L’accampamento era ben sorvegliato.L’odore della guerra,della battaglia,dello
scontro addensavano l’aria mattutina.Ottaviano scrutava il mare.Le onde
si fiaccavano sulla sabbia,ritirandosi.Il golfo di Ambracia era illuminato
da un pallido sole,pavido,quasi timoroso di nascere.La paura,fobos,aiutava
gli uomini.I primi cavalli scalpitanti fecero rabbrividire il giovane
generale.Quel giorno,forse,il suo destino sarebbe stato segnato.Roma avrebbe
conosciuto l’Egitto come serva o come imperatrice?
Antonio giaceva accanto alla
regina.Un mostro fatale,secondo alcuni,una dea,secondo altri.I crespi
capelli accarezzavano il romano,i profumi orientali mitigavano la
latinità.Non riusciva ad abbandonarsi ad un sonno ristoratore,ed oramai
albeggiava.Quel sole greco era diverso da quello che sorgeva nel
foro.Spesso vagava con il pensiero fino a raggiungere il lapis niger,la
basilica Emilia,il tempio del Divo Giulio.La folla brulicante,i
venditori,le primizie offerte dalle vecchie erbivendole.Qualche maga aveva
tentato di svelargli il futuro,ma si era opposto.Perché consultare
oroscopi babilonesi?Lui?Un Romano!Cosa aveva da temere?Portava con sé la
sua fortuna!Era il prediletto di Cesare!Quante vittorie,quante
avventure,quanto orgoglio.Ora le voci lo volevano simile ad un’aquila
ingrigita,ad un leone fiacco e malato.Tremava al riguardo.Come
osavano!Presto avrebbe dimostrato anche alla più lontana tribù getula il
suo valore.Era Marco Antonio.Disprezzava quell’adolescente chiamato a Roma
dall’avidità e dalla stoltezza.Il figlio legittimo,l’erede.Già,ma l’Urbs
non era un testamento.Andava conquistata con la forza,con i giochi,con i
comizi.Non aveva cercato la guerra civile,ma ora sentiva la furia
scorrergli come un fuoco sottile.Non importava che gli avversari fossero
quiriti,neppure che il fragile tessuto della società fosse
irreparabilmente sfaldato.Nei sogni tumultuosi immaginava l’avversario
ancora imberbe,gracile,con una stridula voce femminea:sognava
Ottaviano. Il ragazzo osservava ancora la distesa marina.Il solito
attacco di umori febbrili lo aveva debilitato.Il volto cereo,le membra
scosse ne erano i segni.Tuttavia,un guizzo di determinazione ed
eccitazione balenava negli occhi del giovane.Molti consiglieri erano
crucciati per la sua decisione;uno scontro aperto,dicevano,era troppo
rischioso.Non combatteva rozzi pastori e conciapelli,non fabbri e
falegnami,ma si sarebbe schierato contro i figli di Ares,contro uomini che
erano nati con la guerra.Uomini comandati da un generale valente,forse
affaticato,forse impigrito dagli ozi,ma temibile.Agrippa credeva nella
vittoria.Ne avevano discusso a lungo nella tenda,tentando di escogitare la
strategia migliore.Ottaviano ascoltava il generale,ascoltava l’amico.Una
giocata ai Latruncoli sospendeva le tattiche,qualche sorso di vino le
paure.Ma queste si annidavano nel cuore del giovane romano,ed ogni giorno
trascorso gravava come un macigno.Non era di temperamento paziente,ed una
scarsa risolutezza lo infastidiva.Sognava una battaglia,i nitriti dei
cavalli,le insegne delle legioni:sognava Marco Antonio. L’Egitto era
una terra strana.Veneravano dei dal corpo umano e la testa
animalesca,speziavano oltremodo i cibi,la raffinatezza e lo sfarzo
regnavano ovunque.Certo,Antonio si era trovato anche nelle stamberghe dei
pescatori,fra le loro misere reti,tra i pochi pesci essiccati.Voleva
essere vicino alla sua gente.Usava travestirsi da mendicante per
assaporare il popolo,carpirne i bisogni.Ed ora gli veniva imputato di
voler trasformare Roma in una provincia orientale!Pazzie.Amava la sua
città,aveva difeso i suoi possedimenti,attaccato per
