“Buongiorno
Direttore! ”.
La risposta al saluto mattutino, un grugnito, viene da un angolo scuro
in fondo alla sala bianca, dove tabulati giallini ricoprono fino al pavimento
la piccola scrivania. Percorro sorridendo il piccolo corridoio dietro
le casse per scomparire il prima possibile. Devo evitare che si ricordi
qualche bega mattiniera da affidarmi. Mi butto allora nello scantinato
da dove sta risalendo Mauro, la guardia che ha finito l’ispezione
d’apertura.
“Ciao Lisa, stai ancora dormendo? ”.
“Si, come te ne sei accorto? ”, gli rispondo piano.
Nello specchio con le mattonelle marrone come sfondo, la mia immagine
mi delude. Pensavo di essermi truccata meglio. L’orologio mi offre
uno spettacolo ancor più deprimente: mancano solo sette minuti
all’apertura. Ma dove sono gli altri? O mi tocca aprire da sola?
Parole magiche….Si sente una voce per le scale, non proprio argentina….“Bimba
sei qui? ” Mi hanno scoperto, devo risalire.
“Ciao Cornelio”.
“Beh, che cazzo, siamo solo io e te, dove sono le chiavi della cassaforte?
”.
“Le aveva Marina, quindi devono essere nei suoi cassetti”.
“Ma che vuoi dire, che non le porta a casa? ”.
“Esatto, sei perspicace”.
“Quella mi farà diventare pazzo…”.
Eccovi descritto il mio banalissimo inizio giornata. Dov’è
il problema? Forse nel suo essere sempre così uguale a se stesso?
Ma ci pensano i clienti a movimentarla la giornata…
Il posto fisso, in un mondo che sta cambiando, è visto dalle generazioni
che ci precedono come una gemma di sempre più rara bellezza. Peccato
che indossandola non si ha sempre la stessa impressione. A me, ad esempio,
non sta per niente bene, o sarà forse che ho sbagliato il tipo
di posto fisso, non saranno mica tutti uguali.
Così mi dico al mattino schiacciata tra un signore ciccione ed
un ragazzo con lo zaino, che sembra provino entrambi piacere a pestarmi
i piedi in questo autobus, che mi porta dritto alla mia agenzia. Un’altra
fortuna che ho, il capolinea sotto casa. Non ringrazio mai abbastanza
di questi doni che il destino mi porge. Meno male che mi ritengo una persona
di spirito, non mi inquieto facilmente… Sorrido al signore ciccione,
cercando di scansarlo. Quando scendo non posso non notare la macchia grigia
sulle mie scarpe beige, le pulirò con un fazzolettino; intanto
vado al bar, me lo sono meritato un bel cappuccino.
Entrando mi viene incontro Caterina, una mia ex-collega. Sono così
giovane ed ho già alcuni ex-colleghi, ma non perché io abbia
cambiato lavoro….Lo hanno fatto loro. La guardo come una sopravissuta,
anzi come una specie d’eroina, e lo è per me. Mentre le parlo,
sono sopraffatta dall’assenza totale d’invidia che provo per
lei. E’ in gamba, sicuramente più di me, ha già cambiato
diversi lavori da quando ha finito gli studi universitari compiuti in
un’università prestigiosa ed elitaria; non come la mia: elitaria
per circa duecentomila persone. Eppure all’università ero
così brava, chissà se lei prendeva tutti i trenta che ho
preso io. La differenza è che lei si sa muovere anche nel mondo
reale, io solo in quello dei libri…Comunque questo è il mio
primo lavoro, ma NON DEVE essere l’ultimo! Lei ha l’aria sicura
della donna che vuole far carriera e che ci riuscirà con la freddezza
necessaria; io quella della bambina timida che deve crescere.
“Come starei con i capelli corti?”, le chiedo.
“Prova, forse sembreresti più…”.
“Più cosa? ”.
“Più aggressiva, più donna adulta.”
