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  il racconto

Ermione
di Maddalena Lonati

Dormi ancora mia adorata, una pozza di sole allaga l’incavo fra le tue morbide spalle, un esile rezzo ti attraversa i lombi, la luce e l’ombra si contendono il tuo giovane corpo. Dormi nuda, come sempre, le membra scomposte, il capo inclinato appoggiato laddove la pelle del braccio si fa più fine, i cernecchi d’ambra che invadono la distesa lucente della schiena. Appari serena in questa incerta mattina d’aprile, fra poco ti sveglierai e accetterai le sottili torture che la femminilità ti impone: il bustino troppo stretto, la crinolina ingombrante, i nei posticci, il segreto codice malizioso di un ventaglio che vorresti riporre in un cassetto. La leziosa società ti attende, non puoi sottrarti agli obblighi a cui la tua conturbante avvenenza ti costringe, sei una cortigiana e non ti è concesso il privilegio di vivere il tuo dolore. Di gioia e ambiguità ti devi ammantare, venere discinta che nasce dalle fantasie altrui.

Ti ammiro mentre un chiaroscuro polveroso ti dipinge la pelle, mia ingenua musa impura. Un leggero fremito ti percorre, forse l’incubo che ti insegue da tante notti; vorrei posare le mie labbra sulle tue per liberarti dall’angoscia che non ti dà pace, vorrei stringerti al petto e sussurrarti che non devi preoccuparti per me, vorrei accarezzarti i capelli e dirti che mai ho visto nulla di più bello. Non posso. Posso solo continuare a guardarti in silenzio per l’ultima volta. Sono trascorsi appena cinque giorni da quando ti dedicavo i miei sonetti ripetendoti quanto sia sconfinato il mio amore, e da allora secoli lugubri sembrano aver preso il posto delle ore. L’arroganza di un inutile duello ti ha reso vedova mai sposata, e ha consegnato me ad una dimensione sospesa che ancora non comprendo. Una voce senza suono mi ha ordinato di congedarmi da te per sempre, non veglierò su altre tue notti, non sarò più la presenza silente che si specchia nelle tue lacrime, non ascolterò più il murmure del tuo respiro. Non so ancora chi sia, ma mi ha richiamato a sé, devo lasciarti senza poterti neppure baciare un’ultima volta, e tu non saprai mai delle mie tante ore nel limbo della non esistenza.

Addio Ermione, ti devo abbandonare alla superficialità di abbracci che non desideri, all’apparenza di un mondo che ti ripudia ma non può rinunciare a te. Non torturarti nei sogni inquieti con l’immagine che i tuoi occhi adolescenti non avrebbero mai dovuto vedere, non ripensare alla mia vita che usciva da quella ferita, non aggiungere altro dolore a quello che gli anni ti elargiranno. Vivi. Vivi anche per quello che la morte mi ha sottratto, attingi energia da queste mie riserve d’amore che mai si potranno estinguere e amoreggia con la caducità del presente. Vorrei essere quel raggio di sole che impertinente ti riga il fianco, vorrei essere l’aria che stai respirando per poter amare ancora il tuo corpo, ma nulla mi è concesso, neppure parlarti in sogno. Parto, parto per una meta che non conosco e che non ti potrò raccontare, stavolta non ci saranno poesie a riempire il vuoto della lontananza. E’ tempo che io vada. E allora addio mia adorata Ermione, che tu possa conoscere ancora la leggerezza della felicità, l’insensatezza della passione, la profondità dell’esistere.

 


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