Il frastuono degli addetti
al trasloco non si fece aspettare molto. Il campanello suonò pochi
istanti prima di intravedere una enorme scala con piattaforma fare capolino
dalla finestra della sala da pranzo. Il signor Pino entrò con la
delicatezza di un elefante ed urlò: " Signora, noi siamo
pronti possiamo iniziare? ".
La cerimonia ebbe inizio e mobili, scatoloni e quadri presero la via più
breve, quella del vuoto dei tre piani attraverso la piattaforma mobile.
Mi affacciai annoiato e vidi la strada di sempre con il traffico, i rumori,
gli odori della grande città.
Avevamo deciso di trasferirci in campagna. Dopo una vita trascorsa a Torino,
i miei genitori avevano infine scelto. " Tu cosa fai? Vieni
con noi o decidi di vivere da solo?", fu l'impietoso ultimatum di
mio padre.
Avevo ormai compiuto 30 anni, mi ero laureato in giurisprudenza e facevo
il poliziotto. Ero un Commissario della squadra omicidi ormai da parecchi
anni ed ero veramente entusiasta del mio lavoro. Ero sereno, ma ancora
non avevo trovato l'amore, o almeno, quel tipo di amore che ti conduce
ad una convivenza oppure fatalmente al matrimonio. Ero in armonia con
i miei genitori e con mia sorella più giovane e pertanto non avevo
mai cercato la libertà e l'indipendenza che avevano portato fuori
di casa molti miei amici e colleghi. Stavo bene, insomma, anche se non
ero più un ragazzino. Quella decisione di trasferirci non mi aveva
turbato, anzi. Avremmo abitato in un paese dell'Astigiano a poco meno
di un'ora di auto. Insomma, nulla di grave, con addirittura una serie
di risvolti positivi.
Avevo vissuto i miei trent'anni a Lucento, in origine un quartiere periferico
di Torino, che era ben presto stato inglobato nella grande metropoli ed
aveva perso, nel tempo, le caratteristiche classiche di un paesino della
cintura.
Ma il tempo passa, ed ora eravamo tutti convinti di poter fare un salto
di qualità notevole.
Mi avvicinai alla mia stanza e cercai di riordinare mentalmente le idee.
Tutto era ormai pronto. Mancavano solamente poche cose nei cassetti della
scrivania; in un attimo avrei chiuso l'ultimo scatolone. E fu proprio
mentre la mia mano liberava il fondo di uno di questi cassetti che mi
ritrovai in mano un vasetto di vetro con all'interno una pallina accartocciata.
Immediatamente il mio pensiero volò nel passato.
Scendemmo dal filobus ridendo, si tornava a casa da scuola, come ogni
giorno. Quello era il primo anno dell'istituto tecnico per geometri e
Luca, Franco ed io, ci si spintonava scherzando sulla strada di casa.
Stavamo costeggiando via Pianezza, quando, proprio a pochi metri da noi,
dal finestrino di una cantina volò sul marciapiede una pallina
di carta. Subito la prendemmo a calci e, mimando le azioni dei nostri
miti del calcio la trascinammo sino sotto casa mia. Fu a quel punto che
la presi in mano e cercai di aprirla. La mia curiosità fu bloccata
da Luca. "...No... non aprirla ... Scommettiamoci sopra! ".
L'idea piacque a tutti. Era il periodo delle scommesse. Si scommetteva
su tutto ed allora ognuno di noi asserì la propria profezia: " Per
me è una poesia d'amore di un uomo che non ha avuto il coraggio
di spedirla ", "Per me invece un conto della spesa superiore
alle aspettative ", "E per me, siccome arriva da una cantina,
è un messaggio come un biglietto in una bottiglia gettata
in mare ".
Piacque talmente tanto che quest'ultima ipotesi fu quella che più
ci fece fantasticare. " Questo deve essere il nostro segreto.