Adulta… devo dunque crescere, beh, non posso crescere mantenendo
l’aria da ragazzina? Mi viene da ridere se penso che il lavoro,
oltre al carattere, mi deve cambiare anche l’aspetto fisico, forse
che non sono espressione entrambi della mia persona? Se muta l’uno,
l’altro deve pur seguirlo. Ma sto cambiando in meglio, sto maturando?
“Brava”, mi hanno detto l’altro giorno, quando sono
riuscita a mandar via una signora anziana che stava bloccando la fila.
“Finalmente riesci a dire di no …” Riuscire a dire di
no. Qualcosa che non ho mai imparato, per la mia smania di essere sempre
gentile con tutti, per piacere a tutti.
“Devi imparare a farti rispettare, anche essendo sgarbata al momento
giusto”.
Non sapevo che talvolta fosse giusto essere sgarbati. Comunque sto maturando,
dico di no e sono sgarbata senza essere maleducata, facendo capire che
sono molto indaffarata a chi mi vorrebbe far perdere tempo.
Devo apparire più professionale, altrimenti non sono presa sul
serio. Avete mai visto posti importanti ricoperti da persone umane, sempre
sorridenti, che chiedono sempre scusa quando sanno di aver sbagliato o
semplicemente per cortesia? E’ questa maledetta faccia da ragazzina,
va bene per lo sportello di una banca, ma non per i posti dove si prendono
decisioni.
Questa è l’impressione che deve aver avuto il mio capo del
personale, quando mi ha visto per la prima volta.
“Sa, se lei va a Teramo, avrà delle prospettive migliori…”.
Cassiera a Teramo?! Mi sono laureata con il massimo dei voti per contare
i soldi in una città di provincia? Ho risposto allora, che non
erano gli affetti che mi legavano a Roma, ma il master che stavo seguendo.
“Master? Ma perché, lei sta ancora studiando? Oramai non
ne ha più bisogno, si rende conto che ha trovato un posto in banca?
”.
Il problema è che me ne rendevo conto, mentre parlavo con questo
essere mediocre, ragioniere da strapazzo, straraccomandato che si divertiva
con noi laureati, assunti per onesta selezione.
Mi avevano raccontato che era stato scoperto in atteggiamenti poco professionali
con un’impiegata ed era stato mandato in esilio alla filiale di
Milano per questo. Tornato nella capitale, era stato poi promosso a capo
del personale, una carica perfetta per un arrampicatore di tal specie.
“Sa”, mi diceva,”io sono un modesto contabile, però
sono arrivato a questa posizione…la banca offre queste opportunità,
si figuri a giovani istruiti come voi…”.
Si figuri, appunto… Eravamo una decina, alcuni disperati dopo i
soliti invii di curriculum alle aziende prese dalla lista di “Come
fare carriera: gli indirizzi giusti per neolaureati”.
Tra noi c’era anche una giovanissima diplomata in ragioneria con
il massimo dei voti, iscritta alla facoltà di scienze bancarie:
una vocazione per lei, la banca. Durante il corso di formazione professionale
era l’unica con la mano sempre alzata. Faceva tenerezza il suo entusiasmo
in mezzo a tanti perplessi. “Dovremo fare il cassiere per quanto
tempo?”, era la domanda abituale rivolta da noi a tutti quei tipi
che sfilavano in aula, presentando i vari settori di cui erano responsabili.
“Uno, due anni, poi conoscerete altri servizi”.
Ci dicevano che i posti di responsabilità sarebbero stati in futuro
ricoperti da personale formatosi all’interno dell’azienda.
Peccato che il loro brillante curriculum non era in linea con quest’affermazione,
venendo tutti da altre aziende, anche di settori diversi dal nostro.
Pare che nessuno poi sapesse com’erano fatte le agenzie, “la
rete”, come la chiamavano loro, quelli della direzione. Si occupavano
di marketing, di relazioni pubbliche, di rapporti con l’estero;
solo una volta venne a farci visita un plebeo, un povero direttore d’agenzia,
uno che lavorava, insomma.
