Mio padre,
imponente, quarantenne, sicuro di sé. Lo osservavo soffermandomi
spesso sulla compattezza dei suoi capelli, intrisi di brillantina solida.
Perfetti quei capelli, tirati all’indietro, con maestria, convergenti
dietro la nuca, in un unico punto geometrico….emetteva luce propria
mio padre, come un sole umano.
Odore acre, forte di brillantina, dolciastro di tabacco, questo era lui
in quelle sere d’estate, mentre io, stupito, lo ammiravo incantato.
Con voce roca, per le troppe sigarette, pronunciava discorsi infiammati
di odio di classe, denunciava ingiustizie, paladino di sacrosante cause,
rimproverando i suoi interlocutori con parole vibranti e severe.
Ed io in quelle sere mi smarrivo nel suono di questa voce, il misto brillantina-tabacco
e il profumo della brezza marina, ancora delicato e privo di catrame.
La voce dominava la piazza, rimbalzava con eco possente, s’insinuava
nelle viuzze del quartiere, giungeva all’imbocco di via Misero,
si espandeva nell’aria come l’odore del mare.
Era proprio lì, all’inizio di quella via, la terza casa sulla
destra venendo dalla spiaggia, di fronte alla ferrovia Circumflegrea.
Davanti alla finestra aperta di un basso, un bel basso pieno di buoni
aromi, pane, caffè, ragù, un basso pulito, di un candore
sottoproletario, la voce si disperdeva, diventava altro suono…un
rimprovero di madre, un litigio di bambini.
Ed ecco mio padre, coriaceo scugnizzo, che guizza, saltella, imprendibile,
impertinente…
Le ginocchia sporche, una camicia malmessa ed un pantaloncino legato con
un pezzo di spago Eccolo lì ‘o figlie e sfaccimme
Via Misero, pavimentata con antiche lastre di pietra era sicuramente la
strada più antica di Bagnoli.
Una strada breve ma importante, popolata da infinte vicissitudini umane.
Un piccolo mercato di pescivendoli e fruttivendoli, varie mercerie ambulanti
e i bassi dove abitavano i più poveri del quartiere.
Quei bassi erano diversi da quelli del centro storico di Napoli…chissà,
il fatto che si trovassero a pochi passi dal mare, li rendeva forse meno
tristi, inondati di luce, di brezza, la tramontana, lo scirocco.
Erano più freschi d’estate e più caldi d’inverno,
grazie alla pietra di tufo di cui erano sapientemente costruiti.
Giungeva in queste povere abitazioni il sapore del mare, l’aria
era sempre tersa e cristallina.
La miseria appariva così più sopportabile..
Quante volte avevo percorso quella strada tenendo la mia piccola mano
in quella ben più grande e possente di mio padre.
In uno di quei bassi abitava mia nonna che andavamo a visitare ogni domenica
mattina.
Mio padre allora non portava ancora gli occhiali, aveva uno stile proletario-hollywoodiano,
capelli lisci, lucidi, compatti, vestiti blue scuro, cravatta, scarpe
tirate a nuovo, fumava Nazionali Senza Filtro e il suo alito emanava aromi
di tabacco e caffè corretti all’anice.
Ed in quella brezza domenicale io ero felice…
Da Capo Posillipo allo scoglio della Morte la fabbrica
ricamava luci nella sera che si confondevano con quelle più lontane
di Pozzuoli e di Procida. Nell’aria miscele di alghe marine e immondizie
accumulate tra gli scogli.
Uomini con denti d’oro, il petto bruciato dal calore delle colate
d’acciaio fuso percorrevano in quell’ora serale il lungomare.
Già in quel tempo le storie di mare erano più rare…
la fabbrica aveva catturato abili pescatori convertendoli a ben altre
narrazioni che la “paranza” o lo “strascico”.
Agli scenari di pesca si era prepotentemente imposto un linguaggio siderurgico,
metalmeccanico:
“ Altiforni”, “Carroponti”, “Laminatoi”.
Resisteva a questa conversione solo il gruppo di pescatori di Coroglio,
un piccolo borgo ai piedi della collina di Posillipo. Questi abitavano
in piccole case di tufo costruite da loro stessi negli anni addietro.
Ma ormai tutti già parlavano, con volti seri, della fabbrica, “o
cantiere”, definito da me successivamente in modo più appropriato
col nome di “Cantiere Unico”.
Antonio usciva di casa all’alba quando era
ancora buio, aveva una bici nera, vecchia, col telaio arrugginito, una
di quelle bici massicce, indistruttibili…e filava a velocità
sostenuta nell’alba, lungo il percorso che portava al “Cantiere
Unico”, attraversando strade con nomi antichi: via Enea, via Eurialo,
via Lavinia, via Ascanio…poi la piazza, e che piazza, la più
bella del mondo, con due bar, uno di fronte all’altro: il “Varriale”
e la “Fonte del Gelo”.
La bicicletta di Antonio andava, senza un cigolio, vecchia ma ben oliata,
il fanale illuminava tratti di asfalto, quante bici a quell’ora,
come un appuntamento improrogabile, intermittenze di luci, ora smorzate,
ora più vive, ora ondeggianti.
I tavolini del bar Ferropoli, il bar del dopolavoro
Italsider, cosparsi di tazze di caffè e portacenere con allegre
pubblicità del Campari, il sabato sera si trasformavano in piani
di lavoro per accaniti giocatori di totocalcio.
Poco lontano, guardando le luci della fabbrica, sembrava di trovarsi di
fronte ai bagliori notturni di una grande metropoli, invece erano solo
le luci degli altiforni, dei carroponti e del pontile di attracco che
si stagliava fino al largo nello spazio adiacente all’isola di Nisida.
Le sagome di quelle sculture industriali avevano un aspetto mostruoso,
le facciate ferruginose dei palazzi circostanti infondevano una sottile
malinconia nell’animo,
Per fortuna proprio lì, di fronte, a pochi metri, uno scenario
diverso rasserenava uomini e cose.
L’arenile era come rassettato a quell’ora di sera.
Regnava un ordine quasi naturale a riva, le reti piegate, le barche in
fila, variopinte, pronte a prendere il largo. L’indomani…