La signora Norma era nata povera,ma era ricca di
bellezza, e fu l’unica dote che portò sposando quell’uomo ambizioso che
fece presto appassire la sua giovinezza e la sua avvenenza ma che le diede
in cambio una brillante vita sociale e innumerevoli gioielli da salvaguardare
dai ladri. Era rimasto ben poco di lei quando la incontrai la prima volta,
era rinsecchita insieme ai suoi sogni giovanili. Era uno scheletro strangolato
da numerosi fili di perle, che appendeva su di sé chiassosi completi gialli.
Rappresentava con quel colore la solarità che non aveva mai posseduto,
il calore che non l’aveva mai scaldata, l’energia che non l’aveva mai
animata, l’allegria che non aveva mai conosciuto.
Si accontentava di quei vestiti per esprimere al mondo ciò che avrebbe
voluto essere ma che non aveva avuto il coraggio di mettere in pratica.
Ora rimaneva solo quel colore a parlare di sé. Di un sé che non era sbocciato
se non in quei girasoli di tessuto. Alla sua trasparente fisicità, che
aveva gradualmente sottratto al mondo, si contrapponeva la mole massiccia
del marito, era ingombrante nelle poltrone così come nella vita altrui.
La pancia prominente stretta nella cintura di coccodrillo era invadente
come il suo sguardo indagatore. Stringendomi violentemente la mano mi
radiografò e mi giudicò. Sapevo che l’aveva fatto. Ma mi stupii della
valutazione positiva. Avevo superato l’esame,e la signora Norma mi aveva
promossa ancora prima di conoscermi, lei provava simpatia e affetto per
chiunque fosse caro al figlio, il suo amore esondante abbracciava Alessandro
con tutti quelli che gli stavano intorno. Mi avevano accolta in famiglia.
E questo non fece che accelerare la mia fuga. Non avevo ancora superato
il meccanismo autolesionista per il quale, ogni volta che qualcuno mi
mostrava reale affetto, io scappavo terrorizzata. Avevo avuto il sentore
che la situazione in quella casa sarebbe presto diventata troppo familiare,
troppo da Mulino Bianco, mi immaginavo con raccapriccio le abbondanti
colazioni consumate scambiandosi sorrisi, i pigri pomeriggi trascorsi
con sua madre a bordo piscina, le serate davanti al camino. Mi terrorizzavano
quelle scene che vivevo come incubi, la mia psiche aveva allontanato da
sé l’idea della quotidianità familiare tanti anni prima, denigravo gli
affetti domestici, ero divenuta contestatrice verso i sentimenti e le
convenzioni, ma questo mio essere sempre contro non era una posa, non
era un atteggiamento da trasgressiva, era invece il risultato evidente
di problemi affettivi non risolti. Per non soffrire mi ero anestetizzata
verso i sentimenti che prima mi erano stati negati e poi avevo ripudiato.
Ora non riuscivo più a relazionarmi con chi si dimostrava affezionato
a me, mi irrigidivo, poi subentrava la voglia di fuggire. Nel mio teatro
si doveva recitare senza contaminazioni di tenerezza, era un palcoscenico
in cui si potevano mettere in atto anche grandi passioni, ma quando calava
il sipario non dovevano rimanere scorie dell’accaduto. Così quel giorno
ero consapevole di vedere per l’ultima volta gli occhi della signora Norma,
quegli occhi verde menta che riuscivano a rinfrescare un viso altrimenti
polveroso di cipria, il rossetto camelia che si rapprendeva in densi grumi
nelle rughe delle labbra ancora carnose, consapevole di odorare per l’ultima
volta l’abbondante lacca fra i capelli tinti di biondo norvegese e l’alito
all’eucalipto. Mi stavo congedando dalla sua ottusa bontà e dai suoi completi
giallo girasole, di lei sarebbe rimasto solo un nome, un titolo per un
racconto.