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  il racconto

Per un attimo neonato
di Claudio Soccorsi

Ho avuto spesso desiderio di vestire un'altra vita, non più quella che indosso ogni mattino allo schiudersi degli occhi, ma un'altra vita, una vita primitiva, quella che inizia da un nòcciolo dove sei già persona e passa dall'oscuro insonoro e umido di un ventre ai suoni delle voci, ai colori tenui pastello celeste rosa verde bianco, ai contatti, quelli soprattutto, ai contatti dell'altrui mani col tuo corpo e della tua bocca col seno turgido di mamma.
Una vita unica bellissima, ove in pienezza si concretizza l'amore tra due simili, quello di tua madre per te che non sai ancora amarla.
Una vita, dunque, come quella che vedo scorrere nella pancia delle mamme e poi nei piccoli piccini in carrozzina; così disperatamente desiderata per viverla anche solo per un attimo, che il fato mi ha concesso la grazia straordinaria di passare un mattino e pomeriggio trasformato nei panni di quand'ero neonato.

***

Ho aperto gli occhi ancora sonnolenti muovendo le mie membra tenere sotto le coltri soffici amorevoli di lana smeraldina, tenue e leggera calda e protettiva. Versato bocconi come un ragno sulla tela, avevo una gota poggiata alla trama del lenzuolo e l'altra esposta, sicché una metà del volto mio era ancora abbandonata al sonno. E quindi, con l'unico mio occhio aperto al mondo e con l’orecchio, scrutavo luci e suoni - se ce n'erano - venire dalla stanza ove attenti riposavano mia madre e il padre mio, in attesa di un segnale di risveglio provocato dai miei moti.
Non avevo ancora voglia di muovermi dal dolce dormiveglia, solamente iniziavo a chiudere e ad aprire il palmo della mano sul lenzuolo con pigra attività: ma disponevo già di artigli sviluppati e traevo allora da quei moti alternativi delle unghie sul tessuto, un raspio leggero che rimbalzava nel silenzio della casa. Udii il fruscio dei movimenti di mia madre che si scuoteva dall'attesa in dormiveglia, mossa dai lievi miei richiami del risveglio in pace senza lai: mi pareva di vederla, il volto suo vestito di accenni di sorriso nella smania di avvicinarsi a me, senza rumori accesi se non bisbiglii appena sufficienti per mettersi in contatto d'amore con il figlio.
Mia madre è dolce sempre, quando si accosta a me per accudirmi o solamente per tenermi in braccio, mentre fa scivolare dalle labbra suoni teneri di insistiti breviloqui:
- Amore... amore... come stai? Ben svegliato!...mimmino!... Hai dormito bene, amore mio?... Eh?... Su... vieni... mimmino mio... Oh! quanto sei dolce! Ti vorrei mangiare!-
Ma tutto questo io non lo intendo se non così, agli orecchi miei:

- Ta Ta-Ta Ta-Ra-Ta .... ehm, ehm, ah, ah, ah, ah!
o-o-o-o-o-o-o-o-oh?!
Ham, ham, ham, ham, ham, ham ham! mimmi mimmi mimmi miO! -

