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  il racconto

Il tic e la tac
di Claudio Soccorsi

- Desidera? -
- Devo fare la tac per il tic.-
- Vuol ripetere? -
- Ho detto, devo fare la tac per il tic. -
- Senta, la smetta di strizzarmi l'occhio e dica meglio cosa vuole! -
Era un ometto dall'aspetto modesto, i modi impacciati come di colui che nella vita è stato sempre spintonato, scansato. Avrà avuto cinquant'anni, la sinistra senza vera, il vestito grigio scuro spina di pesce, l'atteggiamento dimesso davanti al tono spiccio della donna della ASL. Le labbra vibravano leggermente per l'incertezza se riprendere a parlare, perché non sapeva dire una cosa più semplice di "Devo fare la tac per il tic". Questo - il tic, cioè - era aumentato e allora fece quello che già altre volte, a malincuore, aveva fatto: alzò la mano sinistra sull'occhio ticchioso e ripeté:
- Devo fare la tac per il tic... ora lei non lo vede, ma ce l'ho. Me lo ha ordinato il medico. -
L'ometto aveva parlato con la voce tremolante, appena appena, si capiva che affrontava una cosa superiore alle sue normali forze. Si era guardato indietro un paio di volte quasi a invocare l'aiuto di qualcuno, ma fino allora c'erano solamente atteggiamenti di leggera sufficienza verso la stolta semplicità dell'uomo. Lo guardavano dall'alto della loro maggiore altezza, considerandolo un inciampo sul cammino lento della fila, quel mattino.
Teresa era abituata a tutti i tipi, coi quali aveva di solito pazienza; lui, però, era un'altra cosa. Lo sentiva. Una sensazione nella testa e poi nel cuore le diceva che non era un mero caso la sua presenza lì, si distingueva in tutto dagli altri della fila: impauriti alcuni, nervosi altri, tutti - poco o tanto - là, perché malati. Si scosse dalla sua meditazione, tornando ad essere l'impiegata efficiente d'ogni giorno.
- E come glielo ha ordinato il medico, a voce? Avrà l'impegnativa, spero... - rispose lei mezza burbera e tuttavia nuovamente interdetta alla reazione intimidita… uno così strano, strano perché così mite ma strano anche per la frase che ripeteva, nella quale non poneva alcuna inflessione dei toni della voce che segnalasse la consapevolezza del gioco di parole. Se non avesse trasudato innocenza da ogni poro, com'era in lui, avrebbe pensato ad un buffone di corte che deve far ridere il re: la mano sull'occhio, l'altra che frugava nelle tasche, qualche moto scomposto anche del collo, e quella frase comica...
Intanto, gli altri che facevano la fila, erano passati dal mutismo caratteristico della gente anonima costretta a stare assieme raggruppata, a commenti divertiti scambiati col vicino, fusi in un brusio che animava quel consesso, fino a poco prima del color grigio; adesso si era colorito ed erano in attesa di conoscere la risposta di lui, alla domanda della donna.
Con il braccio alzato mostrò il foglietto che stringeva tra le dita, come fosse il biglietto vincente dell'ultimo premio della lotteria. Lo agitava appena e porgendolo alla donna riprese, più sicuro:
- Il medico mi ha detto che s'impegnava a farmela fare senza spesa, se fossi venuto da lei. Ma, posso sapere: è vero? -
Parlava tenendo sempre la mano a coperchio sopra l'occhio; sul volto aveva disegnata l'attesa quasi ansiosa e curiosa di un bambino. Teresa lo fissò, anch'essa immobile, le linee del viso già allentate. Poi, d'improvviso, s'intenerì il suo cuore, e non sapeva perché.
Sporgendosi in avanti, chiese:
- Da dove viene, lei? Io, qui, non l'ho mai visto. Chi è? che fa? come è capitato qua, a quest'ora, oggi, per farmi discorsi così... strani, mai sentiti prima ...? -
L'ometto parve rilassarsi, fece scendere la mano che nascondeva l'occhio e prese a guardare la donna coi modi di un piccolo che è stato consolato e che si queta.
- Io abito a via Rampelli uno... da tanti anni. Al piano seminterrato: bisogna scendere sette scalini e c'è una porta ed è la mia, Rodolfo Fantasia... faccio il calzolaio... le riparo, le scarpe... bene, con coscienza. Il mio lavoro la faccio seriamente, fin da piccolo, a quattordici anni, quando ho cominciato. Non so... vuole sapere altro? -
Teresa aveva ascoltato stando attenta, sedotta non tanto dalla storia ma dalla voce soprattutto, dai toni che vi metteva nel parlare, dalle pause, dai movimenti del volto e delle labbra. Qualcosa tuttavia non le tornava: lei in quel quartiere v'era nata quarantacinque anni prima e non se n'era allontanata mai, neppure per il lavoro, che era a dieci minuti comodi da casa. Conosceva tutti. Tranne lui. E poi, le scarpe le portava sempre da Gianolio, il portiere del palazzo all'angolo là dietro... No! Ma Gianolio... era il portiere dell'uno?!
