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  il racconto

Calliope
di  Maddalena Lonati 

Là, Il sole sonnecchiava pigro fra le calli il pomeriggio che ti incontrai. Centoventisette passi mi condussero al Caffè Florian e lì mi apparve la mia Calliope. Seduta composta, le lunghe gambe accavallate, la camicia di seta perla scollata sul decolté d’alabastro, il tuo silenzio sovrastava l’indistinto chiacchiericcio di Babele. Il bracciale déco pesava sull’esile polso, ed ogni volta che sollevavi la tazza del the ne seguivo ipnotizzato il riflesso moltiplicato dagli specchi. I tuoi occhi d’oceano notturno erano concentrati sulle pagine di Nabokov, solo a tratti li alzavi e li lasciavi vagare distrattamente fra i cassettoni decorati. Quando il sole si svegliava i tuoi cernecchi fiammeggiavano un istante e il mio cuore perdeva un battito. Fra le sopraciglia aggrottate si stava annidando un pensiero, ed io avrei rinunciato al palazzo di famiglia in S. Marco, alla fama, al denaro pur di condividerlo. Ti contemplavo con la stessa ammirazione estatica che si riserva al firmamento, così perfetto e così imperscrutabile assieme. Se la nostra esistenza terrena ha un senso, tu dovevi essere nata per donare una fugace visione di grazia agli eletti a cui ti mostravi.

Di tanto in tanto osservavi con ingenuo stupore i piccioni che becchettavano con movimenti regolari al di là del vetro, ed io non provai mai più una così cocente invidia per un essere vivente, avrei voluto avere quel piumaggio metallico per ricevere un tuo breve sorriso. Un paio di volte hai tamburellato con le unghie di cammeo sul tavolino, forse contrariata per qualcosa che stavi leggendo, ma la tua essenza luminosa sembrava non poter trattenere sensazioni negative, l’assoluta serenità irradiata dalla tua figura si espandeva per tutta la sala e nessuno rimase immune a quell’incantesimo, vidi una tale beatitudine sui volti di chi ti guardava che mi parve di assistere ad una angelica apparizione collettiva.
Un azzimato cameriere ti ha chiesto se desideravi altro, e la tua gentile risposta mi ha rinfrescato come una cascata, il suono della tua voce è così liquido e trasparente da non sembrar prodotto da corde umane. Perdonami Calliope, in quel pomeriggio ho creato per te, su di te, infinite vite potenziali, le ho plasmate e distrutte ad ogni battito delle tue ciglia, ad ogni mio respiro interrotto, nessuna sembrava degna d’appartenerti, perdonami per averti resa oggetto delle mie fantasie e dei miei tormenti da quel giorno, perdonami per averti eletta mia ossessione. Mai venerai con tale dedizione un’altra donna, mai più mi sarei potuto struggere così disperatamente per una bocca imbronciata.

Sono trascorsi tanti anni da quando ti sei alzata e sei uscita con portamento elegante dal Florian, un lieve ticchettare di sandali mi ha dato l’addio, e da allora non faccio che dedicare a te ogni mia poesia, a scrivere per te ogni mio sonetto. La mia vita è trascorsa nel rimpianto di quell’attimo fuggito, le mie mani sono ormai artritiche e la pelle cascante, ma tu sarai eternamente giovane, cristallizzata in un amore perfetto ed immortale perché mai vissuto. Vivi Calliope, vivi per sempre nei versi di chi ti amò nel modo più puro e negli occhi di quanti leggeranno della tua bellezza. 


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