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La testa di Ryan di Paolo Anastasio Ryan aveva proprio perso la testa. Non una, ma cento volte si era ritrovato con la sua testa fra i piedi, rotolata lì sotto il peso della forza di gravità. Gli succedeva tutte le volte che pensava alla Mignon. Quella ragazza coi capelli bruni gli era entrata dentro. Anche se l’aveva vista si e no tre volte in vita sua. Non riusciva a smettere di pensarci. Era diventata un’ossessione, che lo accompagnava dappertutto. E con quella testa lì, per terra, per il corpo di Ryan era stato naturale cominciare a prenderla a calci. All’inizio, questa specie di Frankenstein senza faccia, che si muoveva con movimenti a scatti, camminava a tentoni per strada. Cercando di colpire la testa, che lì, fra una merda di cane e una buca nell’asfalto, non la smetteva più di urlare e lamentarsi. “Cazzo, Frankenstein, tirami su e riagganciami al collo. Così, senza di me, sei ridicolo”, urlava la testa al corpo monco improvvisamente staccato dal suo cervello. Per fortuna, c’era almeno un piccolo vantaggio in questa situazione solo apparentemente paradossale. Senza il suo corpo attaccato al collo, la testa di Ryan si dimenticava della Mignon. A dargli una mano in quest’opera di dimenticanza coatta, di amnesia brutale, ci si mettevano anche i passanti. Lì in via Merulana, la gente di corsa verso le sue faccende quotidiane li guardava con un mix di incredulità e schifo. Perché in quei momenti erano in due. Da un lato c’era quel Frankenstein senza testa che sbatteva contro le macchine e i pali dei lampioni. “Almeno non gli vengono i bernoccoli”, pensava Ryan, che non perdeva il senso dell’ironia nemmeno quand’era smontato. In compenso il povero Frankenstein si prendeva dei colpi devastanti alle ginocchia, alle mani, aveva rotto una decina di orologi e il torace gli diventava tutto un livido bluastro. Dall’altra parte, al momento della separazione, sotto gli occhi delle persone ignare e un po’ stupite, c’era la testa di Ryan. Che rotolava in discesa e si ammaccava a più non posso. Finché un passante magnanimo lo raccoglieva e lo rimontava al collo del mezzo uomo che spesso, senza occhi e direzione, camminava lontano. “Grazie mille signore, il mio corpo ogni tanto perde la bussola. Persa la testa, non sa bene come orientarsi”. E tutto finiva lì, a parte le ammaccature postume diffuse sulla testa e sul corpo, che di nuovo tornavano ad essere una cosa sola, come i personaggi della Playmobil. Fino alla volta dopo, quando Ryan, sbadatamente, senza accorgersene, pensava ancora alla Mignon. E allora di nuovo giù la testa. Una volta, dopo lo stacco, la testa di Ryan era stata raccolta da un ragazzino che andava a giocare a pallone. L’avevano usata per battere le punizioni dal limite, quelle con le sagome e tutto il resto. Lo avevano riportato a casa, in via Merulana, con gli occhi gonfi, le guance tumefatte dai segni dei tacchetti d’acciaio (lo avevano usato anche per allenare gli stop palla a terra). La cosa peggiore che gli era capitata, alla testa di Ryan, che comunque era dura come la pietra, fu quella di rotolare giù fino alla fine della scalinata di Trinità dei Monti. Il pensiero della Mignon si era materializzato all’improvviso, proprio in cima all’ultimo gradino. Un attimo fatale. La testa cominciò a rotolare giù, in mezzo a piedi, gonne corte, mutande di pizzo, Birkenstock, calzoncini corti che gli balenavano davanti nella sua frenetica discesa di faccia. Sembrava un pallone Tango che rimbalzava sempre più in alto, sempre più lontano. “No, venir giù da Trinità dei Monti no. Mi prenderò più calci in faccia dell’Uomo Tigre contro Antonio Inoki”, aveva sbottato con irritazione la voce acutissima di Ryan, perforando dopo un rimbalzo il timpano di un giapponese che si dirigeva a Piazza di Spagna. Intanto, Frankenstein continuava a camminare senza meta, prendendo a schiaffi un americano che gli aveva chiesto di fare una foto a lui e alla sua partner, che, ironia della sorte, si chiamava Mignon. Frankie, momentaneamente senza bocca, in quel momento