Dalle finestre arabescate del maestoso
convento ottocentesco, Alessandra guardava coi suoi begli occhioni scuri
il sole che moriva lontano tra i nugoli di edifici, e abbagliava per
l’ultima volta, almeno per quel giorno, il suo volto di perla. Smarrita
nella rete inestricabile dei pensieri fissava gli ultimi riflessi di luce
che imporporavano, ora i dorsi levigati delle colline, ora la vasta piazza
che si apriva dinanzi a lei coronata da piccoli mucchi di case cadenti, e
si confondevano con le ombre in un gioco vorticoso di iridescenze;
guardava i cirri sparsi addensarsi all’orizzonte e bruciare in
quell’ultimo accesso di luminosità; i platani, i salici piangenti, l’agave
abbarbicata al sottile faggio, che incominciavano a rifiorire,
eclissarsi come tutte le cose, inghiottite dalla girandola del giorno che
come sempre finiva! Lo spettacolo della natura leniva la
sua pena, lasciandole quella calma, quella pace interiore, che il suo
spirito anelava da tempo; ritrovava, anche se per poco, quella freschezza,
quella giovialità, che rendono giovani e forti. Da quel luogo, tempio
della religione e della fede, si sforzava di lanciare lo sguardo sino
all’infinito, e l’esistenza assumeva una forma nuova, sconosciuta, di chi
la osserva da lontano e trova assurdo, incomprensibile il gioco di
passioni, gioie, dolori che tormentano l’animo umano. Eppure anche lei
aveva vissuto e voleva ad ogni costo vivere ancora, lanciarsi tra la
gente, ed affannarsi per le cose più futili, e sentire quella pienezza di
cuore che in passato l’aveva resa felice! Il mondo, il piacere, l’amore
era tutto al di là di quella finestra, tutto ciò che aveva desiderato e
desiderava ancora, ma una forza misteriosa che non comprendeva, che si era
impossessata del suo essere, la tratteneva. La sofferenza, la
consapevolezza del male che si annida nelle cose aveva scavato nel
suo spirito e spenta quella capacità, di cui era così fiera, di sorridere
alla vita, di provare gioia anche per l’evento più insignificante. «Che le
era accaduto? Che n'era stato dell’Alessandra di un tempo?», si chiedeva
in un lungo spasimo di dolore. Cercò di non pensare; fissò l’orizzonte,
dove si dissolvevano gli ultimi bagliori di fuoco, e sentì il suo cuore
ferito, dolorante, sanguinare, bruciare. L’angoscia di non avere risposte
che sciogliessero il nodo dei dubbi aumentava, e una tristezza profonda,
che la lacerava, l’annientava, scese sin nel profondo della sua anima.
Si alzò un po’ di vento, che le scarmigliò lievemente i
lunghi capelli neri; le baciò il viso di luna, la bocca fresca, il collo
latteo. Silenziosa fermò lo sguardo sul cielo che lentamente si tingeva di
blu; contò le stelle, una, due, tre…! Respirò a pieni polmoni l’aria
pungente e fragrante della sera, presaga di una nuova primavera, di un
nuovo ciclo della natura. Si fece forza, «Perché essere triste, domani
sarebbe stato un altro giorno?!», pensò. Sentiva le forze
rifiorire, rigenerarsi, ma qualcosa mancava !… La vita riesplodeva nel suo
cuore, ma timidamente, poco alla volta; non doveva fare altro che
pazientare, e le ferite lentamente sarebbero guarite; avrebbe morso ancora
una volta i doni che il piacere le avrebbe offerto, avrebbe bevuto dal
calice del destino essenze più dolci di quelle che aveva assaporato in
passato. Fermò nuovamente l’attenzione sulla piazza;
intravide una panchina, un ricordò balenò nella memoria. Ritornò
alla mente l’immagine di un uomo che in un giorno lontano aveva
amato. I suoi sguardi, i suoi baci, le sue calde parole d’amore, il calore
di quel pomeriggio di giugno, l’intensità di quelle emozioni rifiorirono,
come d’incanto, vivide e luminose, come se il passare del tempo non ne
avesse mai stinto la fragranza e il colore. Rivide l’azzurro intenso
di quel fugace istante, sentì sul suo corpo arroventato il contatto di
lui, e la sete, la fame insaziabile di amore, di possesso che li aveva
uniti. Le vennero le lacrime agli occhi. Perché tutto ciò
