Come ogni mattina, Daniele si era alzato presto perché voleva iniziare a studiare. Erano i primi di gennaio, qualche giorno dopo il capodanno, e l’arrivo del nuovo anno dava sempre la speranza di un mondo migliore. Daniele era euforico. Si sentiva in pace con se stesso e aveva in corpo una voglia frenetica di fare che lo induceva ad impegnarsi in ogni atto quotidiano, seppur banale.
Fece colazione con il pandoro avanzato e un bicchiere di latte e accese la televisione, svago mattiniero prima degli impegni. Si sintonizzò sui canali della Rai, mentre uno di questi trasmetteva il telegiornale e quello fu il momento peggiore del nuovo anno.
Le immagini trascorrevano continue, senza interruzioni, e mostravano interi paesi distrutti, donne e uomini che piangevano per la strada, bambini attaccati al braccio dei genitori, uomini con la mascherina a protezione della bocca che recuperavano corpi immobili, ormai cadaveri. Era stato un maremoto, diceva la voce che accompagnava tali immagini, un disastro spaventoso e di proporzioni immani avvenuto il giorno di santo Stefano nelle terre che si affacciavano sull’Oceano Indiano, principalmente India, Indonesia, Sri Lanka e Thailandia. Molti erano i morti e altrettanti i dispersi. I resti di un tranquillo, sembrava, duemilaquattro.
Daniele si vergognò; era rimasto all’oscuro di tutto fino a quella mattinata a causa della sua ignoranza e del poco interesse che aveva per i fatti di vita quotidiana, avvenimenti ed orrori d’ogni giorno. Non leggeva mai i quotidiani, né tantomeno guardava in tv i telegiornali, preso com’era dallo studio e dalla voglia di rilassarsi, magari davanti a cartoni animati o reality shows stupidi che lo imbambolavano.
Smise di mangiare il pandoro, non aveva più fame. Mentre si lavava i denti cercava di capire quali erano i pensieri di tutta quella gente che era scampata al pericolo, ma che aveva perduto tutti i propri beni o magari qualche parente vicino o lontano.
Già altre volte aveva provato ad immaginare lo stato d’animo delle persone: dopo l’attentato alle Torri Gemelle e dopo l’attentato alla metropolitana di Madrid. Era stato inutile; non riusciva ad entrare nello spirito delle persone che avevano visto da vicino quelle tragedie e non ci sarebbe riuscito questa volta. Non sarebbero bastate parole di conforto a renderlo vicino alle persone vittime del maremoto.
Seppe di un numero telefonico per contribuire alla raccolta dei fondi per tali persone sfortunate, mandò un sms e contribuì con il suo unico e misero euro ad un progetto umanitario vasto e molto importante. Tutto qui? Per ora, sì. Cosa c’era ancora da fare? Mille preghiere non sarebbero bastate, ci volevano opere.
- Pronto, Carla, hai sentito che tragedia? – disse Daniele al telefono con una sua amica d’università.
- Non lo sapevi?
- No, ho acceso stamane la tv e per caso mi sono ritrovato davanti quelle immagini terribili.
- Eh, già. Non sai mai cosa pensare in questi momenti. Ringrazia il cielo che tu stavi qui a Roma e non ti è accaduto niente – disse Carla, per rinfrancare l’amico.
Daniele era a terra. Non sarebbero bastate quelle poche parole a tirarlo su dall’apatia in cui era caduto. Era fortunato, certo, che non fosse toccata a lui, ma gli altri cosa pensavano?
Si vestì in fretta, con i primi indumenti che prese frugando nei cassetti, e si ricordò di dover andare a portare la sua auto dal meccanico per un guasto al contachilometri. Quando aprì la porta, una folata fortissima di vento lo frustò sul viso e gli fece compiere cinque passi indietro. Inciampò sul tappeto e cadde ruzzoloni a terra. Il vento continuava ad entrare dalla porta aperta, molti quadri oscillarono pericolosamente e qualcuno cadde frantumandosi. L’attaccapanni resistette ancora qualche secondo, prima di finire al suolo e alcuni pupazzi del presepe volarono verso altri luoghi, cadendo pesantemente e rompendosi braccia, gambe o testa.
Con molta fatica, Daniele chiuse la porta e si accasciò di nuovo sul pavimento. Devo coprirmi bene, pensò. Andò a prendere la sciarpa e i guanti ed escogitò di aprire velocemente la porta, senza dare tempo al vento di avere la meglio. Fece qualche passo in direzione della porta e si bloccò. Cominciò ad urlare.
Sentiva un dolore atroce sotto le scapole, quasi un colpo della strega più alto; si teneva la schiena con le mani e respirava a fatica. Un mal di schiena improvviso lo aveva colpito così, senza una ragione. Non aveva fatto nessuna mossa improvvisa, non si era piegato, era solo caduto a terra e non credeva che un mal di schiena potesse nascere da una caduta tenue com’era stata la sua. Non riusciva a stare in piedi e dovette allungarsi sul letto dei genitori, il più vicino a sé.
Disteso sul letto matrimoniale, aveva più sollievo rispetto allo stare in piedi. Iniziò ad agitarsi, non sapendo cosa fare. Era a casa da solo; genitori e fratelli erano fuori per propri affari. Dopo qualche minuto tentò di alzarsi, ma il dolore glielo impediva e cessò dal fare altri tentativi. Dopo qualche ora provò a fare qualche telefonata, sua madre in ufficio non rispondeva, il padre aveva il telefono occupato, i fratelli avevano il cellulare staccato. Non una bella situazione.
Lì, immobile su quel letto senza fare nulla, continuava a pensare alle sfortunate vittime del maremoto e a come potevano sentirsi le persone che in quei paesi avevano tutto, casa famiglia, figli, lavoro, abitazione. Era triste, stanco, sfiduciato. Tutto era duplicato anche dalla sua condizione personale di quella mattina, solo, immobile, impossibilitato ad uscire, senza una prospettiva allettante per le ore successive.
Fu in quell’istante che capì la situazione degli sfortunati indiani, indonesiani ecc. Proprio la sua situazione in quel momento era uno specchio della loro di quei giorni: solitudine, non avere più nulla o aver perso alcuni familiari; tristezza, il sentirsi colpiti da qualcosa di più grande di noi; sfiducia, non sapere cosa fare da qui a domani; stanchezza, sapere che ogni nostra attività ha una forza molto minore e che ci vorrà parecchia volontà per riemergere.
Nella sua immobilità, Daniele aveva finalmente capito cosa si prova ad essere al centro di una calamità di qualunque tipo, naturale o accidentale. Il rispetto è anche questo, sapere quello che si soffre in tali condizioni e dare un aiuto. Provò a telefonare a Carla, l’unica persona rimasta. Lei c’era.
- Carla, è un piacere per me sentirti – disse quasi urlando appena sentì la sottile voce femminile all’altro capo del telefono.
- Ci siamo parlati solo tre ore fa…
- Ti prego, aiutami…
Un’ora dopo, Daniele era curato amorevolmente dalla sua “amica” Carla e da un fratello, tornato a casa per assistere anche lui alla tele alle drammatiche immagini dell’Oceano Indiano.
Solo un aiuto, è tutto quello che chiedono. Il dolore degli altri è anche il mio.