Può capitare di passare periodi di magra, quando le idee proprio non
ti vengono in testa e ti disperi, giri intorno al tavolo, provando nuove
soluzioni, nuovi gesti scaramantici che ti possano portare aria nuova,
stimoli, input, anche solo una traccia remota, sulla quale lavorare per
non rimanere con le mani tra le mani, seduto in maniera scomposta sulla
seggiola a fissare un foglio bianco, mentre un dolore di testa ti preme
alle tempie e pare ci sia un’unica via d’uscita, che è la morte, perché
per uno scrittore il terrore di non saper più scrivere fa venire strane
idee, fa
rinnegare tutta una vita di dedizione e sacrificio, per questo in quel periodo
stavo proprio male e mi sentivo vuoto, vulnerabile, e vagavo per le strade
come un uomo senza dignità, che non s’abbassa all’elemosina solo per pudore,
con l’espressione da cane randagio, mentre guardavo le vetrine e sentivo
solo il ronzare della mosca che svolazzava nel mio cervello, tra la gente
arrabbiata, frenetica, felice, ma comunque sia intenta, non inutile, come
mi sentivo io in quel momento, così sporco che ero, così ingobbito, perché
meno ti muovi più ti trascuri, senza poi uno straccio di donna, anche solo
la povera Remedios, memoria per me solare e poi incupita, dolce farfalla
che ha mosso la mia mano, che adoravo avere alle mie spalle mentre battevo
veloce i tasti e davo vita a una storia, una delle mie bellissime storie,
che a Remedios piacevano tanto, che lei leggeva e commentava, che nascevano
nelle notti trascorse nella stanza d’albergo più piccola che io abbia mai
abitato, laggiù a Madrid, nella calda primavera di quell’anno che non voglio
ricordare, con Remedios sdraiata sul letto a leggere, a parlare, a darmi
la sua visione delle cose, così puntigliosa e sagace, mentre attendeva il
foglio che le avrei passato con trepidante emozione, perché di lei mi fidavo,
mi serviva, con la sua capacità femminile d’intuire una sbavatura, vedendo
al di là di quello che i miei occhi di uomo ottuso potevano vedere, facendomi
felice poi tra le coperte, quando i nostri corpi si avvinghiavano ed io
sentivo il suo già caldo, soffice, cancello aperto al mio arrivo, ed io
non potevo chiedere di meglio dalla vita, che non fosse una buona pubblicazione,
una di quelle che ti fanno dimenticare le topaie in cui eri costretto a
vivere, i tramezzini che ti toccava mangiare, e non potevo di certo immaginare
che l’unica miscela compatibile al mio motore, Remedios, un giorno se ne
sarebbe andata, fuggita da una vita che le era piaciuta in un primo momento,
ma che ben presto aveva iniziato ad odiare, perché le donne sognano tutte
un principe ed un castello, non un menestrello e la stanza del servo, così
che non potei impedirle di prendere un biglietto del treno, farla andare
via con una promessa che già sapevo non avrebbe mai mantenuto, ma che nel
momento dell’addio m’era bastata per trovare un appiglio al fosso in cui
ero cascato, penzolante, appeso ad un’esile radice ch’era una menzogna già
risaputa, ennesima speranza d’una vita trascorsa a collezionare illusioni,
ripetuto ricordo bruciante, costantemente nel sangue e dolore pulsante nelle
notti più difficili, quelle delle meditazioni, quelle governate dai pianeti
male allineati, nelle quali solo il pensiero della morte poteva lenire un
tormento che mi avvolgeva tra le lenzuola, in quelle epoche di scritture
veloci e graffianti, senza capo ne coda, senza ambizioni, personali sfoghi
d’un essere umano come tanti, che scrive per disperazione, più che per passione,
momenti difficili che mi portavano a creare, forse qualcosa di inutile,
ma pur sempre meglio del nulla in cui poi sprofondavo, quando anche la ferita
era rimarginata, quel periodo così arido, così mite, innaffiato solo con
l’acqua dei ricordi, perché l’innaffiatoio dei progetti era vuoto, vuoto,
e per questo vagavo di giorno, tra la folla, alla ricerca della scintilla
giusta che riaccendesse il motore spento, fino a quando decisi di rubare
delle storie, non più ispirarmi, inventare, bensì rubare, rubare i ricordi
di Marcela, la prostituta che più mi piacque nella vietta dei bordelli,
le parole della quale decisi di imprimere sulla carta, usando il filtro
che uno scrittore usa per non limitarsi a documentare una biografia, ma
per far vivere le avventure al lettore, che si deve sentire prostituta,
manager o assassino, non spettatore di gesta, ma complice di ventura, così
che portai Marcela nella mia stanza un’ora al giorno per tre mesi consecutivi,
senza mai sfiorarle nemmeno una mano, limitandomi a trascrivere tutto quello
che le passava per la mente, anche le evidenti bugie, anche gli aneddoti
frammentari, togliendole la bottiglia di continuo, tant’era avida di rum,
chiedendole il sacrificio di parlare e non il metodico gesto dell’apertura
delle gambe, dacché ero un cliente come tutti gli altri e la facevo riposare
su un letto pulito, non eccezionalmente, ma comunque vivibile, in cambio
solo di racconti, di parole, che raccolsi in svariati quaderni, con la mia
calligrafia da geroglifico, per poi rileggerle, con stupore, con ardore
iniziale e con scoramento finale, già, perché infine mi sentii ancor più
vuoto di prima, con la memoria di una sconosciuta tra le mani, come uno
psicanalista, con del materiale interessante ai fini di una diagnosi, null’altro,
carta straccia che riportai a Marcela, la quale mi diede dell’idiota e mi
propose la restituzione del denaro, che io rifiutai, correndo via dalla
vietta dei bordelli, muovendo le gambe come non facevo dai tempi della gioventù,
ma senza lo slancio e la tenuta di allora, tanto che arrivai in una zona
da me poco frequentata e lì vi rimasi per forse un’ora, riprendendo fiato
a fatica, sentendomi i polmoni in fiamme, per poi riprendere a camminare
in maniera legnosa, prendendo la decisione di cambiare aria, di mettermi
in movimento, di vedere nuove facce, così da ripulire una mente ormai infangata
nella routine, senza più caselle libere per una buona idea originale, e
me ne andai via, lontano dalla culla in cui dormivano i miei ricordi di
gioventù e di maturazione, scappai dal cielo sotto al quale scrissi le mie
fatue storie, tra cui la mia, quella d’un uomo incapace di capire quale
sia il proprio destino, in balia del dubbio, che si è creduto completo e
appagato nell’attitudine della scrittura, ma che nulla ha risolto, niente
ha chiuso, ma che qualcosa ha perso: Remedios.