanco di sale approderà alla riva.
La malinconia strazierà il cuore per il mare lasciato.
Le nuvole seguiranno i miei pensieri.
Il cuore capirà, la mente capirà.
Torneremo a viaggiare per nuove rotte:
il sole seguirà indomito la nostra passione.
Di notte le stelle testimonieranno silenziose.
La luna mi ricorderà di te, abbandonata per una
Insana voglia di viaggiare.
Sarà triste. Tanto. I gabbiani capiranno.
Tu capirai. Io no. Vado via, sempre. Torno. Mai.
Non bisognerebbe viaggiare quando si sta cosi.
Non bisognerebbe chiedere clemenza al mare.
Buon amico, fidato e silenzioso.
Torneremo a viaggiare, un giorno. Ti abbraccerò di nuovo.
Un giorno.
(“Testi sparsi su ghiaia marina”, Alexander Iuma, inedito)