Forse c'era un tale dalle parti mie, che aveva un nome strano, o semplicemente, forse no. Comunque, io, per qualche strano motivo, ho la sua storia in mente e voglio raccontarvela.
Marcel Taglialegna guardava il cielo ogni momento da un'ora a quella parte. Chi la sera l'ama come chi al mattino sgobba? Lui l'amava, la sera, eccome se l'amava.
Marcel, dico, la sera lui l'amava come una bella donna quando le si chiede la mano per le nozze. Il giorno invece? So per certo che il giorno l'odiava. L'odiava così tanto che allo spuntar del sole bestemmiava i santi nominandone giorno ed ora di beatificazione, non scordando ovviamente il bisestile decorrente. Così era fatto lui, o forse no. Che l'albero che portava la Luna e il riposo con se fosse, poi, proprio in cima alla vallata, lo faceva imbestialire, fino al fumo alle narici. Ma secondo me, anzi, ne son quasi sicuro, neanche il giorno amava tanto lui: lui, Marcel Taglialegna, intendo, che, comunque, sappiate che il primo era nome ma il resto mestiere, soltanto mestiere. Probabilmente se lo scrivo è solo perché lui ci teneva nel farlo notare, ma così lo chiamavano e così lo chiamo anch'io. Non che a lui piacesse, ma se il mondo decide chi tu sei, sei chi ha deciso il mondo e Marcel Taglialegna era, più che un nome, una decisione, ecco. Allora cantava anche senza voglia solo perché nessuno dicesse in giro che Marcel arrivasse allo scuro, stanco. Lui no, gli altri forse, che non avevano braccia e pazienza, ma lui no. Lui cantava ancora mentre gli altri si chiedevano come facesse ad essere così arzillo dopo una giornata di lavoro. Io, Marcel lo immagino grasso barbuto e piuttosto arzillo per quella stazza, probabilmente era così Marcel, o forse, semplicemente no. Se fossi stato un suo compagno taglialegna e avessi udito canti allegri per le colline, a dir la verità me lo sarei chiesto anch'io: eccome!
Perché ad abbattere alberi con mani reggenti un'ascia è cosa difficile: non credete?
Anche voi, se non vi dicessi in verità che zuppa aveva in testa quell'uomo lì, vi chiedereste la stessa cosa. Già! In verità, lui se ne andava in cima da solo e smetteva di cantare, poi si gettava in terra e spossato malediva l'albero e il Dio che l'aveva creato. Che non lo sappiano gli altri taglialegna però: questo era un segreto mio e di Marcel e, anche se adesso è vostro, non credo avrete problemi nel mantenerlo, questo segreto. A leggere queste righe siamo in pochi: io diriggo e voi suonate, credetemi è così. O forse no? E anche se vorrei poter essere padrone delle mie note, so che il bello è questo e so che anche il taglialegna sarebbe daccordo. Ma questo è un altro discorso e, mentre lo affrontavo, Marcel era già arrivato in cima.
"Vuoi dirmi cosa fai lì in piedi sempre in silenzio ad osservare oltre le colline, dannata quercia, che tanto io sono qui e quando arrivo tutti gli alberi sanno che l'ora è scoccata? Allora perché non ti corichi in terra da solo, per Dio? Risparmi tempo e forse ti darei un po' più di vita per cantare ad alta voce la mia stanchezza e tramutarla in forza alle orecchie di chi non ha niente oltre che quello e un cattivo senso del giudizio". Intendeva parlare dei suoi compagni, Marcel, che non li aveva forse poi così a cuore.
Ma che volete che dica un albero? Forse vi aspettavate una parola da una quercia? Ma una quercia non parla o almeno io non l'ho mai sentita aprire bocca. O forse, mettiamola così: se parlasse che direbbe? Già, che direbbe la quercia a Marcel taglialegna?
"Stare in silenzio non vuol dire non aver niente da dire". Si udirebbe una voce dall'alto, non troppo alto però, ma da sopra la testa di Marcel sicuramente.
