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  il racconto

Il Natale di Totonno
di Benedetta de Falco

Antonio era un uomo di un’età indefinita, certamente anziano, ma nessuno sapeva quanto. Passeggiava sempre a passo svelto, macinando chilometri, in tutte le stagioni. Né il sole cocente, né il freddo gelido, né tanto meno la pioggia, potevano dissuaderlo dal compiere quelle lunghe passeggiate. Non vi era una meta, il suo era un girovagare vagabondo, in un quartiere cittadino che lui conosceva così bene, che sembrava si aggirasse tra le stanze del suo appartamento.
Una casa l’aveva, pure una moglie e dei figli, almeno così tutti sapevano. A Posillipo era chiamato Totonno ‘o pazzo. Si raccontavano di lui molte cose: che fosse ritornato malato di pazzia da un campo di concentramento, nel quale era stato deportato durante la guerra. Chissà cosa gli avessero fatto o, forse, cosa avesse visto, di certo il suo cuore non aveva retto.
Bastava uscire di casa e lo si incontrava, Totonno, sempre pieno dei suoi pensieri, che spesso esprimeva ad alta voce con fare aggressivo. La gente, allora, traversava la strada per non trovarselo di faccia, perché lui era imprevedibile e chissà cosa avrebbe potuto fare o dire.
Non era un pazzo pericoloso, semmai un anticonformista provocatore. Abbronzato, anche in pieno inverno, sempre sotto peso, quasi in punta di anoressia, spesso senza camicia, a torso nudo o preferibilmente in canottiera bianca, girava Posillipo in lungo e in largo, ora entrando in un negozio, ora salendo sull’autobus, per poi scendervi alla fermata successiva, ora sotto il cancello della scuola elementare ad attendervi con trepidazione l’uscita dei bambini. Aspettava, come tutte le altre madri, un ipotetico figlio, che mai gli sarebbe corso incontro. Stufo dell’attesa inutile incominciava ad andare in escandescenze. Iniziava allora a mimare un vero e proprio spogliarello. Prima la camicia, quando l’aveva, poi la canottiera. Le faceva roteare piano, per poi lanciarle in terra, lontano da lui. Infine lentamente snodava la corda che gli reggeva i pantaloni, larghissimi. A questo punto c’era il fuggi fuggi generale. Le madri in preda al panico trascinavano per un braccio i loro figli, lontano dalla scuola.
I bambini però, invece di correre, rallentavano il passo per vedere fino a che punto Totonno si sarebbe spinto. Ma Totonno scherzava, il suo era un gioco, un numero da circo, una esibizione per alleggerire quel clima austero, di madri altere con figli impettiti negli immacolati grembiuli di scuola. Nessuno veniva a prendermi a scuola, così potevo godermi lo spettacolo senza nessuna fretta: mai Totonno si spinse oltre la soglia del lecito. Anche perché sotto i pantaloni aveva dei calzoncini bianchi al posto delle mutande e quindi, il peggio che potesse accadere era di vederlo in boxer.
Spesso lo si scopriva a rovistare nei bidoni della spazzatura, sempre vi trovava qualcosa di utile che lo spreco della modernità aveva oltraggiato al rango di rifiuto. Ora un paio di scarpe con la tomaia scucita, ma cosa importava, infondo era la suola che a lui serviva: se entrasse aria fredda o pioggia ad inumidire i piedi, era cosa secondaria, rispetto al pericolo di rimanere infilzati in qualche chiodo. Le sue scarpe somigliavano molto a quelle dei pagliacci del circo, aperte in punta, da dove uscivano grosse dita nodose, sempre di un numero maggiore, trascinate a fatica, come ciabatte. Gli conferivano un’andatura ciondolante, ma anche e soprattutto, davano un peso al suo corpo leggero, erano l’ancoraggio alla terra.
Altre volte, ma ero già più grande, a sera tardi, lo vedevo ai piedi delle scale della chiesa di Santa Maria di Bellavista. Seduto sui gradini giocava a carte. Non si cimentava in un solitario, ma fingeva una partita a due, con un immaginario compagno di gioco, al quale lui dava lentamente le carte. Mentre mi allontanavo in macchina, mi voltavo sempre, ancora una volta, a guardarlo: Totonno giocava le sue mosse e poi anche quelle dell’avversario. In quel modo colmava la solitudine, capace, come era, di quell’eccesso di fantasia.
A quel punto sarebbe stato difficile per chiunque dire se veramente Totonno fosse pazzo o se invece lo eravamo noi con la nostra follia quotidiana di solitudine metropolitana. Totonno è morto in una giornata di primavera. Pare che al rientro da una passeggiata non si sia sentito bene, che il suo cuore avesse ceduto, ancora una volta e per sempre.
Di lui resta scolpito nella memoria il suo modo di festeggiare il Natale. La sera della vigilia usciva tardi con un grosso pacco di ovatta sotto braccio. Andava a passo svelto ai giardinetti di piazza Salvatore di Giacomo. Poi in punta di piedi si allungava fino a raggiungere i rami più alti degli alberi. Lì vi poneva piccoli batuffoli di ovatta per regalare a tutti un Natale con la neve che lui chissà dove e quando aveva veduto.


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