- Scusi, come si chiama il portiere del suo palazzo? -
- Gianolio. -
I più vicini, ora silenziosi e attenti, erano immobili a sentire quanto avveniva sotto i loro sensi, mostrando negli sguardi espressioni d'incertezza: chi era questo Gianolio? Quale ruolo aveva nella storia? Oramai v'era una platea sospesa nell'attesa, protesa in ascolto di un colloquio misterioso, che non comprendevano del tutto.
Teresa, anch'essa disorientata ma diversamente dagli spettatori, non riusciva a collegare le cose strane che quel giorno normale le erano piovute come favole. Respirò a fondo, si sollevò col busto e si appoggiò allo schienale, restando immobile a guardare attraverso lo sportello gli occhi di quell'uomo venuto da una fiaba.
- Ma io, le scarpe, le ho sempre portate da Gianolio, che le riparava dopo cena, o finito il suo servizio là nella guardiola, così mi diceva... -
- Gianolio, le sue scarpe, le passa a me direttamente, come tutte le altre che riceve, e io le riparo. Mi lasci riflettere, lei dovrebbe essere T Angeli, vero? -
- Vero, vero... ma come fa... -
- Lei lavora qui a due passi, e le sue erano le uniche scarpe che arrivavano alle nove meno cinque e dovevano esser pronte, possibilmente, alle due e mezza due e tre quarti... cioè, poco prima di andare al lavoro e appena uscita dall'ufficio... l'unica, qui intorno. Mi scusi, ma T sta per...? -
- Teresa. -
- Teresa... lei non mi ha mai visto perché io non esco da casa se non una due volte il mese, la sera a fare due passi, d'inverno o in estate, ma non più di questo. Per mangiare, mi compra tutto la moglie di Gianolio, ma mangio così poco... Per vestire... be', io conservo bene i miei indumenti... e poi, non potrei comprare gran che... io, non ho soldi... non ho soldi per niente.-
- Ma come sarebbe a dire, "non ho soldi"?! E quelli delle scarpe... sì, sì, quelli delle riparazioni che do a Gianolio... lui, non ti dà niente?! Non ci posso credere! -
Il ticchio all'occhio di Rodolfo aveva ora ritmi accelerati, si univano a questo altri strani movimenti del braccio e del collo. Teresa si accorse solo allora che tutti gli altri che facevano la fila dietro Rodolfo erano scomparsi ed erano soli. Non c'era più neppure il via vai degli impiegati; l'aria leggera che scorreva prima dalle finestre dei corridoi per dare refrigerio dalla calura, s'era fermata e nella sala squallida, nei corridoi, nelle stanze pareva non ci fosse più nessuno di quelli che prima, solo poco prima, vi stavano. Teresa vide dalle lastre smerigliate della sala, la luce del tardo mattino divenire bassa come quella del meriggio, come si facesse sostituire piano piano - se ne avvertiva l'avanzare - da un'ombra non oscura che scendeva tutt'attorno. L'ometto era fermo ancora e senza che sembrasse, così parlò:
- Mandai, infilato nel fondo di una scarpa, un biglietto al dottor Salvati, al terzo piano, chiedendogli di venirmi a visitare: io ho molti ticchi, vede, all'occhio alla spalla al capo... da anni... forse per questo non sono uscito più. E quando Gianolio lo capì, molti anni fa, cominciò a... usarmi... Ma, stavo dicendo, venne il dottore, mi visitò e mi disse che anzitutto bisognava fare le analisi e le indagini... io non capivo, ma ascoltavo attentamente... la prima cosa era la tac... che io non so che cosa sia... e per i dolori alla spalla, subito i raggi ultra violenti... che però, mi ha giurato, nonostante siano violenti, non mi avrebbero fatto male... -
- Ultravioletti... - mormorò Teresa attonita estasiata, un misto di sorriso leonardesco e di dolce commozione nei tratti del suo volto.
Adesso, sulle gote di Teresa, confuse col sorriso, scorrevano lacrime di amore per uno così debole indifeso, "per uno così puro che non pensavo mai, mai e poi mai, che potesse esistere su questa terra. Una vittima, un agnello, un innocente, uno così bisogna conservarlo al mondo, farlo conoscere, perché i popoli sappiano dove sta il male e dove il bene e possano toccarlo, qua, vicino a noi, non è più una utopia...". Non capiva più nulla, Teresa, era rapita in una diversa dimensione...
Nel silenzio della sera già arrivata, Teresa fissò Rodolfo:
- Questa notte usciamo insieme. -


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