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  il racconto

Diluvio
di Giovanna Gallo

Il cielo coperto di nuvole minacciose sputava raffiche di vento impetuose che si riversavano sul mondo degli umani e, sulla terra abbattuta dai soffi eterni venuti dal nord, gli uomini continuavano la loro vita senza preoccuparsi del domani, né di ciò che sarebbe accaduto, se un domani ci fosse stato.

Nell’incoscienza di ciò che stava accadendo, la notte colse chi ancora vegliava, rubando alla vista l’immagine triste degli alberi trascinati dalla furia della natura e del mare che, solitario nel suo vestito blu, si preparava a raggiungere la riva con onde nuove, vorticose e inafferrabili mentre la spiaggia, sposa servizievole, avrebbe lasciato spazio ai bisogni del suo compagno.

C’erano i venti, c’era l’acqua del mare, e dal cielo scendeva una sottile rugiada grigia che non avrebbe dissetato nessun fiore, al sorgere del sole.

Come fiamme distrutte a tratti da un soffio crudele, saette maestose si tuffavano in mare e, i tuoni si scagliavano sulla terra con indicibile violenza. Né in mare, né sulla terra dove l’uomo riposava, esisteva un rifugio. Solo in cielo.

In una nicchia scavata nelle soffici nuvole di un cielo tranquillo, il Dio dei viventi e degli angeli, guardava turbato il paesaggio sotto di Lui. Le mani strette in grembo, gli occhi scintillanti accesi di compassione. L’angelo alla sua destra stava cantando una lode, ma Lui non ascoltava. Il cuore degli angeli è puro e incontaminato, ma è facile trovare simili gemme nel cielo. Ora Dio stava ascoltando un'altra lode, un altro canto, un altro cuore.

Un cuore che pregava e vegliava, un cuore di carne che udiva il soffio del vento e ne coglieva il significato. Lui si chiamava Noè ed era un uomo buono.

Dio si guardò le mani, e pensò che sarebbe bastato alzarne una per mettere la parola fine a quel mondo di uomini senza fede, che dormivano sordi alle grida del perdono, della giustizia, della pace, dell’amore.

La voce dell’angelo si fece più forte, e Dio capì che era arrivato il momento. Con un tuono più forte degli altri svegliò Noè e la sua famiglia e lo inviò nel rifugio, insieme ad altre creature viventi senza peccato.

Chiese al mare di non inghiottire i suoi ospiti, chiese al vento di far ondeggiare lieve la barca e di portarla verso un posto sicuro. Chiese alla pioggia di non entrare nelle fessure del legno e insegnò a una colomba la strada della Sua casa, dove l’aspettava un dono.

E mentre la voce dell’angelo cantava più forte, Dio disgiunse le mani e le alzò.

E fu sera e fu mattina. E fu il diluvio.

Hai girato le spalle e sei uscito, ti ho visto guardare con foga una macchina che non possiamo permetterci, ti piace soffermarti sulle cose che non puoi avere. Perchè non mi guardi mai? Mi hai avuta subito, non hai bisogno di vedere se sono ancora lì, è per questo? Beh, guardami, io voglio essere nei tuoi occhi come ora quella macchina, come ora quello che vorresti e che non avrai.
Non mi sono pentita di questi pensieri, neanche oggi che hai smesso di respirare. Ieri ero arrabbiata, oggi solo delusa.
Il tuo ultimo sguardo l'hai buttato su una macchina che non ti ha risposto niente e io lì ad aspettare chissà che: poi sei uscito.

Mentre ti guardavo mi è tornata in mente una storia vecchia vecchia, che parla di Dio, del Diluvio, di un mondo schifoso che non perdona, che racconta di uomini maldestri che non conoscono le carezze, e di vendetta e rimorso.

Ti ho visto uscire e senza fermarti ti ho lasciato andare verso la pioggia, mentre io, sicura nel mio posticino di belle speranze, carica di pensieri come nuvole nere che nel cielo del Diluvio devono essersi sprecate a lanciare acqua, ho pregato perché sparissi.

Ho immaginato che sparire non facesse poi tanto male, è un po’ come perdersi in un mare d’acqua, quando non sei tu ad annegare e guardi soltanto quella testa che tra il suo sparire e riaffiorare ha già abbandonato ogni speranza. E sembra così semplice.

Fuori mio fratello ti aspettava, dovevate pensarci bene alla macchina da comprare, più di tanto non si può spendere, ci sono le bambine, bisogna pur mangiare, e poi le tasse, e poi, e poi.

Non pensavo a te nel momento in cui vi hanno sparato addosso un intero caricatore, stavo pensando alle mani disgiunte di Dio e al canto di un angelo. L’ho sentito più forte mentre ti vedevo morire.

Guardo il corpo di mio fratello là per terra e non provo altro che indifferenza; te, neanche ti vedo.
C'è gente che urla e io ho paura, penso alle bambine a casa e non so che parole usare, come spiegare.
Non ho pianto.
Non piango.
Hai altre lacrime per te, c'è chi si dispera, io devo solo resistere.
Lei piange, io no.

Quanto saranno calde le sue lacrime? Quanto intensi i suoi sospiri quando saprà cosa è successo? Forse come il colore del suo rossetto, o la fragranza del suo profumo di serie A. Forse per lei eri solo un diversivo come un altro per scaldare le notti d’inverno. Forse non ti ha mai guardato veramente.

Guardarti così, con quei buchi sul petto, mi ha fatto tenerezza. Ho pensato alla tua camicia appena stirata. A quel petto esile che non mi dava nessuna soddisfazione.

Ho pensato che neanche il giorno che ci siamo sposati mi hai guardata con la forza del tuo ultimo sguardo, mentre con gli occhi assaporavi quella macchina.

Quando abbiamo cominciato a perderci? E per trovarsi, a cosa abbiamo rinunciato?

Sono una farfalla senza più ali, una triste matrioska vuota, sono quel ciuffetto di basilico che volevi sulla pasta ("Come nella pubblicità"dicevi), sono quelle bambine che non sanno niente, sono quei colpi che hai addosso, sono un treno che non abbiamo preso, sono tutte le cene nella spazzature, sono le mie urla quando non c'eri, sono la bugia, il non sapere dov'eri, sono quella che sa tutto e che non dice, sono la rabbia quando ho saputo con chi stavi vivendo la tua vita, sono quella che faceva finta di non sapere da dove venivano tutti quei soldi improvvisi, sono quella che ha sentito il profumo pesante sulla tua camicia, sono mio fratello che si è illuso coi tuoi soldi facili, sono lo sbaglio che hai commesso e che ti hanno fatto pagare.

Sono una notte insospettabile che preannuncia tempesta, quanto mai opportuna e benevola. Sono due mani disgiunte e il canto stridente di un essere disincarnato.
Quanto brucia essere così.
Non urlo, non piango.
Lei starà piangendo, inondata da quel profumo che ti ha avvelenato la camicia?
Io non piango.
Ti guardo, finalmente. La tua testa, a pelo dell’acqua, non la scorgo più.

I tuoi occhi spalancati non vedono più niente, ma mi illudo che stiano fissando me.
Poi qualcuno arriva, e te li chiude

 


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