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Partire di sera di Claudio Soccorsi Nel momento più oscuro della sua giovane vita aveva scelto di smettere gli studi, di partire militare e di restarvi, come soluzione alla solitudine di una giovinezza inetta fino allora. Dover andare marinaio gli aveva dato poi l’aire che mancava: perché in lui il rumore di risacca si era fuso col primo suo vagito, iniziandolo a un rapporto naturale d'amore con il mare; il profumo delle alghe e del sale sugli scogli colmava ancora i suoi polmoni. Ed era partito al tramonto di una sera. Immobili sul marciapiede grigio ferroviario lo tenevano legato cogli sguardi la madre e la sorella Biagia, che lui chiamava sora; questa aveva tutto il tempo piagnucolato distruggendo col moto continuo delle mani una teletta che aveva per fazzoletto, fino al singhiozzo urlato al distacco del treno alla stazione. Era sera, era l'inizio dell'autunno, il sole tramontava e Fabiano aveva un peso al cuore che saliva su alla gola, chiudendola alle grida di risposta. Il viaggio in treno per quasi dieci ore lo aveva stancato più che una nottata in mare a tirar reti facendo il mozzo; e oramai in procinto di arrivare, aveva voglia di tuffarsi appena giunto e scrollarsi l'odore di treno dalla pelle: si avviò con ansia, non lo vedeva ancora, ma era ben strano che non avvisasse il suo profumo... ma ecco là, perché: non era mare come lui lo conosceva. Deluso lo guardava alla luce della aurora, ancora alla mano il bagaglio preparato dalla madre: pensava assorto a quando si bagnava al suo, che gli toglieva di dosso lo sporco e il sudore e li inghiottiva, restando eppure limpido e col medesimo sapore; e a come riscuotesse da quei bagni che prendeva al tramonto per sei sette mesi l'anno, una pace rilassata che saziava le delusioni del giorno che scendendo spariva con il sole in seno al mare. Gli tornavano i ricordi di bambino innamorato del suo mare, forte o docile a seconda dei suoi umori: questo mare lui da sempre lo aveva sentito maschio, così come la nuvola gli era parsa invece femmina ed il vento senza sesso; e tremava, da giovinetto, desiderando di farsi avvolgere dal mare e rimanervi, ma senza alzare mai lo sguardo nel timore che ci fossero le nuvole a scrutarlo. Si scosse: il giorno oramai avanzava. Le spalle al mare sporco, tornò indietro con impressioni nuove, aspettando che maturasse l'ora di presentarsi ai militari nella caserma quasi al centro cittadino dov'era stato destinato. Era pesante di pensieri intensi, quelli che sondavano un futuro incognito pieno d'ansie pel suo stato, e quelli nei quali riparava: la casa, il mare, i baci della madre, i silenzi delle notti a mare calmo, il sorriso della sora... Affanno e pace. Bianco e nero. Azzurro e rosso. Tornava ora coi pensieri ai luoghi riparati dei suoi giorni fino a ieri, perché temeva assai, man mano che passava l'ora, il salto ormai iniziato ma senza che fosse già atterrato salvo: i luoghi, gli orari, i cibi, i superiori, le punizioni, gli scherzi atroci e sessuali, gli altri maschi come lui... gli altri maschi e lui... Aveva inteso così tanto dire dai più anziani del paese della vita militare, da temere in misura esagerata i misteriosi riti a inizio corso e poi durante; le sottomissioni alle corvée più degradanti; ed altro ancor più serio ed opprimente... Ai lati dell'ingresso due garitte grigie e due statue in divisa le abitavano; appena dentro, un paio di soldati lo guardarono indagando su di lui, per sapere come fosse mai costui, quale sarebbe stato assieme a loro per il tempo di comunanza militare: gaio brillante spiritoso puttaniere fosco sapiente raccomandato ladro... e intanto come automa aveva già passato il varco e proseguiva dentro, non sapendo dove andare se non da un gruppo di tanti come lui vicino un fabbricato basso, porta aperta e un caporale che berciando a ritmi costanti spingeva dentro tutti quanti. Toccò a lui pure e sveltamente ricevette panni lenzuola gavetta giberna e la matricola: il suo nuovo nome, un numero qualsiasi, col quale distinguersi dagli altri. Si diresse al dormitorio e al suo letto, al centro della grande stanza, anonimo; e subito si chiese come fare a riconoscerlo al volo, al ritorno la sera stanco in camerata. I suoi vicini venivano da luoghi disparati: a destra un sardo basso e silenzioso e alla sinistra un abruzzese scanzonato; di fronte, un laureando marchigiano dotto, ma nei modi non distante, anzi, l'unico che subito gli aveva mostrato un'attenzione. Eppure, così diversi, avevano trovato un modo piano di stare assieme anche fuori di caserma quando evadevano dal trito quotidiano ed entravano nella città sconosciuta che non calzava