Teniamola, tra qualche tempo la apriremo e vedremo chi di noi ha vinto"
esplose galvanizzato Franco. " Giusto, perché no, l'apriremo
esattamente tra un anno ". " No, molto di più "
aggiunsi io "se questo è il nostro segreto, la terremo
molto di più diciamo fino al diploma Che ne dite?".
Si giunse all'accordo. Si mise la pallina in un vasetto di vetro che nascosi
in fondo ad un cassetto della mia scrivania e non ne parlammo più.
Quella sera chiamai Franco e Luca e li invitai a bere una birra assieme.
Franco, ormai divenuto un architetto di grido, si era sposato con una
giornalista l'anno prima ed era andato a vivere in un attico in pieno
centro storico, mentre Luca, dopo aver viste sfumate tutte le sue velleità
di divenire un big della pallavolo, aveva optato per l'acquisto di un'edicola,
sempre a Lucento.
Fu dopo pochi minuti dedicati alle prime chiacchiere e alle prime sorsate
di birra rossa che misi teatralmente sul centro del tavolo il famoso barattolo.
Seguì un curioso silenzio interrotto da una enorme risata di Luca.
" Non ci posso credere! il nostro segreto! ".
Il tempo aveva sbiadito leggermente alcuni ricordi della nostra adolescenza
ma non quello. Tutto tornò immediatamente in mente con una leggera
malinconia. Ci eravamo dimenticati della scommessa e solo un casuale trasloco
aveva fatto tornare alla luce il barattolo ed il nostro passato.
"Bene " dissi: "Questa sera sapremo il vincitore!"
Non nascondemmo tra noi quell'intima curiosità; la sorte ci aveva
chiamati per quel giorno: eravamo pronti.
Svitai il barattolo dolcemente ed estrassi il foglio accartocciato, lo
aprii delicatamente e rimasi senza parole.
Con un probabile rossetto vi era scritto: "Aiutatemi vi prego sono
Giulia Baratta"
Il foglio passò di mano in mano con nervosa trepidazione. Ognuno
di noi fu folgorato da quella frase.
Giulia Baratta, era una ragazza poco più giovane di noi che all'epoca
dei fatti era stata rapita e di cui non si seppe mai più nulla.
Sembrava chiaramente una disperata richiesta di aiuto, un messaggio autentico
non uno scherzo
Come attoniti, ci passavamo il foglio in cerca di risposte mentre un silenzio
agghiacciante aveva ormai invaso la serata. Forse Giulia era stata prigioniera
in una di quelle cantine, forse era riuscita a lanciare il suo disperato
bisogno di aiuto se avessimo letto subito anziché divertirci
come sciocchi adolescenti forse chissà..
Interruppi l'agonia. "Ragazzi, calmi: prima di tutto dobbiamo accertarci
dei fatti. In fondo sono ormai passati 16 anni. Lei magari è stata
liberata e non lo abbiamo saputo ritroviamoci qui domani sera. Io
mi darò da fare in archivio ognuno di voi cerchi notizie."
Il mattino seguente, dopo una notte inquieta, chiamai subito un collega
più anziano di me, l'ispettore capo Meucci, che lavorava alla squadra
omicidi della Questura di Torino da ormai trent'anni e conosceva vita,
morte e miracoli di quel particolare ed affascinante mondo oscuro. Non
ci volle molto per sapere che il caso di Giulia Baratta era uno di quelli
ancora irrisolti, uno dei tanti misteri d'Italia. La ragazza era stata
rapita nel novembre di sedici anni prima e non era mai stata rilasciata,
nonostante un congruo riscatto pagato dalla famiglia. Le cronache del
tempo parlavano di un maniaco che non aveva lasciato tracce. Nessun indizio
Lei era scomparsa una mattina prima di entrare a scuola. Sparita nel nulla.
Nessun testimone.
Ad Alessandro Meucci raccontai la verità e lo coinvolsi, nonostante
la sua palese perplessità.
Quella sera facemmo il punto della situazione resa ormai drammatica dal
peso dell' enorme responsabilità che gravava su di noi. Un incauto
gioco poteva essersi trasformato in assurda tragedia.