accrescerla.Concentrandosi,sentiva ancora il peso dell’elmo,il calore
soffocante,l’odore del cuoio.L’addestramento,le prime rappresaglie.Le
cicatrici.Ed ora quel ragazzino lo accusava.Ma cosa conosceva di
Roma?Quanti sacrifici aveva compiuto sull’ara del prestigio
dell’Urbs? Ottaviano si consultava con il generale.Era conscio della
propria inferiorità militare e confidava in Agrippa più che in se
stesso.Poco conosceva dell’arte militare,pochi scontri l’avevano
forgiato.Non amava particolarmente il cruento,preferiva all’accampamento
la biblioteca ed alle guerre opponeva la tregua.Un grandioso progetto
andava componendosi nei suoi pensieri,un mosaico di
giustizia,rettitudine,prosperità e pace.I battenti del tempio di Giano
sarebbero stati chiusi,i terreni limitrofi alla città di nuovo
coltivati,le onde tumultuose dei disordini sociali placate.Doveva
avvalersi dei personaggi più acuti.Si intratteneva spesso con un
individuo riservato,colto,perspicace.Quell’uomo era Mecenate. <Si
sono già spartiti tutto!Hanno sbranato Roma.La divoreranno come sciacalli
famelici!>Antonio calpestava quei papiri.Le dicerie romane non gli
erano oscure.E tuttavia,per quanto variassero percettibilmente nel corso
dei mesi,ogni volta lo sconvolgevano.Forse era troppo tempo che non
ascoltavano la sua voce,non erano rassicurati dai suoi occhi,non vedevano
i segni sul corpo di chi ha lottato per lo splendore della
Curia.Avvoltoio.Iena.Epiteti partoriti dalle stesse serpi che strisciavano
verso tutte le cariche.Sospettava delle trame che Ottaviano stava
tessendo;attirava uomini influenti nella propria rete come quei pescatori
egiziani.Doveva avere un obiettivo ben delineato.Abile mossa accusarlo di
compiere ciò che lui stesso stava attuando. Maggiore prudenza,aveva
ordinato Ottaviano.Alcuni dei suoi collaboratori non esitavano a mostrarsi
pubblicamente declamando la potenza del figlio di Cesare,lo sfarzo e il
marmo che avrebbe condotto per le vie,i trionfi che ne sarebbero
conseguiti.Discutevano circa il consolato,il pontificato,le
truppe.Maggiore prudenza.Era opportuno tacere,perché prima dovevano
vincere.Se anche poi avessero battuto Antonio tra le grida di guerra,ciò
non avrebbe consegnato Roma alla loro causa.Avrebbero dovuto estirpare
tutti coloro che gli erano fedeli,strappare tutto ciò che fosse permeato
dai suoi ideali e tuttavia mantenere la pace.Un’ impresa più ardua di
qualsiasi tenzone.Incitava gli uomini quotidianamente,non permetteva che
considerassero la città già in loro possesso.La paura,fobos,aiutava gli
uomini. Aveva dovuto prendere l’iniziativa dalle idi di marzo,quando
una peste si era abbattuta su Roma.Un morbo d’invidia,timore,ira
contagiava i senatori,silenziosamente.Cadevano come recisi dalla falce
sotto le parole di Bruto,conquistati dal dovere morale ed etico di
custodire e difendere la tradizione e l’ordinamento repubblicani.Le parole
sarebbero divenute uomini. Ottaviano disprezzava i cesaricidi.La
restaurazione del costume dei padri per la potenza di Roma era una sciocca
utopia.Occorreva imbrigliare la città,aggiogarla,ed impedire che potesse
distruggersi tra lotte intestine e lascivie.Un dictator,una personalità
forte ed eclettica doveva ascendere al Campidoglio.Non quegli assassini
dal cuore di cerbiatto.In quel luogo sacro si erano rifugiati;attendendo
gli eventi,offrendo a Marco Antonio ed Emilio Lepido la possibilità di
destreggiarsi tra la confusione ed il disordine. Un fumo denso di
terrore attanagliava ogni osteria,ogni fiera,ogni strada.I passi erano
frettolosi,il domani greve.Grandi carri trasportavano i beni dei patrizi
nelle ville,alcuni artigiani abbandonavano le proprie botteghe,i traffici
