Anselmo aveva investito fino all'ultimo dei suoi risparmi nell'azienda che aveva da tre anni. I risparmi erano il risultato di un'attenta amministrazione del salario che il Municipio di Accavallo gli corrispondeva, quand'era dipendente comunale; e l'incontro con Rosalba - la reciproca simpatia, sei anni di fidanzamento e poi lo sposalizio - aveva aiutato l'accumulare dei risparmi comuni, contrariamente a quanto avevano preconizzato amici e parenti.
Perché Rosalba, come Anselmo, era avara.
Si erano intesi senza proferir parola, sulla questione dei soldi: il libretto di risparmio della Cassa Rurale per lui e quello postale per lei, erano due serbatoi nei quali solamente entravano liquidi, mai ne uscivano; erano serbatoi veramente stagni.
E mese dopo mese e poi anno dopo anno, all'aumentare delle disponibilità, crescevano le voci esagerate del paese sulle loro immense ricchezze: oltreché alla Cassa e alla Posta, mazzette di soldi conservate in ogni dove, mucchi di biglietti da dieci, cinquanta e centomila di cui si dubitava che i due conoscessero perfino l'ammontare.
Frequentavano il paese solo per le più strette necessità: poco le botteghe; mai lo spaccio dei monopoli, se non per sale grosso e fiammiferi; lui, talvolta, l'unico bar sul Corso. Erano frugali nel mangiare, che prendevano direttamente dalla terra dell'orto e dalla stalla, dove allevavano polli, conigli e un maiale. La sera, soprattutto, una cipolla aperta in due metà, pane e olio e una fetta di lardo saziavano la giornata e il loro desiderio di risparmio.
Andavano a messa la domenica, regolarmente: si erano accordati che uno alla volta a turno avrebbe dato l'obolo, mentre l'altro fingeva frettoloso di cercare nelle tasche o nella borsa, cosa dare; così sarebbe restata l'impressione, nel sacrestano e nei vicini, che entrambi erano devoti al parroco, fedeli generosi. La comunione mai, dato che dal parroco, che li conosceva, confessarsi proprio no; e quindi, comunione mai. Ma devozione tanta.
Non avevano figli. Neppure loro sapevano se per inconsapevole scelta - si univano non frequentemente e, senza dirselo, sempre quando pensavano di essere infecondi - o se per naturale impossibilità, di lei, naturalmente. Questo stato li aveva resi vagamente interdetti, non insoddisfatti ma neppure convinti di una definitiva sterilità di figli, incerti; talvolta imbarazzati, i primi tempi, alle domande dei pochi parenti prossimi con i quali si potevano trattare quei discorsi. In specie in lei, da qualche parte del profondo, risaliva nei suoi sensi l'insicurezza per i tempi dell'età avanzata, per la solitudine delle sere senza molto dire, siccome avviene quando tra due manca la vita, quando manca l'anelito di sollevarsi per guardare in lontananza, per desiderare di dare all'esistenza una continuità oltre la morte. Eppure, mai osavano parlarne.
Nonostante il loro attaccamento al denaro, come vongole al guscio, Anselmo a un punto della vita osò avviare una iniziativa che apparve a tutti, in paese, originale e inaspettata: investire gran parte dei risparmi in un pollaio moderno, di caratteristiche industriali; ancorché ridotte, perché in lui la prudenza e l’infingardia codarda rendevano impossibile il sollevarsi a grandi voli. La conduzione era naturalmente famigliare, lui e lei si alternavano - e si sommavano quando occorreva - nel governare gli animali che foraggiavano con i mangimi più economici in commercio, coi residui dell'orto e con quelli miseri della loro mensa. Lui aveva lasciato il lavoro al Municipio, ottenendo tuttavia di essere inserito tra coloro da richiamare a giornata di lavoro, all'occorrenza, per assicurarsi in questo modo una maggiore copertura dalla previdenza sociale.
Che mancava? Nulla, ora avevano una azienda che marciava, la casa, la terra, i soldi e in futuro anche una pensione.
Venne un giorno che non aspettavano, in un giorno trasparente come la pupilla di un occhio ch'è sereno; in un momento della giornata, la mattina, che non ti annuncia altro che la parabola crescente della vita che si ferma a mezzogiorno e poi discende per placarsi al sopravvenir del vespro; in un atto quotidiano, più innocente del cantare di un bambino quando gioca: lavarsi il sonno da sopra il viso con l'acqua fresca che ha predisposto il freddo della notte. Gridò sottovoce, Anselmo, al morso del male inaspettato dentro il petto e percepì in quell'attimo, come mai, il senso profondo dell'unione con Rosalba, un grido all'altra metà di sé medesimo; più che d'aiuto, d'avviso di un evento radicale che si innestava nella monotonia del loro vivere, così cambiando in un istante la prospettiva scaturita dalla vita già vissuta.
Rosalba attendeva pensierosa alla cura del suo orto già a quell'ora, perché era più fresco e dava minor peso alla stanchezza che l'aggravava da gran tempo. Non più aveva la tranquillità mediocre che pur l'aveva rassicurata negli anni passati con Anselmo: in quel momento pensò con tenerezza sconosciuta a lui, a suo marito, che era di là, adesso, a fare l'igiene del mattino. Lei lo procedeva sempre nel levarsi, a fare silenziosa le sue cose; e poi nella cucina, dove pensare al cibo quotidiano con le cose che già aveva.
Non intese il richiamo soffocato del marito; ma non usciva, e si agitò si mosse lo chiamò:
- Anse', Anselmo! -
E già mentre chiamava arrivava al gabinetto premendo la maniglia e poi dentro, il marito rantolante sul terreno. Il seguito appartenne al caos che segue un fatto drammatico inatteso, quando non agisce la ragione ma un istinto primordiale che ci unisce alla natura comune di animali. Indifesa, disfatta, impoverita di risorse e di lacrime Rosalba visse quel tempo come fosse una condanna a morte che lei già aveva subìto, dimenticando i polli e la cura del suo orto, i soldi, la terra e tutto tutto, desiderando solo che qualcuno le restituisse il marito come prima.
Fu esaudita: Anselmo superò il male dopo mesi passati in clinica in città, curato come un re, guarito in apparenza senza falli, ma reso a lei cambiato dal di dentro, dove non c'era più la sicurezza di poter tenere la propria vita tra le mani, per governarla a piacimento. Tornati a casa, si accorsero di non avere più una lira.
E là, soli, presero a parlare.
Iniziava un'altra vita.