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Il vecchio e le sue rose di Dario Scognamiglio Nazarin sollevò la tunica all’altezza dei polpacci e sedette su una roccia, poggiando gli avambracci sulle ginocchia. I giovani che lo avevano seguito si fermarono e sedettero a terra, formando un semicerchio attorno a lui. Il primo a parlare fu Miolo, un promettente studente di medicina che si interessava di filosofia: «Frate Nazarin» - disse - «i saggi hanno scritto che la felicità è nel distacco, nel rifiuto dell’azione. Il maestro Skràgeron ha dichiarato che soltanto rinunciando alla volontà è possibile ottenere la felicità; che soltanto adattandosi al divenire della natura, senza avere scopo alcuno, è possibile la vera gioia. Mi dicono che tu hai negato questa dottrina» - Nazarin sorrise leggermente - «io domando al Maestro Skràgeron: non è uno scopo forse la felicità? Scegliere di annullare la propria volontà non è forse a sua volta un atto di volontà? Volere la vera gioia, non è forse una scelta?» - «dunque tu sostieni…» - incalzò un secondo giovane - «che non è possibile la felicità, in quanto è necessario un atto di volontà per conquistarla? Dunque, per paradosso, la felicità sarebbe possibile soltanto se non cercata, ma senza cercarla non è possibile trovarla» - Nazarin si accomodò meglio sulla roccia, e misurando le parole rispose: «io sostengo che rinunciare alla volontà significa adattarsi al divenire della natura, e in questo divenire è presente anche il dolore. Entrambi sono inalienabili. La felicità è capire questo». Uno dei presenti, un giovane ben vestito con i capelli corvini, intervenne e disse: «Frate Nazarin, io non capisco: com’è possibile che la felicità consista nell’accettare anche il dolore? Ammettere il dolore vuol dire ammetterne l’esistenza, e la presenza della sofferenza esclude quella della felicità. Come potrebbero due principi antitetici essere presenti contemporaneamente? Felicità aut dolore, tertium non datur!» - «sei in errore» - protestò una ragazza con i capelli di rame - «felicità e dolore non sono concetti contrari, ma contraddittori». Nazarin portò una mano all’altezza degli occhi per proteggersi dal sole e studiare meglio i lineamenti dei suoi interlocutori; poi prese la parola: «la vostra logica è rigorosa, ma parte da una premessa sbagliata. I due concetti non sono antitetici, per la semplice ragione che non si tratta di due concetti, ma di uno soltanto» - i giovani guardarono Nazarin attoniti - «e per essere più chiaro, vi racconterò una storia: un tempo, in un’isola non lontana dalle nostre terre, viveva un vecchio che per tutta la vita era stato un giardiniere, e che amava talmente il suo mestiere che, anche nell’età del riposo, volle continuare a dedicarsi alla cura delle piante. In particolare, amava molto le rose, e ad esse dedicava attenzioni particolari. Alcuni giovani del posto decisero di fare uno scherzo al vecchio, e di notte si introdussero nella sua proprietà e mozzarono la cima delle rose. Al mattino, il vecchio si avvide di ciò che era stato fatto, ma senza mostrare alcun disagio riprese tranquillamente a curare i suoi fiori. La notte successiva i giovani, irritati dalla noncuranza del giardiniere, strapparono le bellissime rose dalla radice e le portarono via. Ma il giorno dopo, con la solita serenità, il vecchio piantò nuovi fiori e cominciò ad innaffiarli. Uno dei giovani, allora, volle affrontare il giardiniere, e lo apostrofò duramente: “sei un vigliacco” – urlò – “non difendi le tue rose, e nascondi la tua rabbia, simulando tranquillità, per non doverne affrontare le conseguenze”. Il vecchio sorrise e rispose al giovane furibondo: “ho sempre amato il mio lavoro, perché mi piace veder germogliare la vita. Tu entri nella mia casa di notte, e distruggi ciò che io ho faticosamente costruito di giorno. Allo stesso modo, al sorgere del sole, io riporto la vita, e la vedo nascere, proprio dove tu hai portato la morte. Senza il tramonto, non ci sarebbe l’alba; se tu non portassi la morte, io non potrei portare la vita, e sarei un uomo molto triste». Così disse Nazarin, e i giovani studenti, quando tornarono al villaggio, raccontarono che il frate, seppur ancora molto giovane, era uomo di grande saggezza. <- torna all'Archivio racconti |
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