languivano.Roma era una lupa pronta a smembrare chiunque.Lo sgomento di
Antonio era grande.Aveva parlato con Cesare all’indomani del delitto,e
tutto sembrava non presagirlo.Solo Calpurnia sognava temibili
vicissitudini,ma entrambi ne avevano riso.La Curia di Pompeo era
protetta,era sacra,era inviolabile.Chi avrebbe osato profanarla con il
sangue del discendente di Enea?Un gruppo di senatori,un segnale,ventitrè
colpi.L’ira di Venere era stata provocata.Antonio sognava spesso quel viso
esangue ed interrogativo,afflitto e sdegnato.Sapeva che il dolore maggiore
di quell’uomo non era stata la morte violenta,ma l’incomprensione di ciò
in cui credeva.Aveva sfidato la sorte,convinto le truppe,infiammato gli
animi.Aveva un sogno. Il progetto di Ottaviano si modellava ad ogni
ciclo del sole.La sua cerchia si restringeva,le figure si
delineavano.Sembrava che Atena lo avesse incaricato,percepiva un volere
divino nel suo agire. Antonio doveva procedere.Si recò da Calpurnia,la
vedova del dittatore.Era pallida,austera,distrutta.Entrambi erano
provati,ma il dolore non li univa;entrambi sospettavano l’uno
dell’altro.La donna vedeva riflessa in Marco Antonio la causa della morte
di Cesare;vedeva la politica romana.Erano stati anni difficili,la tresca
con Cleopatra,il figlio,i presagi,il delitto.Un susseguirsi di
nefandezze,di lacrime,di furore.Tutto spazzato da quel quindici marzo.Ed
ora lo spettro delle idi era dinnanzi a lei.Antonio si fece consegnare le
carte politiche ed il denaro. Accentrava il potere,stringendo
alleanze. Il ragazzo rifletteva.Era necessario un incontro con
Antonio,era necessario uno scontro oppure un accordo.Roma non poteva
ospitare due soli,ma non era pronta nemmeno ad un nuovo dilaniamento
sociale.L’unica iniziativa doverosa era quella di raggiungere la città,di
imporre la propria presenza fisicamente.Ottaviano non doveva più essere un
nome evanescente,ma una presenza corporea.Avrebbe conosciuto il foro,la
Curia,il tempio di Saturno.Avrebbe conosciuto i luoghi del potere. Nel
Senato Antonio parlava concitatamente.Gli occhi dardeggiavano,le movenze
esprimevano ora stizza,ora approvazione.Era un sapiente
oratore,comprendeva l’importanza del linguaggio.Si batteva affinchè il
senato concedesse l’amnistia ai congiurati ed al contempo permettesse i
funerali di stato per Cesare.Era scaltro.Con le votazioni,venne sancita la
sua vittoria.Quasi ruggiva in Egitto al ricordo di quella memorabile
seduta.Aveva cercato il dialogo con la massima assemblea romana,aveva
ottenuto lo scopo.Durante le celebrazioni il volgo sarebbe stato
incanalato come un placido torrente lì dove Antonio desiderava che
fluisse. Non aveva assistito alla magnificazione di Cesare,ma
comprendeva l’importanza dei tumulti popolari seguiti alla
solennizzazione.Davanti ai Rostri venne edificata un’edicola
dorata.All’interno venne esposta la toga insanguinata.La raggiunse anche
il corpo dilaniato su porpora ed oro,condotto dai magistrati.Gli animi si
scossero.Con la lettura del testamento,trecento sesterzi per ogni
cittadino romano,e lo splendido discorso di Marco Antonio,si
infiammarono.Cesare bruciò,e qualcuno vide un’aquila levarsi in
cielo.Divenne il Divo Giulio.Tuttavia,nello stesso testamento,era stato
designato l’erede,era stato adottato;lui,Caio Ottaviano. Antonio si
mantenne conciliante,non disponeva ancora delle forze necessarie né per
abbattere i cesaricidi né per prendere Roma.Doveva accrescere il prestigio
personale,avere delle legioni fedeli disposte a perorare la sua
causa.Ottenne la provincia di Macedonia,ricca non solo di storia,ma di
milizie disposte da Cesare per la spedizione contro i Parti.Marco Antonio