Luca portò copie delle cronache cittadine di quei giorni, testimonianze
sulla ragazza e cartine topografiche della zona. Discutemmo animatamente
cercando di dribblare l'enorme senso di colpa che lentamente si insinuava
in noi. L'area in cui avevamo preso a calci quella pallina di carta, era
il marciapiede di uno stabile attiguo ad una vecchia fabbrica di tappeti
che ora era abbandonata da tempo. Ricordarsi l'esatto finestrino da cui
era uscito il messaggio era un' impresa leggermente più ardua per
i nostri ricordi. Decidemmo di aiutare la nostra memoria con un sopralluogo,
quella sera stessa: a mezzanotte.
La sera era tranquilla
ed una leggera nebbiolina faceva capolino dalle periferie non lontane.
L'umidità era la costante della stagione ed io mi raggomitolai
all'interno del mio piumino d'oca blu oltremare. Il marciapiede di via
Pianezza ci accolse guardingo e deserto. I lampioni illuminavano svogliati
la strada. Ci avvicinammo cauti come si conviene in una vera scena del
delitto. La zona era cambiata molto ed interi palazzi erano stati abbattuti
per far posto a nuovi stabili residenziali. Noi fummo fortunati. Quei
cento metri dalla vecchia fermata del filobus alla fabbrica ora abbandonata,
erano immutati.
Li ripercorremmo adagio, quasi mimando quella strana giornata di 16 anni
prima. I passi rimbombavano tetri, quando tutti, all'unisono, ci bloccammo.
Era quello il punto.
Il finestrino che dava sulla strada era protetto da una grata sottile
ed arrugginita. Dietro erano visibili delle intercapedini di truciolato
anch'esso ridotto piuttosto maluccio.
Franco era visibilmente teso e cercava serenità nello sguardo di
Meucci che, distrattamente, masticava un bastoncino di liquirizia.
Lo invitai alla calma. Primo, non eravamo affatto sicuri che quello non
fosse un benché stupido e grottesco scherzo. Secondo, quand'anche
lì fosse stata trattenuta prigioniera Giulia, ormai erano passati
16 anni possibile che nessuno abbia sentito o visto qualche cosa
di strano?
"Dobbiamo verificare prima calma."
Presi la torcia e mi avvicinai al portone di ingresso che divideva il
palazzo dalla vecchia fabbrica. Era aperto e scricchiolò appena
lo spinsi. Entrammo furtivamente nella fabbrica. Lo spettacolo era desolante.
Tra rovine varie e vetri rotti erano accasciati, come vecchi animali morti,
esausti macchinari industriali, così come le loro storie.
Il fascio di luce cercò spazio tra tubature e cavi che penzolavano
sinistramente dagli alti soffitti. Il luogo era tetro ed ogni nostro rumore
era amplificato e distorto dall'ambiente circostante. Franco, da buon
architetto, cercava di condurci verso l'ubicazione più probabile.
Ci avviammo in direzione del muro adiacente il palazzo ma non era possibile
trovarvi un varco, nemmeno nella direzione del cortile interno. Fu allora
che Franco decise di scendere a vedere le attiguità del piano sotterraneo.
Non eravamo così convinti di continuare, ma la curiosità
aveva assalito i nostri corpi. L'adrenalina pompava forte e l'eccitazione
di trovarsi casualmente in una situazione così paradossale condizionava
e vinceva le nostre paure.
Il piano sotterraneo era buio come la pece ed in parte allagato. Rotoli
di tappeti di scarto putrescenti giacevano inermi, emanando un tanfo orribile,
mentre topi ben nutriti vagavano indisturbati senza degnarci di attenzione.
Arrivammo al muro di confine. Questo recava una enorme breccia proprio
in corrispondenza dell'attiguo corridoio destinato alle cantine. Una grata
posticcia impediva il passaggio, ma si poteva comunque vedere discretamente
bene il breve corridoio con una decina di porte in legno. Dovevamo riuscire
a passare, ma lo avremmo fatto la sera successiva. Sempre a mezzanotte.
