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  il racconto

Il cinema all'aperto
di Claudio Soccorsi

Bernardino aveva ereditato un cinema all'aperto di un paesetto in riva al mare, e questa novità improvvisa lo stava riportando là da dove era partito venticinque anni prima, la mano in quella della madre, seguendo il padre, mandato a lavorare in una città lontana dove non sarebbe andato mai, fosse dipeso da una scelta sua.
Non aveva ricordi vivi di quel luogo, ma quando prese la strada rettifilo che portava diritto al centro del paese, Bernardino riconobbe un'immagine perduta dei luoghi rimasti fermi mentre lui cresceva: là un tempo lui trovava sicurezza a muoversi, tra mura e vicoli e botteghe, immutabili e sicuri. Ecco, alla sua destra, il forno all'angolo con la piazzetta del Comune, dove andava a prendere il filone di pane a mezzogiorno, in piena estate, quando la scuola era finita e la vacanza gli appariva faticosa perché lasciavano la casa del paese e andavano a vivere in campagna, in un fienile riattato come meglio non erano riusciti. Così potevano affittare per la stagione estiva ai villeggianti cittadini, che riempivano il paese espropriandolo di fatto ai legittimi abitanti: scivolando lentamente con la macchina in discesa, Bernardino rifletteva sorridendo con se stesso che anche lui da piccolo faceva la villeggiatura, in campagna, come molti dei suoi amici di città ancor oggi si vantavano di fare.
Avanzando sempre lentamente, man mano che vedeva ricordava quasi tutto; là, però, c'era ora una boutique di prodotti artigianali, che esponeva nell'unica vetrina ciotole, sandali, cinture, bracciali, statuette di conchiglie e altre cose inutili, ma vendute ogni estate come mai si poteva immaginare. Sorrise lievemente anche per questo, ricordando i film americani dove astuti trafficanti compravano pregiate pelli d'animali pagando gli ingenui pellerossa con perline colorate.
Trovò un piccolo parcheggio poco avanti e si fermò, perché lo studio del notaio Cannavale era là, dov'era sempre stato quello del nonno e poi del padre. Aveva preso appuntamento per quel giorno primaverile di fine settimana, per stare fino a sera, se occorreva, e vedere, chiedere, capire come mai era avvenuta questa volontà testamentaria a suo favore, proprio a lui, e non ad Alfio o a Sebastiano, fratelli suoi maggiori.
Sceso dalla macchina, trovò fuori l'aria giusta, tiepida e frusciante quanto bastava a procurargli una sorta di massaggio al viso e tra i capelli, che si muovevano appena si girava a guardare in viso il vento. La ricordava, quest'aria che s'alzava a primavera e migrava da un lato all'altro del paese, portando seco i profumi dei fiori appena aperti dalle corti e dai balconi, seminando ottimismo ed allegria in chi iniziava allora un giorno di scuola o di lavoro. Gli era di auspicio buono per ciò che l'attendeva e pensava che alla fin fine questa storia strana, non era detto che fosse una iattura, un peso da portare o di cui disfarsi con fatica. Si prometteva nel suo cuore di sedersi dal notaio con l'intenzione di restare rilassato ad ascoltare, senza di colpo, a caldo, valutare gli aspetti solamente negativi della cosa.
Girò lo sguardo attorno, sui pochi del paese presenti lì d'intorno che lo avevano notato, nei quali riconobbe i colori e i tratti di famiglie conosciute e ora vagamente ricordate; non indugiò oltre, provando pure il timore e l'imbarazzo di venire avvicinato da chi avesse già saputo della sua eredità. Si girò e suonò, senza attendere risposta spinse il portoncino, entrò.
Lo studio era molto grande: il notaio stava in una stanza ampia, due sole finestre sulla medesima parete, più tavoli ingombri di cataste di cartelle, il pavimento di mattoni rossi consumati, con la cera. La luce che entrava a quell'ora del mattino copriva di toni chiari le cose della stanza, che avevano un unico colore con varie sfumature, volgenti al marrone di certi legni stagionati ricoperti da una patina di sporco antico, che rendono carte e uomini che li frequentano di una sola uniforme tonalità. Anche l'uomo seduto dietro l'imponente scrivania calzava bene nel quadro ottocentesco, così come appariva la scena agli occhi di Bernardino, mentre sospeso era attonito a guardare.