"Tu cosa pensi ci sia, Marcel, oltre quelle colline? Mi disse un viandante che usò la mia ombra come ristoro, che lì è pieno d'acqua, che se la bevi la sputi, ma non è il sapore che rende speciale quell'acqua, non è affatto il sapore. Lo disse lui, il viandante. Sembrava un tipo così immerso nei sogni. Diceva che casa sua, Nuvolandia si chiamava, era là, dove l'acqua l'ammiri ma non la bevi. Ed io l'ascoltavo soltanto e con lui sognavo".
Ecco, questo direbbe.
Vi immagginate quel vecchio stramazzato al suolo rinascere e borbottare alle parole di una quercia? Io lo immaggino nominare uno dei suoi santi e guardarsi intorno mandando a quel paese i compagni.
"Chi mi prende per il sedere?", avrebbe detto, "ho ancora l'ascia in mano e sono pronto a farvi un taglio al di dietro più grosso di quello che mamma vi ha fatto" e poi avrebbe controllato su e giù e non trovando nessuno avrebbe detto certamente: "Bisogna finisca in fretta il mio lavoro che qui il Sole m' ha arrostito il cervello".
Ma se gli alberi parlassero veramente, non avrebbero certo una sola parola da dire e continuerebbe, la quercia, a domandare, ma anche un sorriso farebbe, quello so per certo che sarebbe un corpulento "ohohoh"!
Marcel Taglialegna accetterebbe subito l'idea, perché, lui, con gli alberi ci parla, proprio come faceva il viandante stanco e penso che stupido lo è senz'altro, colui che parla con qualcuno non aspettandosi mai una risposta. O forse no?
"Cosa ridi? La sera cala pian piano e tu ridi? Dovresti coprire di lacrime il terreno dove madre natura t'ha piantato"
Che l'albero rida è poca cosa, ma che sia curioso invece:
"Perché, amico mio, tu non faresti l'ultima risata prima di morire?"
"No! Che farfugli fagiolo troppo cresciuto? Visto che siamo io e te e non potrai andare in giro tra camini a sperperare le mie verità, ti dirò che io piangerei lacrime amare per la mia morte, non riderei certo"
Marcel, forse, in verità, non avrebbe detto parola di se neanche ad un albero parlante destinato alle fiamme, ma se l'avesse fatto, si sarebbe espresso così senz'altro, credetemi.
"Quindi tu, uomo, nell'ultimo istante di vita faresti ciò che più odi? Lo sprecheresti così? Che triste finale che avresti mio caro".
Io fossi Marcel ad una frase del genere mi adirerei così tanto da dire:
"Cosa vuoi saperne tu di ciò che un uomo farebbe? Tu vivi per secoli eppure, sempre immobile, te ne stai lì, ad aspettare chissàcchè sognando il racconto del mare di un viandante che parlando da solo non si accorse che altre orecchie lo stavano ascoltando. Chi sa il mare cos'è veramente? Credi forse che chi dorme sotto un'ombra non farfugli?".
Se fossi stato l'albero invece, avrei risposto con un iniziale stupore:
"Mare! Ecco come l' ha chiamata quell'acqua imbevibile e splendida al calar del sole, Mare".
E voi? Voi avreste continuato a parlare con un albero insolente che non si cura neanche delle offese? No, non l'avreste fatto e neanche Marcel Taglialegna:
"Io fossi in te, amico mio, la mia vita non la sprecherei a donare ombre e sognare acque salate, a far da nido a scoiattoli e da riparo ai passeri, ma andrei terre e viaggerei per così tanto tempo, che solo i secoli potrebbero stancare la mia brama di vita. E tu invece che fai? Piantato con le tue radici al terreno, pensi a ciò che non hai mai visto e mai vedrai e ridi, oltretutto, prima di morire"
Che gli alberi fossero intelligenti l'ho sempre pensato, ma mai astuti nel dialogar di vita, questo no, ve l'assicuro:
"Se tu fossi me, uomo, priveresti il mondo dell'ossigeno per respirare, priveresti di una casa a chi di casa ha bisogno, di riposo chi è stanco, di riparo temporaneo chi viaggia. Tu non hai radici ma quel mare, mi sembra che neanche tu l'abbia mai visto. Eppure hai poco tempo, quattro volte meno del mio. O sbaglio?".
