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  il racconto


Remedios
di  Riccardo Cogliati 

Può capitare di passare periodi di magra, quando le idee proprio non ti vengono in testa e ti disperi, giri intorno al tavolo, provando nuove soluzioni, nuovi gesti scaramantici che ti possano portare aria nuova, stimoli, input, anche solo una traccia remota, sulla quale lavorare per non rimanere con le mani tra le mani, seduto in maniera scomposta sulla seggiola a fissare un foglio bianco, mentre un dolore di testa ti preme alle tempie e pare ci sia un’unica via d’uscita, che è la morte, perché per uno scrittore il terrore di non saper più scrivere fa venire strane idee, fa
rinnegare tutta una vita di dedizione e sacrificio, per questo in quel periodo stavo proprio male e mi sentivo vuoto, vulnerabile, e vagavo per le strade come un uomo senza dignità, che non s’abbassa all’elemosina solo per pudore, con l’espressione da cane randagio, mentre guardavo le vetrine e sentivo solo il ronzare della mosca che svolazzava nel mio cervello, tra la gente arrabbiata, frenetica, felice, ma comunque sia intenta, non inutile, come mi sentivo io in quel momento, così sporco che ero, così ingobbito, perché meno ti muovi più ti trascuri, senza poi uno straccio di donna, anche solo la povera Remedios, memoria per me solare e poi incupita, dolce farfalla che ha mosso la mia mano, che adoravo avere alle mie spalle mentre battevo veloce i tasti e davo vita a una storia, una delle mie bellissime storie, che a Remedios piacevano tanto, che lei leggeva e commentava, che nascevano nelle notti trascorse nella stanza d’albergo più piccola che io abbia mai abitato, laggiù a Madrid, nella calda primavera di quell’anno che non voglio ricordare, con Remedios sdraiata sul letto a leggere, a parlare, a darmi la sua visione delle cose, così puntigliosa e sagace, mentre attendeva il foglio che le avrei passato con trepidante emozione, perché di lei mi fidavo, mi serviva, con la sua capacità femminile d’intuire una sbavatura, vedendo al di là di quello che i miei occhi di uomo ottuso potevano vedere, facendomi felice poi tra le coperte, quando i nostri corpi si avvinghiavano ed io sentivo il suo già caldo, soffice, cancello aperto al mio arrivo, ed io non potevo chiedere di meglio dalla vita, che non fosse una buona pubblicazione, una di quelle che ti fanno dimenticare le topaie in cui eri costretto a vivere, i tramezzini che ti toccava mangiare, e non potevo di certo immaginare che l’unica miscela compatibile al mio motore, Remedios, un giorno se ne sarebbe andata, fuggita da una vita che le era piaciuta in un primo momento, ma che ben presto aveva iniziato ad odiare, perché le donne sognano tutte un principe ed un castello, non un menestrello e la stanza del servo, così che non potei impedirle di prendere un biglietto del treno, farla andare via con una promessa che già sapevo non avrebbe mai mantenuto, ma che nel momento dell’addio m’era bastata per trovare un appiglio al fosso in cui ero cascato, penzolante, appeso ad un’esile radice ch’era una menzogna già risaputa, ennesima speranza d’una vita trascorsa a collezionare illusioni, ripetuto ricordo bruciante, costantemente nel sangue e dolore pulsante nelle notti più difficili, quelle delle meditazioni, quelle governate dai pianeti male allineati, nelle quali solo il pensiero della morte poteva lenire un tormento che mi avvolgeva tra le lenzuola, in quelle epoche di scritture veloci e graffianti, senza capo ne coda, senza ambizioni, personali sfoghi d’un essere umano come tanti, che scrive per disperazione, più che per passione, momenti difficili che mi portavano a creare, forse qualcosa di inutile, ma pur sempre meglio del nulla in cui poi sprofondavo, quando anche la ferita era rimarginata, quel periodo così arido, così mite, innaffiato solo con l’acqua dei ricordi, perché l’innaffiatoio dei progetti era vuoto, vuoto, e per questo vagavo di giorno, tra la folla, alla ricerca della scintilla giusta che riaccendesse il motore spento, fino a quando decisi di rubare delle storie, non più ispirarmi, inventare, bensì rubare, rubare i ricordi di Marcela, la prostituta che più mi piacque nella vietta dei bordelli, le parole della quale decisi di imprimere sulla carta, usando il filtro che uno scrittore usa per non limitarsi a documentare una biografia, ma per far vivere le avventure al lettore, che si deve sentire prostituta, manager o assassino, non spettatore di gesta, ma complice di ventura, così che portai Marcela nella mia stanza un’ora al giorno per tre mesi consecutivi, senza mai sfiorarle nemmeno una mano, limitandomi a trascrivere tutto quello che le passava per la mente, anche le evidenti bugie, anche gli aneddoti frammentari, togliendole la bottiglia di continuo, tant’era avida di rum, chiedendole il sacrificio di parlare e non il metodico gesto dell’apertura delle gambe, dacché ero un cliente come tutti gli altri e la facevo riposare su un letto pulito, non eccezionalmente, ma comunque vivibile, in cambio solo di racconti, di parole, che raccolsi in svariati quaderni, con la mia calligrafia da geroglifico, per poi rileggerle, con stupore, con ardore iniziale e con scoramento finale, già, perché infine mi sentii ancor più vuoto di prima, con la memoria di una sconosciuta tra le mani, come uno psicanalista, con del materiale interessante ai fini di una diagnosi, null’altro, carta straccia che riportai a Marcela, la quale mi diede dell’idiota e mi propose la restituzione del denaro, che io rifiutai, correndo via dalla vietta dei bordelli, muovendo le gambe come non facevo dai tempi della gioventù, ma senza lo slancio e la tenuta di allora, tanto che arrivai in una zona da me poco frequentata e lì vi rimasi per forse un’ora, riprendendo fiato a fatica, sentendomi i polmoni in fiamme, per poi riprendere a camminare in maniera legnosa, prendendo la decisione di cambiare aria, di mettermi in movimento, di vedere nuove facce, così da ripulire una mente ormai infangata nella routine, senza più caselle libere per una buona idea originale, e me ne andai via, lontano dalla culla in cui dormivano i miei ricordi di gioventù e di maturazione, scappai dal cielo sotto al quale scrissi le mie fatue storie, tra cui la mia, quella d’un uomo incapace di capire quale sia il proprio destino, in balia del dubbio, che si è creduto completo e appagato nell’attitudine della scrittura, ma che nulla ha risolto, niente ha chiuso, ma che qualcosa ha perso: Remedios.


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