avrebbe dovuto sconfiggerli definitivamente,non appena Roma fosse stata
salvata dal disordine e dal caos. Ottaviano intraprese il viaggio.Un
aprile inoltrato lo accompagnava con una brezza.Era teso,ma
determinato.L’Urbs poteva accoglierlo come una madre,donandogli
trionfi per la via Sacra,oppure scaraventarlo nel carcere
Mamertino,con la stessa mutevolezza. Il ragazzo marciava.Antonio
avrebbe desiderato che una voragine lo inghiottisse.I consensi di cui
godeva erano ancora fragili.L’arrivo di Ottaviano avrebbe potuto
spezzarli. La domus era riccamente decorata;l’anticamera,su fondo rosso
cinabro,era centrata su un’edicola a fondo bianco,mentre l’alcova aveva la
parete di fondo organizzata intorno ad uno spazio rettangolare
caratterizzato da una complessa scena figurata:una naumachia.Antonio ed
Ottaviano si osservavano,i freddi occhi del giovane indugiavano
sull’uomo.Non aveva assaporato la gustosa uva che il generale gli aveva
offerto,il sospetto di velenificio aveva lasciato il frutto
intatto.Intuiva che dietro il sorriso sprezzante di maschera teatrale si
celava l’odio. Era un adolescente.Chiedeva che gli fosse consegnata
l’eredità,con una voce acerba.Aveva rifiutato l’uva.Aveva trascorso
davvero troppo poco tempo assieme a Cesare,per apprendere che gli uomini
cozzavano nelle battaglie,non tra le pozioni. Ottaviano non si scompose
quando Marco Antonio gli negò i tre quarti del testamento.Erano stati
dilapidati,immaginava.Era stato allontanato con arroganza,come un
mendicante cencioso.L’episodio lo trasportò nell’Odissea omerica.Ad Itaca
Ulisse si era finto un mendico cretese.Con mentite spoglie aveva
sterminato i Proci,le dodici ancelle amanti,il capraio Melanzio.Doveva
esercitare anch’egli il multiforme ingegno,per costruire il cavallo di
legno che avrebbe espugnato la città. Antonio era solo.Le torce
diminuivano d’intensità.Aveva scorto negli occhi del ragazzo
l’ambizione.Non si sarebbe allontanato da Roma,non sarebbe tornato ai
giochi puerili. Alienò dal collaboratore di Cesare ogni approvazione
che fosse instabile ed incerta.Trovò un terreno fertile,sia per il proprio
nome,sia per il risentimento di molti.Antonio era pericoloso;alcuni
credevano potesse spingersi dove Cesare non era giunto,credevano potesse
afferrare la corona tre volte respinta dal figlio di Aurelia. Il tempo
scarseggiava,ed Antonio necessitava di maggiore influenza politica.Ottenne
la Gallia Cisalpina e la Gallia Transalpina.Ancora troppo
poco. Cicerone lo sosteneva.Era influente,benchè fosse un homo
novus,senza alcun natale illustre.Le orazioni proclamate dallo studioso
erano acute,carismatiche.Un alleato era prezioso,specialmente se incantava
le folle. Quell’agricoltore parteggiava per il ragazzo.Antonio lo
derideva sin dalla tresca con Clodia.L’aveva definita amica di tutti,ma
era solo lo sfogo di un uomo sedotto e poi rifiutato.Con quanta veemenza
l’aveva attaccata nella pro Caelio!Era ridicolo ed antiquato.Quando si era
consumato l’assassinio di Cesare,aveva scritto di essere felice,di gustare
una gioia assaporata con gli occhi per la giusta morte del tiranno.Era
agreste.Molto spesso proprio coloro maggiormente arretrati erano i più
riottosi ai cambiamenti. Ottaviano esultò per la stesura delle
Filippiche.L’arte oratoria di Cicerone gli era favorevole.Insinuazioni ed
attacchi avrebbero minato la posizione del rivale.Piove,Giove
Tonante. In ottobre Marco Antonio ruppe l’armistizio,ed ordinò alle
legioni macedone di avanzare in Italia.Avevano calpestato il suo onore,le
vele della gloria che egli aveva condotto erano pesanti d’acqua,strappate
da onde maliziose e millantatorie. Ottaviano si consultava con