Sto in pace nel recinto del mio letto che mi sembra un seno artificiale aperto verso il cielo: la osservo mentre mostra nel chinarsi il seno pieno che mi unisce alla sua carne; e in questo atto silenzioso i capelli lunghi neri quasi sfiorano la guancia rotondetta che porgo alle carezze lievissime del dorso della mano. È un tatto lieve sul volto mio di seta, che mi comunica segnali fortissimi di vita più ancora di quelli che passano dal seno col nettare suo bianco zuccherino. Non hanno alcun odore le sue mani, se non quello dai pori che trasudano essenza misteriosa profumata come mirra, che evoca il caldo silenzioso dei dolci nove mesi.
Scivola sotto il mio corpo abbandonato una sua mano e l'altra al capo: entrambe mi sollevano alla pari, lente verso l'alto, fuori dal nido artificiale e mi portano al contatto forte e caldo del rorido capezzolo che accosta alla mia bocca, per rendermi il profumo del cibo che dà vita. Non solamente quella vegetale, più ancora quella profonda esistenziale che mi travasa nei gesti e nelle voci, selezionando quanto v'è di buono nel suo essere di femmina, di mamma, concepita per generare altri come me; ed io neppure so perché lo fa. Mi tocca il cuore, il suo amore gratis; mi sciolgo allora da qualsiasi residuo indugio per restare abbandonato alle sue braccia e sento urgente e necessario ch’io faccia qualche cosa che la incanti: una smorfia buffa, un vagito, un moto del braccio e della mano che appaia come embrione di carezza volto a lei, qualcosa... Lo faccio, e si agita, chiama lui, il padre mio, che avrebbe voglia di dormire ancora. E restano a guardarmi e poi a guardarsi lieti, amandosi di più.
È l'ora: la vedo che si siede là dove mi allatta sempre e con suoni armoniosi e accattivanti si abbandona: io agito di istinto, perché l'odore del suo latte - come al leoncello quello del sangue caldo della preda appena vinta dalla madre - mette in moto un sintomatico riflesso che predispone le mie labbra a tirare alla mammella. Muta allora il colore dei suoi occhi, le linee del viso cambiano in sembianze morbide senz’ombre, non c'è più inizio e fine tra lei e me.

Mi scendono le mani nella culla e il corpo mio concede lentamente le sue forme al soffice giaciglio, mi rilasso in beatitudine d'insieme: ho appena dato fuori l'aria presa in più col latte e con la foga; e mi ha aiutato a farlo lui, con tenerezza maschia protettiva: lo amo, questo uomo che ha la barba lunga e nel baciarmi mi trasmette la sua virilità. Lo amo perché ha dato a lei quella parte d'amore indispensabile perch'io prendessi forma materiale in questo mondo e fossi carne loro.
Mentre ricordo questo, mi viene un desiderio di rendere l'amore che ho per loro in qualche modo manifesto: decido di parlare.
Si accostano eccitati alla sponda del mio letto, chinati in basso attenti a percepire ogni mio suono; ma sono attoniti, lo sento, incerti, perché non sanno dare un senso a quello che sto dicendo loro.
- Avrà dei doloretti, che pensi? Forse lo dovrò cambiare, avrà fatto la pupù... Poverino! -
Sorrido. È vero, sto facendo la pupù e anche la pipì: ne parlano come fosse sofferenza! Sapessero, al contrario, come sto bene con le cose mie! Aumentano il calore che mi avvolge, mi sento in pace, provo l'emozione di chi ha una libertà assoluta di essere com'è... E gusto ogni frazione minima di questa mia vita senza leggi, dove m'è concesso di far qualunque cosa io voglia perché qualunque sia non torna mai a mio danno, non posso farmi male anche volendo; sapendo che non mi diranno mai: "Che strazio, sei!", perché uno spirito li anima al rispetto verso me, che non ho chiesto di venire al mondo in casa loro...
Godo della gioia di vivere tal grazia straordinaria, di amare perché amato senza condizioni, da una madre che non pone limiti a quello che le chiedo... non solo latte: il tempo il sonno la fatica la libertà, l'ansia ai miei malanni... e tutto, tutto il resto.
Ma ora scendo con moto piano in un limbo bianco e le immagini svaniscono ai miei occhi...

***

Il medesimo misterioso fato mi riporta ora alle macchie dell’età sulle mie mani di anni consumati controvoglia, lontano dal primo dei ricordi che io ho di quand’avevo due tre anni… Allora, fare pipì e pupù a piacimento non fu più una libertà ma trasgressione: i ruoli dell'amante e dell'amato mutarono, perché lasciando la condizione debole di pargolo incapace, lesto mi rivestii dei panni di un rapace succhiatore non già di latte ma di amore con pretese: ne scaturì, come in ogni dove, una dialettica sottile da governare sempre sul filo di chi più sa ricattare - magari dolcemente - l'altro.
Finché non consumeremo l'intera nostra vita da neonati.


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