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Profumo di tè di Benedetta de Falco "Laura". Una pausa era seguita, poi, breve. Lo spazio di tempo in cui quel nome si dilatava nella sala fumosa di tè. Lei aveva già sentito quel nome, molte volte, conosceva bene il suono di quelle lettere assemblate a quel modo, ma c'era qualcosa di diverso. La voce di lui che diceva: "Laura". E lo diceva piano, indugiando su ogni lettera, per allontanare ciò che avrebbe detto dopo. Lei aveva sollevato, piano, lo sguardo da quella tazza di tè, che pure non sembrava la stessa. Nel momento in cui quella voce l'aveva raggiunta fu chiaro ciò che sarebbe accaduto. Nulla sarebbe stato più come prima. Da quando lui era entrato in maniera così dirompente a squarciare ciò che lei aveva eretto a protezione dal mondo, con quella voce, con quel nome. Quella mattina di primavera, in un bar cittadino, un tavolino, due tazze di tè e quel nome, pronunciato a quel modo. Tutto era rovesciato irrimediabilmente. Lei aveva sollevato lo sguardo, piano, quel nome ancora vibrava nell'aria. "Laura" e il profumo di tè. Lo aveva pronunciato una sola volta e basta, ma era stata una deflagrazione, era penetrato laddove nessuno aveva mai osato. Lei aveva sollevato, piano, lo sguardo dalla tazza di tè, lo aveva sollevato da tutto ciò che fino a quel momento aveva guardato, lo aveva sollevato per sempre, per non tornare più indietro. Quel nome la chiamava più forte, come le urla del parto, quando la madre chiama alla vita il proprio figlio. Molti l'avevano chiamata usando lo stesso nome: al telefono, per la strada, in casa. Ma quella volta, quella voce, non era la stessa cosa, non aveva lo stesso suono. Mai era franato tutto a quel modo. Il corpo trafitto da quello stesso nome, che era il suo, piccole ferite, una per ogni lettera. Il corpo pronto a ricevere, disposto ad accogliere. Il mare che attende il suo fiume, la madre che attende il suo bambino. Non era mai accaduto nulla di simile. Lei aveva alzato lo sguardo dalla tazza di tè, piano, lentamente comprendeva che si era spalancato l'abisso e quel nome era il ponte per traversarlo. Lui lo aveva pronunciato a quel modo, non per chiamarla, non per ammonirla, non per interrogarla, semplicemente lo aveva pronunciato, sovvertendo ogni cosa. Quella voce la chiamava alla vita. Lei aveva alzato lo sguardo, piano, in una mattina di primavera, in una sala da tè, mentre quel nome travolgeva ogni cosa. "Laura", e il suo sguardo aveva incontrato una voce, ancor così dolorosa. Una voce come lama sottile, arma affilata per colpire, e l'avrebbe colpita poi, piano, con quel nome, che era poi soltanto un nome, ma era il suo, ed era lui a dirlo a quel modo. Quel nome restava sospeso come fumo leggero nell'aria impregnata di tè. Lei aspirava quel profumo e quel nome, come una volta, quando aveva cercato di respirare il mare, sulla scogliera, di farlo penetrare nel corpo, di essere lei stessa moto ondoso che culla. Si lasciava inondare, ora, da quel nome, allo stesso modo. Capiva che sarebbe stato per sempre: "Se un nome qualcuno lo dice così, in quel modo, non puoi più tornare indietro". Un tavolino, due tazze di tè, in un bar cittadino, una mattina di primavera e una voce che diceva: "Laura". E lo diceva in quel modo, così totale, così per sempre. <- torna all'Archivio racconti |
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