Agrippa;eleborarono una strategia.Non godevano di ingenti
milizie.Giocarono allora sul nome che Ottaviano evocava per schierare i
veterani cesariani.Accorsero. Antonio avanzò furente nella Curia.Quel
ragazzo era un nemico pubblico,e come tale era doveroso estrometterlo
dalla politica.I senatori si opposero.Plumbei come gufi
notturni,marmorei.Il discorso di Antonio non li scalfì,e dovette ricorrere
alla forza.Abbandonò Roma per dirigersi nella Cisalpina,con l’intento di
usurparla a Decimo Bruto.Quando vide la città allontanarsi,impennò il
cavallo.Un turbinio di emozioni lo squassava,la vista perse di
nitidezza.Non poteva attardarsi,spronò il destriero.Non una parola,non un
lamento.Era Marco Antonio. Bruto,nonostante l’ordine di resistenza,fu
sbaragliato.Ottaviano non ne fu sorpreso,e s’interessò con crescente
entusiasmo alle filippiche declamate da Cicerone.Oramai incitava il senato
ad agire prontamente contro colui che aspirava alla dittatura.Giunse
perfino a voler revocare le leggi varate da Antonio;tuttavia,la massima
assemblea manteneva ancora una fredda nutralità. Credevano ambisse
all’accentramento dei poteri,ma erravano.Solo lui aveva progettato
l’avvenire della città con Cesare,solo lui si era specchiato in quel
sogno.Gli impedivano di marciare per la Cisalpina.Un branco di vecchi lupi
guidati da un fittavolo.Se gli eventi non fossero stati così malefici per
Roma,ne avrebbe anche riso. Aveva ottenuto l’imperium.Il cursus honorum
finalmente si definiva.Si raccontava che Cesare avesse pianto dinnanzi ad
una statua di Alessandro Magno,poichè in età matura ancora non era né
influente né noto.Lui aveva diciotto anni. L’assedio era pronto.Modena
si sarebbe difesa inutilmente,e con lei Bruto.Era irrequieto,livido,ma
disposto a trattare.Non credeva che una rottura drastica con il senato
avrebbe giovato.I messi raggiunsero Roma.Il senato decise,aizzato da
Cicerone.Annullò la legislazione di Antonio.Nitriti.Mantelli
lacerati.Grida. Sconfitto!Marco Antonio era stato battuto!Ottaviano era
deliziato.Per il senato era stata una vittoria di Pirro;i due
consoli,Irzio e Pansa,erano periti.Per il giovane era il segno tangibile
dell’astro calante del generale. Antonio riparò nella
Transalpina.Rafforzò l’esercito.Non poteva concedersi il lusso di un’altra
sconfitta.Il viaggio per l’Italia fu teso,come quello del
ragazzo.Tornare significava pericoli,scontri,veleni.Tornare significava
vincere. Ottaviano non si alleò con Bruto,e Antonio conquistò la
Cisalpina.Non si sarebbe mai schierato con la feccia.Avevano assassinato
Cesare come lepri,e si erano tuffati subito dopo nella tana del
Campidoglio.Non poteva sussistere alcuna mescolanza.In estate,ruppe con il
senato.Se non fosse stato finanziato,avrebbe deposto la maschera mansueta
e conciliante. Il ragazzo aveva presentato la propria candidatura per
il consolato.Non aveva neppure l’età legale minima.Quei vecchi ciarlatani
erano stati ingannati proprio dal loro prediletto,dal salvatore della
patria,da colui che li avrebbe preservati dal dominio di quel pazzo
arrogante di Marco Antonio.Il generale sorrideva.Aveva afferrato la
personalità del ragazzo,aveva intuito la feroce ambizione celata dietro
eleganti movenze.Scrutava spesso i volti,studiava i ritratti.Da un
movimento fulmineo deduceva gli umori dell’interlocutore.Nell’incontro con
quel puer,aveva scorto brama e cupidigia. Ottaviano marciava nuovamente
su Roma.Armato.Nessuno gli oppose resistenza,nessuno lo attese
acclamante.Il timore serpeggiava ovunque.La paura,fobos,aiutava gli
uomini. Aveva ottenuto ciò che desiderava.Era console.Antonio prestò
notevole attenzione alle modifiche legislative apportate dal giovane e
