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Il primo treno del mattino di Aldo Cirri Arrivava sempre con qualche minuto
di ritardo. Faceva servizio tra il mare e la città, era formato
al massimo da quattro vagoni, era vecchio e rugginoso, ma per me aveva
qualcosa di speciale. Lo prendevo tutte le mattine alle sette e quaranta,
impiegava un’ora e un quarto a coprire i cinquanta chilometri della
linea, fermandosi a tutte le stazioni e, qualche volta, anche dove stazioni
non ce n’erano. Lo trovavo quasi sempre affollato, pieno di sonno,
di noia e di fumo, si trattava in gran par-te di pendolari, di gente che
da anni ormai faceva quel percorso almeno due volte al giorno. Non c’erano
desideri né sogni su quel treno, le persone erano grigie e anonime,
gli unici suoni erano i borbotii dei commenti provenienti dalle teste
affondate sui giornali del mattino. Anch’io facevo par-te di quel
grigiore, anch’io trascorrevo quell’ora di sussulti tra il
sonno e la noia, fino al giorno in cui un raggio di sole entrò
in quel vecchio treno. Vi salì una mattina d’autunno, due
stazioni dopo la mia. Entrò dentro il mio scompartimento, si sedette
al finestrino nel senso di marcia e lì rimase. A-veva circa la
mia età, il suo viso era il tenero ritratto di una languida tristezza
arricchito da due sme-raldi al posto degli occhi: due laghi pieni di sogni
e malinconia, me ne innamorai subito. A parte un “permesso”
sussurrato, non parlava con nessuno, non leggeva, né tantomeno
sonnecchiava, ma ap-poggiava la fronte al vetro del finestrino e guardava
lo scorrere veloce del mondo. Mai le rivolsi la parola, mai i nostri sguardi
si incrociarono, era solo il mio di sguardo a scorrere sui tratti del
suo vi-so. In quelle infinite mattine, cercavo solo di penetrare i suoi
pensieri, finché non sognai io stesso e le parlai in silenzio:
“Ti porterò via con me, te lo prometto, lontano da questo
mare, da questa noia, da questi giorni uguali, da questo vecchio treno,
staremo insieme per tutti i nostri domani, al di là di questo mare
e di questa malinconia.” Ogni giorno l’attendevo con impazienza,
la vedevo sulla ban-china aspettare che il treno si fermasse e che si
aprissero le porte. Non la vedevo salire, ma sapevo che un minuto dopo
sarebbe entrata nello scompartimento sedendosi come sempre al finestrino,
sa-pevo che, se anche per un solo minuto le avessi parlato, l’incantesimo
si sarebbe spezzato e io non volevo. Quei mattini dei miei vent’anni,
vissuti su quel treno, erano fatti solo delle mie silenziose parole e
dei suoi sguardi persi al di là del vetro del finestrino, mi sono
sempre chiesto se in quei momenti sentiva il rumore del mio cuore. <- torna all'Archivio racconti |
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