non poteva spiegarglielo a parole che senza occhi non poteva regolare lo zoom. Quindi giù con lo schiaffone. Dopo cento cadute, la situazione si stava facendo insostenibile per Ryan. Anche economicamente. Dal primo manifestarsi di questa strana allergia alla Mignon aveva già speso tremila euro in chirurgia plastica. A Trinità dei Monti si era rotto lo zigomo, gli era caduta la retina, gli si era staccato l’orecchio destro, calpestato dal tacco lungo dieci centimetri di una romana tutta tette che stava spegnendo una sigaretta sul selciato. Il suo chirurgo estetico ormai lo chiamava un giorno sì e un giorno no. Ryan era diventato un business della chirurgia, un cliente migliore dell’Alba Parietti. Poi il silicone era molto apprezzato dai ragazzi che tiravano le punizioni dal limite. Non si sgonfiava mai. Per non parlare della paralisi che aveva colto Frankenstein, che senza guida, colla testa scollegata, era finito sotto ad un pullman di turisti tedeschi, lanciato a tutta velocità verso un ristorante all’Eur. La situazione era al limite della sopportazione. Ryan doveva cancellare il ricordo di Mignon, che sembrava davvero molto duro a morire. Se non altro per far quadrare i conti a fine mese. “Va bene l’amore e tutto il resto, ma il chirurgo estetico è un salasso insostenibile”, pensava Ryan, preoccupato che il ricordo improvviso e letale lo cogliesse, magari nel sonno. Un ricordo che gli era entrato dentro, come il topo nel suo buco o le termiti nel cassetto nonostante la canfora. Ma che doveva assolutamente tirare fuori e schiacciare sotto la suola delle scarpe. Per non restarci secco, una volta o l’altra. Fu così che Ryan decise di cancellare tutte le mail che si erano mandati. 60 megabyte di roba. “Roba buona, direbbe un pusher se si trattasse di droga”, aveva aggiunto con un ghigno triste Ryan. 60 mega cancellati con un click. Era già un passo importante, che Ryan aveva affidato a Frankenstein. Ovviamente lui, Ryan, non poteva farlo. Era sempre senza mani quando pensava alla Mignon, e lì con la mail aperta, Mignon era dappertutto. Una presenza quasi del tutto virtuale, che gli aveva infettato il cervello, come un virus sconosciuto. Così, prima di avere il tempo di pensare alla Mignon, Ryan aveva legato l’indice di Frankenstein al tasto “delete mail” del suo pc. Legandogli con una corda spessa il corpo alla sedia, così che il mezzo uomo senza testa non si spostasse da solo, senza meta. L’acefalo Frankenstein era proprio un mentecatto. Una volta si era anche buttato dalla finestra. Ma non era morto. Senza testa non muori mica. Si era soltanto rotto tre costole e ora gli spuntava un pezzo di ferro da un piede. Per il resto tutto a posto. Dopo il fatidico “delete mail”, con un complicato sistema di carrucole, Ryan aveva fatto in modo di tornare alla sua sede naturale. Lassù, in cima al collo. Il più era fatto, le mail non esistevano più. Adesso bisognava cancellare il ricordo dal cervello. Un’operazione più complessa, che richiedeva un colpo di genio. Che però non gli era ancora venuto in mente. In attesa dell’ispirazione, per ogni evenienza, Ryan si era fatto cucire la testa al collo con delle graffette ultra potenti. Tipo il cattivo di Highlander, per capirci. Un gesto preventivo. Così ogni volta che la Mignon gli veniva in mente, la testa non si sarebbe più staccata. Si era anche fatto montare una catena agganciata alla nuca. “Così, se perdo la testa, almeno resta attaccata al collo di Frankenstein, come la palla al piede della Banda Bassotti”, pensava Ryan soddisfatto della sua trovata. In futuro, chi lo sa. “Magari il tempo farà il suo corso, e il ricordo di Mignon si diluirà fino a scomparire”, pensava tutto ringalluzzito Ryan un attimo prima che la sua testa si staccasse, strappasse le graffette appiccicate al collo di Frankenstein, rompesse la catena per il troppo peso. E finisse la sua corsa appena cominciata dritta sotto il copertone dell’autobus numero 91, che per caso passava di lì a tutta velocità. <- torna all'Archivio racconti |
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