dalla schiera di consiglieri.Nessuna amnistia per i cesaricidi.Isituzione
di un tribunale speciale.La dittatura era un’isola sempre meno
evanescente. Cosa fare del rivale?Ottaviano rifletteva.Strinsero
un’alleanza,mediata da Lepido.Il giovane necessitava di Antonio,così come
il generale del ragazzo.Erano entrambi troppo deboli sia per conquistare
Roma singolarmente,sia per combattersi. Ottaviano era simile ad un
uccello grifagno.Antonio ad un leone turbato.Lepido,un granchio
altalenante,pronto ad insabbiarsi.Con la Lex Titia nasceva il Secondo
triumvirato. Antonio esaminava le liste di proscrizione stilate.Erano
il frutto della discordia civile,terribili e necessarie.I beni confiscati
avrebbero salariato le legioni.Il potere era connesso ad ogni singolo
sesterzio.Sentenziò la condanna.Un altro nomen.Quell’uomo aveva cercato di
rovinarlo,e solo grazie alla scarsa iniziativa del senato aveva
fallito. Ottaviano era combattuto.Non assecondare Antonio significava
rompere l’accordo;non fermarlo,tradire. Cicerone porse il collo dalla
lettiga.O tempora,o mores. Antonio desiderava vincere.Partì per
Filippi.La prua della nave sembrava troppo modesta per contenere una tale
furia.Odiava le battaglie vacue ed aleatorie del senato,odiava quelle
combattute furtivamente. Ottaviano accarezzò la sabbia.Bruto e Cassio
erano avversari valorosi,ma come tali dovevano perire.La vendetta regnava
in Macedonia. Antonio incitava gli uomini,spronava il
destriero,allontanava il cibo.Era nuovamente fuso nel suo elemento,la
guerra.Erano romani.Avevano distrutto l’onore.Non erano degni del soffio
vitale.Cassio scelse il suicidio;in una vita di vergogna,almeno la morte
era stata decorosa. Ottaviano fu sconfitto.Non venne ferito,ma l’onta
subita gli conferì un aspetto cereo. Il ragazzo era stato
sbaragliato.Antonio intervenne,dopo tre settimane.La sconfitta di Modena
era solo uno spettro,il furore militare lo trascinava come nei primi anni
d’armi.Bruto venne rovinosamente battuto.Marco Antonio era il riflesso di
Marte. L’armonia del triumvirato si incrinò;con l’estromissone di
Lepido,Antonio godeva del massimo prestigio.Aveva flagellato i
cesaricidi,salvato Ottaviano dalla disfatta ed indotto al suicidio gli
esponenti maggiormente esiziali. Occorreva confiscare le
terre.Centomila soldati attendevano una paga.Cavalcava un cavallo
irrequieto,e quella strega di Fulvia tentava anche di disarcionarlo.Gli
procurava nuove inimicizie,ed era una scommessa comprendere se agisse
personalmente oppure consigliata da Marco Antonio.La moglie del triumviro
era pericolosa,così come Lucio,il fratello. Antonio temeva per la
donna.Ottaviano era uno scorpione ferito.Sanguinante,ma pur sempre
velenoso.La rete che abilmente gli stava tessendo attorno poteva
risultarle fatale. Lucio organizzò diverse milizie a Preneste,ed il
figlio di Cesare agì.Le truppe non lo abbandonarono.Assediò Perugia,si unì
agli strepiti dello scontro che tanto lo disgustavano. Lucio era uno
sciocco.Non poteva soccorrerlo.Ottaviano non era un puer
manovrabile,oramai era noto.L’ansia lo attanagliava per la sorte del
fratello.Perché aveva ammassato le truppe?Perché aveva l’imperium per
muovere contro Ottaviano?Il senato lo aveva incaricato solo perché era
debole e fiacco,e necessitava di qualcuno che si spingesse per
lui.Sciocco. Fulvia salpava per Sicione.Esilio.Avrebbe osservato
l’orizzonte non più dal Palatino,non più dalla via Sacra,ma da una ventosa
città greca. Antonio commiserava la moglie.Roma lo avrebbe presto
accolto,ma tra i volti della folla gaudente non avrebbe scorto Fulvia.La
chioma ramata sarebbe stata acconciata da mani barbare,le vesti sfarzose
