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  il racconto

Norma
di
Maddalena Lonati

La signora Norma era nata povera,ma era ricca di bellezza, e fu l’unica dote che portò sposando quell’uomo ambizioso che fece presto appassire la sua giovinezza e la sua avvenenza ma che le diede in cambio una brillante vita sociale e innumerevoli gioielli da salvaguardare dai ladri. Era rimasto ben poco di lei quando la incontrai la prima volta, era rinsecchita insieme ai suoi sogni giovanili. Era uno scheletro strangolato da numerosi fili di perle, che appendeva su di sé chiassosi completi gialli. Rappresentava con quel colore la solarità che non aveva mai posseduto, il calore che non l’aveva mai scaldata, l’energia che non l’aveva mai animata, l’allegria che non aveva mai conosciuto.
Si accontentava di quei vestiti per esprimere al mondo ciò che avrebbe voluto essere ma che non aveva avuto il coraggio di mettere in pratica. Ora rimaneva solo quel colore a parlare di sé. Di un sé che non era sbocciato se non in quei girasoli di tessuto. Alla sua trasparente fisicità, che aveva gradualmente sottratto al mondo, si contrapponeva la mole massiccia del marito, era ingombrante nelle poltrone così come nella vita altrui. La pancia prominente stretta nella cintura di coccodrillo era invadente come il suo sguardo indagatore. Stringendomi violentemente la mano mi radiografò e mi giudicò. Sapevo che l’aveva fatto. Ma mi stupii della valutazione positiva. Avevo superato l’esame,e la signora Norma mi aveva promossa ancora prima di conoscermi, lei provava simpatia e affetto per chiunque fosse caro al figlio, il suo amore esondante abbracciava Alessandro con tutti quelli che gli stavano intorno. Mi avevano accolta in famiglia. E questo non fece che accelerare la mia fuga. Non avevo ancora superato il meccanismo autolesionista per il quale, ogni volta che qualcuno mi mostrava reale affetto, io scappavo terrorizzata. Avevo avuto il sentore che la situazione in quella casa sarebbe presto diventata troppo familiare, troppo da Mulino Bianco, mi immaginavo con raccapriccio le abbondanti colazioni consumate scambiandosi sorrisi, i pigri pomeriggi trascorsi con sua madre a bordo piscina, le serate davanti al camino. Mi terrorizzavano quelle scene che vivevo come incubi, la mia psiche aveva allontanato da sé l’idea della quotidianità familiare tanti anni prima, denigravo gli affetti domestici, ero divenuta contestatrice verso i sentimenti e le convenzioni, ma questo mio essere sempre contro non era una posa, non era un atteggiamento da trasgressiva, era invece il risultato evidente di problemi affettivi non risolti. Per non soffrire mi ero anestetizzata verso i sentimenti che prima mi erano stati negati e poi avevo ripudiato. Ora non riuscivo più a relazionarmi con chi si dimostrava affezionato a me, mi irrigidivo, poi subentrava la voglia di fuggire. Nel mio teatro si doveva recitare senza contaminazioni di tenerezza, era un palcoscenico in cui si potevano mettere in atto anche grandi passioni, ma quando calava il sipario non dovevano rimanere scorie dell’accaduto. Così quel giorno ero consapevole di vedere per l’ultima volta gli occhi della signora Norma, quegli occhi verde menta che riuscivano a rinfrescare un viso altrimenti polveroso di cipria, il rossetto camelia che si rapprendeva in densi grumi nelle rughe delle labbra ancora carnose, consapevole di odorare per l’ultima volta l’abbondante lacca fra i capelli tinti di biondo norvegese e l’alito all’eucalipto. Mi stavo congedando dalla sua ottusa bontà e dai suoi completi giallo girasole, di lei sarebbe rimasto solo un nome, un titolo per un racconto.

 


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