Sbaglia, l'albero, forse anche cinque, sei volte meno del suo.
Il mondo a testa in giù è così strano, ma strano non vuol dire anomalo, sempre il mondo è. E gli alberi, non potendo stare a testa in giù, quel mondo lo girano: così fanno prima, no? Ci riescono bene sapete?
Marcel poi, non penso sia cattivo, è solo un taglialegna, solo stanco, sempre stanco. Cosa può farci lui se non ha risposta a tutto? Non ha tempo per pensarci. E allora cadrebbe per terra a dire il vero, perché un piccolo relitto, come la verità, viene a galla solo quando il mare, come l'orgoglio, si quieta.
"Io non posso lasciare il mio lavoro da taglialegna, ne soffro lo so, ma cosa farei se non trovassi pane per i miei denti? Vorrei guardare il mare assieme ai gabbiani e raccontarlo come fece il tuo Viandante, lo vorrei eccome. Ma se ne morissi? Non sono poi così giovane, sai? Son vecchio ed il mio posto è qui".
Se veramente un albero in cima ad un colle, avesse parlato con Marcel, avrebbe detto parole di disprezzo. Perché grande e grosso, saggio e scaltro, buono e mansueto non disprezza comunque il disprezzo. Così avrebbe detto allora l'albero a Marcel Taglialegna, con tono baritono e crucciato:
"Che stupido l'uomo, Marcel, soffre per paura di soffrire, muore per paura di morire, e crede di non aver mai bisogno di ciò che la Natura offre lui, perché non crede al Dio creatore. E se non credi a qualcosa non la rispetti, lo so. Non per maleducazione, questo no, ma solo perché non hai cosa rispettare. Che stupido l'uomo, Marcel, che non capisce che fede non vuol dire sottomissione, ma accettarsi così come si è, con difetti e pregi abbracciando il prossimo sapendo che di stessa materia è fatto e che ha iniziato allo stesso modo di tutto ciò che lo circonda e stessa fine farà. Che stupido l'uomo Marcel, che priva ad una vita di crear l'ossiggeno che serve al mondo, che sporca l'acqua che dovrà bere spesso uccidendo i pesci che dovrà mangiare. Che stupido l'uomo Marcel e che Dio stupido avete voi, se ha creato l'uomo a propria immaggine e somiglianza. Non è forse l'uomo ad aver creato Dio a propria stampa per facilitare i propri sbagli? ".
Così avrebbe detto, ne sono sicuro. Se solo gli alberi parlassero con gli uomini, gli uomini sarebbero propensi ad ascoltare e forse la natura capirebbe l'uomo e l'uomo la natura. Ma non perdiamo il senso della realtà, che, a ritrovarla ci si impiega più tempo che a smarrirla, perché in fondo, è di Marcel taglialegna che vi stavo parlando inizialmente, non di storie fantastiche o cos'altro. Marcel taglialegna di mestiere e non per nome non fece niente di questo, lo so per certo non chiedetemi come, ma salì sopra il colle cantando. Si alzò dopo aver bestemmiato i suoi santi e diede al sole le ultime accettate prima di farlo calare assieme ad una quercia da camino. Poi lasciò lì il lavoro e andò via, che l'indomani, i troncatori avrebbero portato via carcasse e rami. Ma Marcel, in fondo, era solo un taglialegna di mestiere ed io solo un cantastorie, un viandante che sognò il mare all'ombra di una quercia che oggi, nella mia collina del riposo, non trovo più e per compiangermi senza vittimismo, ne immagino le gesta prima di essere abbattuta per dar colore anche alla peggior cosa. Marcel è solo un taglialegna, il sognatore saggio soltanto un albero ed io che viaggio in cerca di un talento che fugge, do parole a chi le chiede con garbo, in cambio di un'ombra.