sostituite.Tuas res tibi agito. Ottaviano lo attendeva.Antonio accettò
le motivazioni addotte dal figlio di Cesare.Lucio e Fulvia avevano destato
l’ira del giovane.Nel ciclo degli eventi,era giusto fossero
puniti. Mangiò quel pane preparato con l’antico cereale,il
farro.Ottavia indossava un abito bianco,delle calzature vermiglie,ed aveva
i capelli raccolti in una rete dello stesso colore.Si era inchinata sotto
il giogo.Con gli accordi di Brindisi,dopo la morte di Fulvia,Marco Antonio
si era unito alla sorella di Ottaviano. Antonio era l’Oriente.Si era
recato in quelle terre lontane per la campagna militare progettata da
Cesare.L’amore lo aveva travolto.Quando la nave regia fendeva le
acque,magnifica,Marco Antonio era seccato.Attendeva quella donna dal primo
albeggiare,ed oramai il sole splendeva alto.La vide.Quegli occhi.Quella
musica.Sembrava essersi trasformato nella pioggia d’oro che investiva
Danae,in Apollo che rincorreva Dafne,in Nausicaa che non fuggiva dinnanzi
ad Odisseo.Sembrava che Roma fosse ancora popolata da pastori,sembrava che
il foro fosse ancora una palude umida.Sembrava che tutto scomparisse nel
sorriso della regina.Chi sia stata davvero Cleopatra,dubito che mai
qualcuno l’abbia compreso,qualcuno che non si sia specchiato nella giada
dei suoi occhi. I Parti avevano occupato molte regioni nell’Asia
minore,nella Siria e nella Palestina.Roma fu salvata dai conflitti
dinastici che impedivano ai barbari di spingersi oltre.Antonio li
fronteggiò,ma gli scontri avevano esiti alterni;mai le vittorie erano
state così alate. Ottavia era stata ripudiata.Fango sul nome della sua
gens.Quel folle aveva dichiarato ad Alessandria che Cesarione era il
legittimo erede.Il frutto di quella tresca con quella
prostituta.Cesare,Marco Antonio.Caricava chiunque potesse salvare l’Egitto
dei faraoni.Quell’ibrido,quell’orientale a Roma!Non avrebbe retto nemmeno
ad un sorso di vino latino. Arginare i Parti.Tale imperativo categorico
guidava le azioni di Marco Antonio.Se i figli suoi e della regina avessero
regnato nei territori di frontiera,si sarebbe venuta a creare una cinta
muraria compatta contro le invasioni.A Roma tutti erano
sconvolti,indignati,atterriti da tale progetto.Antonio avrebbe voluto
vederli ridotti in schiavitù,avrebbe desiderato assistere allo stupro
delle loro donne,alla confisca dei loro possedimenti..Sarebbe stato lieto
di osservare quei barbari incolti banchettare sulle rovine di Roma.Forse
allora,a quegli stolti,il suo progetto non sarebbe apparso tanto
vaneggiante. Il golfo di Ambracia era illuminato da un pallido
sole,pavido,quasi timoroso di nascere.L’aria frizzante di settembre
accarezzava un giovane che scrutava il mare,ed un uomo che giaceva accanto
ad una regina. La battaglia fu cruenta.Le sorti si alternavano;Roma e
l’Egitto cozzavano tumultuosamente.Dei animaleschi e divinità mutuate dal
modo greco si ergevano dai navigli,le grida ammutolivano le onde.Il legno
d’acero si scontrava con il frassino,i vessili variopinti con la porpora
romana.Frecce oscuravano il sole,lameti si fondevano.La
paura,fobos,aiutava gli uomini. Antonio venne sconfitto da
Agrippa,dall’eccellenza militare di quell’uomo nobilitato solo
dall’amicizia di Ottaviano.La tattica da lui promossa avrebbe mutato il
destino di Roma.Avrebbe determinato la fine della repubblica. Antonio e
Cleopatra fuggirono in Egitto,dove si uccisero.Rifiutarono la vita per la
libertà. Ottaviano divenne Augusto,assumendo il titolo di princeps tre
anni dopo la battaglia di Azio. Un nuovo astro sorgeva su
Roma.Giustizia,rettitudine,prosperità,pace. Esili,condanne,castighi,dolore. La paura, fobos,
aiutava gli uomini.