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  il racconto

L'immagine allo specchio
di Elena Visconti

Rimasto solo, si andò a sedere dentro, sul divano vermiglio, con la mano che gli reggeva la testa volteggiante. Stette a lungo sprofondato in mezzo ai cuscini, immerso in meditazioni e preso dall’orrore delle condizioni false e poco rassicuranti nelle quali si erano lasciati. Il demone sotto il cui dominio si vedeva caduto faceva di nome Grande Stupidità. Allora ripensò a quanto l’aveva fatta sorridere, un tempo, e al perché allora si fosse rifiutato di parlarle. S’alzò, claudicò verso il portatile e lo accese sulla play list: ne scelse due canzoni. Creep la prima: quando era lì, prima, non poteva guardarla negli occhi. Lei era maledettamente speciale, un angelo la cui pelle lo faceva piangere. Lui aveva desiderato d’essere speciale ma era una persona sgradevole, un bizzarro. Lei era corsa fuori dalla porta. Lei stava correndo. Lei correva. Eppure lui si sentiva soddisfatto, soddisfatto d’essere quello che amava. Volver la seconda. Fu nel ridirezionarsi verso il divano che vide sfilare la propria immagine nello specchio dell’anticamera. S’arrestò e ficcò gli occhi dentro la superficie del rigido stagno rifrangente: un ragazzone elegante lo riguardava. Allora s’inchinò di modo del tutto istintivo, come si farebbe al cospetto di signori eleganti. Anche il damerino fece una riverenza; e si rialzò con lui . Fu lì che rimasero immobili, a fissarsi: Tommaso rimase sconcertato soprattutto dalla scoperta d’avere un aspetto normale, certo distinto ma come mille altri uomini. Non era un uomo migliore, e se fosse sceso per strada nessuno si sarebbe voltato a guardarlo. O forse l’avrebbero notato solo perché zoppo. Una statua che strascica i piedi, curva e dolente come se l’avessero picchiata, non è cosa da tutti i giorni: chi mai avrebbe potuto picchiare una statua? Se solo fosse riuscito a perfezionare la sua maschera… Fece allora un altro cenno al riverbero che replicò lo stesso ammicco: «che copione» disse di lui, «tue iniziative non le sai prendere?» Quello nello specchio di soppiatto dilatò le narici. E Tommaso sentì un aroma di biscotti al cocco, “domani me li vado a comprare” subito meditò: non gli erano mai piaciuti, i biscotti al cocco. Aveva sempre avuto il sospetto fossero troppo zuccherini e che potessero cariargli i denti. Allora sarebbe dovuto andare da qual cretino del suo dentista, che con tutte quelle pompette aspiranti gli avrebbe succhiato via tutta la saliva e lui non sarebbe più riuscito a deglutire. Quindi non li aveva mai assaggiati. Che non fossero carianti? E poi, in fin dei conti, una carie non gli avrebbe di certo fatto più male di quel livido alla gamba! Anche la sagoma violacea che sfumava nella truce escoriazione rossastra sarebbe scomparsa in pochi giorni e chiunque avesse voluto indagare sugli indizi e sugli effetti della caduta che gliela aveva causata non ne avrebbe trovato tracce. Poco male: la sua reputazione d’ironman era salva. Aveva la pressione ancora un po’ alta, ma mica andava resa nota, la sua pressione. Non c'era mica una Gazzetta della pressione! Nell'involucro d’aria e buio che gli stagnava intorno avvolgendolo in un opaco tessuto bluastro, quasi di muschio, tuttavia non gli riusciva di pensare in rosa. Vide il suo fratello fluidale nello specchio massaggiarsi la coscia, sulla di lui quale, però, non v’era alcuna ecchimosi. "Ecco" pensò Tommaso, "lui è salvo. Intatto. Come nulla fosse accaduto. Si salvi chi può". L’inquilino dello specchio non riportava lividi. Ciò lasciò indifferente l’ospite, che spostò gli occhi sulla sua coscia di carne: nonostante la polpa si rispecchiasse rosa, era blu. Ciò lasciò indifferente l’ospite: Tommaso era tornato ad essere l’incurante, coi sentimenti avvolti in una spessa coltre d’impassibilità, detonato dall’apatia che colpisce gli adolescenti, oppure i falliti, impedendo loro di familiarizzare con l’altro da sé.


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