La terza generazione di notai si alzò e con un sorriso aperto nel volto simpatico, la mano tesa verso l'ospite, lo accolse:
- Il signor Bogliolo, vero? Molto lieto, Carmine Cannavale. Si accomodi, dove vuole... ecco. - indicando le poltroncine dirimpetto.
Bernardino era ancora in piedi, incantato dall'atmosfera fascinosa di quel luogo; avanzò ancora, scuotendosi, tese la mano che strinse l'altra tesa, annuì, si sedette.
- Lei ha letto l'atto testamentario che le ho mandato in copia? Immagino di sì, e quindi saprà di essere divenuto proprietario del cinema Esperia, cinema solo all'aperto. In pratica, uno spiazzo ben recinto, uno schermo, molte sedie di metallo e una cabina di proiezione, ecco... Ah! Ci sono anche i servizi igienici, naturalmente, e un bussolotto pieno di ingombri, che potrebbe funzionare da baretto. Tutto qua. Che ne pensa? -
Il notaio scrutava in viso Bernardino che non aveva battuto ciglio. Questi alla fine rispose:
- Lo conosco, il cinema, dottore; da piccolo vi vendevo semi di girasole, noccioline e ceci abbrustoliti. Lo conosco. - Si sistemò meglio nella poltroncina e proseguì:
- Che ne penso...? non so pensare se è una fortuna, come ogni eredità, o una iattura, una questione che mi caricherà di grane... Non lo so. Lei piuttosto, che vive qui e che conosce il paese com'è oggi, che ne pensa? -
- Prima di risponderle, mi dica: lei che fa nella vita? -
- Mah! Tanto e niente. Lavoro in cose che non amo per avere i soldi per fare, nei ritagli, il lavoro che mi piace che però non mi vien pagato... È strano, come io mi sia piegato a questa schiavitù, ribelle come sono sempre stato, ma evidentemente fare il burattinaio mi deve piacere tanto! -
- Il burattinaio! Straordinario! Non lo avrei mai immaginato. Ma lo sa che io sono un'amante del teatro dei burattini, che leggo tutti i libri sull'argomento - anche se ce ne sono pochi; potrei scriverne anch'io, per la verità,... Ma lasciamo stare, mi scusi la digressione, mi sono fatto prendere la mano... -
- Prego. Senta…sul perché questo mio prozio avrebbe lasciato a me il cinema, ne sa niente, lei? -
Il notaio si agitò imbarazzato, alla domanda diretta e dopo lieve esitazione, sporgendosi in avanti riprese a dire:
- Credo di saperlo, non come notaio, perché io so quello che anche lei sa, dal testamento. Ma avrà notato che lo zio... mi scusi, il signor Bogliolo buonanima... portava il medesimo suo nome, Bernardino; e in paese si dice che avesse assai sofferto di avere solo figlie e nessun maschio cui lasciare il nome e i beni. Così, essendo lei l'unico legame che avesse per tramandare la sua passione per il cinema, e perpetuarla col suo nome, io penso che abbia voluto impegnarla in questo senso... ma c'è un'altra cosa, in verità, che lei non sa, che non le ho mandato neppure in fotocopia... un addendum testamentario, che volevo lei vedesse direttamente qui... che considerasse bene il significato che suo zio... eh! prozio, intendeva… - presumibilmente, badi bene - …intendeva dare alla disposizione testamentaria, con questa integrazione. Ecco qua, legga lei stesso, attentamente. -
Il testo era breve, scritto in caratteri molto piccoli con inchiostro nero.
Lesse:

Caro nipote, poco ci siamo frequentati in vita ed ora che io non ci sono più, tu hai il mio nome, e non solo quello: tu hai la mia stessa sensibilità, sei come me. In nome di Dio ti chiedo di non chiudere il cinema, di amarlo, di portarlo avanti con la mia stessa passione. Tu sei un artista. Tu non puoi tradirmi.

zio Bernardino

Bernardino salutò il notaio, stringendo a lungo la sua mano, si sorrisero come d'intesa silenziosa. Poi lasciò il paese e tornò in città a pensare.
Nell'estate che seguì i villeggianti trovarono che nel cinema all'aperto di cui non sapevano neppure il nome, si davano bei film, migliori degli anni precedenti. Ma c'era una novità sorprendente: il pomeriggio, sul grande palcoscenico davanti lo schermo, montavano un enorme teatro delle marionette, e iniziavano, nelle vaghe ore del vespro, spettacoli straordinari con marionette vive, che si muovevano al tiro di uno spago legato al loro capo, manovrato con abilità e fatica da uno mai visto prima. Lo spettacolo era gratuito.


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