Il giorno seguente la mia mente non trovò pace. Cosa speravo di
trovare in una di quelle cantine? Indizi, prove, tracce dopo 16 anni?
E posto che qualcuno avesse creduto alla nostra storia, cosa avremmo risolto?
E se avessimo trovato tracce del proprietario della cantina? ma
poi chi porterebbe mai un rapito nella propria cantina? Gli interrogativi
si sovrapponevano confusi. Era forse opportuno conoscere i nominativi
degli inquilini dello stabile ma poi?
Il tempo passò veloce e quella sera, muniti di strumenti di effrazione
vari, sfidammo la sorte. Luca si era procurato una torcia enorme, quelle
che si usano nelle ferrovie, mentre Franco si era ingegnato nel recuperare
attrezzi da cantiere atti allo scasso. Forzare la grata fu un gioco da
ragazzi. Entrammo nel corridoio dello stabile e cominciammo a forzare
le prime porte delle cantine. Tutto era apparentemente normale. Vino,
olio, conserve varie, qualche bicicletta, qualche scatolone.
Entrammo in tutte senza notare nulla di strano. Cercammo di individuare
quella esatta. Provammo a misurare i passi giungendo alla cantina giusta.
L'avevamo già ispezionata eppure senza risultati, senza
"Ma questa è più piccola delle altre ". Urlò
non riuscendo a trattenersi Luca. "Gli scatoloni ammassati sul fondo
ci hanno tratto in inganno " e senza aspettare un secondo cominciò
a liberare il fondo del locale. Mettemmo tutto nel corridoio e illuminammo
a giorno il muro al fondo. Era diverso dalle altre cantine perché
era più recente era un secondo muro. Il finestrino che dava
sulla strada infatti non c'era. Ci guardammo con il sudore sulla fronte.
Meucci, serissimo, sembrava incredulo ed imbarazzato. Presi il piccone
ed incurante del rumore incominciai a sfondare la parete in mattoni rossi.
Si frantumò presto.
Quando esalazioni nauseabonde ci avvolsero, capimmo.
Il fascio di luce entrò prepotente in quel loculo di circa un metro
per due proponendoci un'immagine agghiacciante. Il corpo mummificato di
Giulia, legato ad una catena, ci osservava disilluso. Il finestrino che
dava sulla strada era sigillato con silicone. Mi sentivo svenire, mentre
guardavo gli altri senza proferire parola. Il silenzio regnò sovrano
per alcuni minuti. "Chiama la scientifica " quasi sussurrai
a Meucci.
Tutte le prime pagine dei quotidiani riportavano la notizia. L'ostaggio
era morto in mano al carnefice. Si attendeva ora l'autopsia, mentre le
indagini ripartivano.
La nostra strana scommessa, il caso fortuito, l'intuizione, il voler giocare
ancora con la sorte 16 anni dopo, aveva risolto uno dei tanti misteri
d'Italia, ma l'amarezza che ormai ci aveva contaminato non ci dava pace.
Eravamo perseguitati dal rimorso.
In quel fatale giorno di 16 anni prima, sarebbe potuto accadere di tutto.
Avremmo potuto non degnare di uno sguardo quel foglietto, avremmo potuto
calciarlo in strada, gettarlo nel primo cassonetto delle immondizie oppure,
avremmo potuto leggerlo subito e, probabilmente, Giulia sarebbe ancora
viva
Come poterlo sapere. Continuammo a discutere dei "se" un' ultima
sera di fronte ad una birra, senza trovare attenuanti che potessero lenire
il nostro dolore. Ognuno di noi, inconsapevolmente accusava l'altro
Quella sera, a mezzanotte ci salutammo. Non ci saremmo mai più
rivisti.
Ci dileguammo solitari nel buio assorti in mille pensieri, inseguiti da
fantasmi che non ci avrebbero abbandonato mai più.