che era bello doveva finire, doveva prima o poi spegnersi? Tutto le
sembrava ora così irreale, assurdo, anche il passato, i ricordi, le
sensazioni che aveva provato le apparivano come un sogno,
un’illusione, un bellissimo parto della mente, che oramai non
le apparteneva più. E poi lei non era più la stessa; sì era ancora
giovane, aveva ancora la bocca ridente, rossa, avida di baci, ma qualcosa
era mutato, un’ombra immensa era caduta sulla sua rosea esistenza, e aveva
cancellato l’ingenuità, la capacità di abbandonarsi senza timori. «Ah, Dio
mio!», si diceva se pensava a quante paure stringevano il suo cuore
inquieto. …Ma lui, Sergio, l’aveva poi mai amato?; …sì certo, allora lo
amava, e un poco anche ora…ma tutto appariva così amaramente privo di
senso. …Poi, ripensò alla gioia che provava ogni volta ad accarezzare il
suo volto, i suoi capelli, e capì che ne aveva avuto, che lui era ancora
parte di lei, che nessuno poteva toglierle ciò che il destino, anche se
solo per poco, le aveva donato. Le apparteneva, era un piccolo frammento
del suo mondo, delle sue gioie e dei suoi dolori, della sua ansia di
amore! Capiva che tutto il piacere delle cose consisteva nel dolore che
spesso queste lasciavano nell’animo umano, che spesso le si ama tanto
perché ci fanno molto soffrire, e questa coscienza le faceva ancora più
male, perché era consapevole di essere l’unica a conoscere questa
terribile verità. Gli altri amavano, soffrivano e tutto il resto non
contava! Lei invece era logorata dal tarlo di dover capire, e questo
faceva di lei una creatura solitaria, dotata di una sensibilità e di un
senso delle cose agli altri sconosciuto. … Dei
passi richiamarono la sua attenzione. Si avvicinò un monaco, basso e
corpulento, con il volto segnato da rughe, ma con gli occhi ancora vivi.
«Signorina, mi scusi, ma dobbiamo chiudere!». Lei annuì con un cenno
del capo, salutò e andò via. …
Durante il ritorno a casa Alessandra
percepiva con particolare intensità ogni odore, ogni più piccola
impressione che le veniva dal mondo esterno; l’inverno era stato duro, e
lei aveva sofferto e i suoi sensi provati si erano affinati. Ora le sue
nari, i suoi occhi, le sue mani, potevano cogliere con una sensibilità
nuova e straordinaria ogni impulso, ogni traccia che le cose che la
circondavano emettevano. Un odore, una macchia di colore, un contatto
improvviso le apriva ogni volta un mondo che prima le era ignoto. Il
dolore le aveva rivelato quasi per un’intuizione improvvisa, di amare la
vita e di esservi attaccata in maniera quasi viscerale, che quanto più era
tormentata dalla sua brevità tanto più provava un desiderio smodato di
tuffarvisi dentro, di assaporarne ogni sensazione. Ma il male, la
disperazione silenziosa, la malattia che tormentava il suo spirito, se
così la poteva chiamare, era forse un capitolo chiuso della sua esistenza?
Sapeva bene che non era così; l’avrebbe portata sempre con sé,
rappresentava l’altra faccia della medaglia, il naturale risvolto di ogni
cosa. Ma ora era più forte, più sicura, rinfrancata nel suo essere, nella
sua volontà, decisa a vivere ancora! «Perché morire? Che senso ha?
L’eternità è lenta, uguale, e prima o poi ci ghermisce con le sue
gelide fauci! Voglio morire sapendo di aver vissuto!»
Camminando aspirava il profumo dei narcisi che bordavano i fianchi della
strada; ne raccolse uno, e se lo pose tra i capelli, pensando che quel
fiore era il simbolo stesso della sua esistenza, del desiderio
insopprimibile di piacere, di bello, dell’egoismo più puro. Giunse sino al
mare; la sua casa era di poco più lontana. Si fermò ancora una volta,
fissò le onde spumeggianti che accavallandosi si infrangevano sulla riva;
si tolse le scarpe e a piedi nudi lentamente camminò sulla battigia (ne
sentiva il dolce contatto!). Vicinissima all’acqua vide il suo volto
balenare sulla superficie liquida e sorridendo pensò, «Sono ancora
bella!».