affatto sulle spalle loro... un linguaggio rapido scorreva tra la gente... i loro occhi non li guardavano incrociandoli per strada…modi diversi nel vestire e nell’approcciarsi agli altri… Sotto i piedi loro, passavano pomeriggi più lunghi dello stare in caserma a faticare, cercando un caldo dove fermarsi in comunione con gli altri come loro, la stessa età, gli stessi jeans, i medesimi cantanti da imitare assieme a ansie di giovani in un’epoca malata per carenza di amore tra comuni. Ora che era passato il primo mese - così breve che non pareva già passato -; adesso solamente, appunto, Fabiano aveva preso a stare in pace nell’attesa che arrivasse il momento di apprezzare la scelta fatta di una vita programmata, nella quale ci fosse poco da pensare, vita affidata ad altri che ti dicono al mattino cosa fare risparmiandoti l’incerto di azzeccare un gesto, un moto, un pensiero che ti riempisse il tempo e il cuore fino al giorno nuovo. E intanto, assieme a questo, Fabiano cercava un equilibrio del suo vivere tra maschi e femmine: poche, queste, invero, ma sufficienti a illuminare la differenti reazioni sue e dei commilitoni al passaggio loro in strada o al muoversi ancheggianti sulla pista in discoteca. Non era una questione di fare scelte, ma di confrontare i suoi istinti e i desideri conseguenti con il mondo, con il modo di essere degli altri e dare pace a quella indifferenza ch’egli avea per le ragazze, confusa col vago desiderio di avvicinarsi ai maschi, a qualcuno più forte di quanto fosse lui, che lo sostenesse nelle insicurezze e al quale sottomettersi, obbediente, che si prendesse carico di guidarlo nei tratti oscuri che lo rendevano assai incerto ed incapace di gustare dei beni della vita. Non era schivo colle donne, no; le ragazze, poi, lo guardavano assai più di Ignazio, Raffaele e Guido, che un po’ lo punzecchiavano per questo, stimolandolo a cogliere occasioni “irripetibili”, sorpresi e poi talvolta incerti per gli strani atteggiamenti che esibiva disinvolto: perché lui aveva, in queste circostanze, modi di cameratismo abbandonato ed ammiccante, che neppure le ragazze intendevano, restando incerte e taluna anche delusa, perché lui non concludeva mai. Sabrina era fra tutte la più svelta e disinvolta, cresciuta in una casa luogo di aspri scontri tra padre e madre; l’ira e la violenza dov’era convissuta l’avevano indurita e resa donna amara, seppure mascherata da giovane avvenente disinvolta nel mondo degli adulti. Fin dal primo incontro con Fabiano e gli altri, del gruppo era stata l’unica a intuire la morbida diversità di lui, contesa appena dal dubbio di sbagliarsi. Con le amiche fisse, tre o quattro, aveva fatto qualche brusco accenno non più avanzato, dopo, davanti al coro dei dissensi loro; e un po’ soffriva per le convinzioni del suo cuore su Fabiano, confusa anzi per l’attrazione forte che esercitava sulle amiche. S’interrogava, la sera nel suo letto stretta con se stessa, sui sentimenti che portava alle sue amiche, in specie verso Licia; e su quella vaga sensazione di tenera attrazione ma ferma e forte per Fabiano. Si confondeva, riconoscendo in lei un combattimento vivo che la divideva in una doppia realtà: amare un ragazzo debole, di volta in volta di più o di meno, di quanto amasse Licia o un’altra amica. Aveva sentito dire di altre capaci di slanci teneri per quelle del suo sesso; anche in classe sua ce n’era stata una così fatta, che la stringeva spesso con sguardi intensi e con attenzioni singolari e lei fremeva: ma ora, lo strano suo dividersi tra Fabiano e Licia non lo comprendeva, non tornava, questo, nei suoi conti sull’amore tra i diversi e i pari sessi... Pensò una sera di parlarne a lui, di verificare per la prima volta con qualcuno la sua vera identità di donna o di diversa, per approdare a una spiaggia certa che le parlasse chiaro sulla natura che il fato le aveva dato. Perché non le sembrava più di stare bene con se stessa e neppure con gli altri, così com’avveniva prima. Capitò una sera in discoteca, una rissa venuta su dal nulla, una confusione e un fuggi via di molti, grida di paura e d’aggressione: Fabiano era terreo davanti alla violenza scatenata dei maschi tra di loro, prendeva colpi riparandosi il capo tra le braccia, accovacciato cercava un canto per sparire dalla scena ossessiva e massacrante la fragilità del suo carattere… Fu Sabrina che lo prese, avanzando sferrando colpi duri tutt’intorno, lo trasse fino fuori, lo portò nella sua grigia stanza casa sua, e per l’intera notte lo possedette trasmettendogli sensi e sicurezza, trasformata ora e contenta di se stessa. <- torna all'Archivio racconti |
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