Il periodo di formazione era trascorso serenamente. Sembrava ci fossero
strade aperte davanti a noi, pronti ad entrare nel mondo della finanza,
anche se dalla porta di servizio. Eravamo apparsi con le nostre belle
facce sorridenti sul giornalino dell’istituto come neoassunti. Io
vi avevo anche visto con soddisfazione la foto del mio compagno secchione
della scuola media. Aveva ancora la sua facciona cordiale ed era anche
brutto come allora. Quella scoperta mi rianimò: non ero proprio
una fallita se c’era finito dentro anche lui. Un’altra cosa
che vidi era che non tutti passavano per la stessa strada. C’era
gente assunta direttamente agli uffici stratosferici, del tipo Ufficio
Studi o Corporate financing, persone che non avrebbero mai visto un box-cassa
nella loro vita, se non dalla parte del cliente.
Fu in occasione della mia prima sostituzione in un’agenzia diversa
da quella a me destinata, che incontrai una ragazza che si era laureata
con il mio stesso professore. Sapevo che aveva una media brillante e che
aveva pubblicato un articolo. Mentre la salutavo stava cercando delle
monetine per una signora che le sbraitava davanti: “Possibile che
in questa banca non ci siano mai spicci! ”.
Era possibile dato che erano gli esseri umani ad ordinarli e fra questi
c’è anche Cornelio, il mio capo ufficio, che non li vuole
perché si perde tempo a contarli, e perché noi “non
siamo un supermercato”.
Quanto ci vuole, vi sarete chiesti, per imparare a fare lo sportellista?
Possiamo dire che se per un ragioniere sono sufficienti venti giorni,
un neolaureato ci mette almeno il doppio: primo, perché pensando
già a come fuggire da lì, non ci mette tutto il suo impegno,
e poi perché avendo passato svariati anni, chiuso in una stanza
con il tavolo ricoperto di libri, non è in grado neppure d’inviare
un fax. E’ ovvio che, purtroppo, queste difficoltà ben presto
si dimostrano cose troppo facili ed è nel momento esatto in cui
uno se ne accorge che inizia il suo dramma esistenziale.
Il neoassunto è comunque sempre oggetto di piccole attenzioni che
lo fanno sentire a suo agio, come il fatto che in questo ambiente non
si usa l’appellativo di dottore ; o almeno non si adopera nei confronti
dei laureati, soprattutto se di sesso femminile, ma solo nei confronti
dei ragionieri che occupano posizioni importanti, come gli esperti finanziari
o i direttori d’agenzia. Grazie al cielo all'estero si usa solo
Mister o Monsieur o Herr per tutti, indipendentemente dal titolo o dalla
posizione occupata. Ci arriveremo anche noi, con il tempo…
Un altro avvenimento, che è di molto conforto, è la sera
prima della vigilia di Natale, il 23 dicembre, quando siamo tutti invitati
al party offerto dalla banca nella sua sede centrale. Ciò dopo
aver terminato il lavoro, che in quei giorni è di proporzioni gigantesche;
così alcuni anni non si riesce ad arrivare in tempo dalle altre
parti della città, dato che la festa inizia appena i colleghi della
sede centrale hanno terminato.
In questa felice occasione può capitare di assaggiare una fetta
di pandoro (di qualità eccelsa, dato che la banca non bada a spese)
vicino ai direttori di sede, e poter vedere con i propri occhi la loro
divina immagine, sino ad allora osservata solo nelle piccole foto accanto
ai vincitori di tornei aziendali. Ancor più gratificante è
ascoltare la loro voce, mentre discutono del futuro luminoso dell’azienda,
e sapere che tu ne sei parte integrante. Sono emozioni che non si possono
descrivere facilmente, soprattutto se uno di loro si rivolge a te, chiedendoti:
“Si trova bene nella nostra famiglia ? ”.
Come si fa a dire di no dopo che ti sei strafogato ben tre fette di dolce
natalizio?