Quel giorno di
Settembre si svegliò di buon’ora, impaziente di concludere
il romanzo al quale dedicava le proprie attenzioni da ormai troppo tempo.
Diede una sommaria controllata - quasi a sincerarsi che il lavoro fosse
davvero ben fatto - e rilesse il finale, che gli sembrò scorrevole.
Poi guardò il titolo, che giudicò ineccepibile: The diva's
ruby. Con aria solenne impugnò la penna e, suggellando in modo
eterno il legame che aveva instaurato con il luogo circostante, lasciò
l’inchiostro prendere forma: Francis Marion Crawford, San Nicola
Arcella, 6 Settembre 1907. Con gli occhi brillanti di orgoglio, si voltò
verso sua moglie e ricordò tutti gli istanti trascorsi dall’arrivo
alla torre di San Nicola Arcella, che spiccava sulla costa tirrenica cosentina.
Giunsero da Sorrento via mare, guidati da un esperto marinaio, alla scoperta
dell’Italia meridionale. I loro sguardi erano stati catturati da
un paesaggio estremamente mutevole, degno di essere fissato in quadri
da esporre nei più celebri musei: rossastre montagne plasmate dal
vento, aguzze cime rocciose, grotte calcaree. Lo scrittore - autore di
romanzi d’amore e d’avventura - dal gusto estetico raffinato,
trovò in quella zona una fonte d’ispirazione. La suggestione
di quei luoghi lo ammaliò a tal punto da indurlo ad approdare nella
baia di S. Nicola., che ribattezzò "punta isolata da un uncino
di roccia". Meta preferita di tante sue passeggiate fu la grotta
marina dell'Arco Magno, un prodigio della natura dal quale si dominava
un incomparabile paesaggio.
Durante la sua permanenza, raggiunse il centro storico, situato su uno
strapiombo sul mare a 110 metri d'altezza: una rocca - come testimonia
l'etimologia latina "arx", rocca - dove trovarono rifugio dapprima
i profughi di Lavinium, antica città romana, poi, nei secoli XV
e XVI, quelli delle incursioni saracene. Visitò il Palazzo del
Principe e la chiesa di S. Nicola da Tolentino; di tanto in tanto si allontanò
fino al Casale, la zona popolata da contadini e pescatori.
Ricordò lo stupore provato nello scoprire una sorgente d’acqua
limpida, buona da bere, proprio a fianco alla torre e i successivi lavori
di costruzione del pozzo. Rivide tutte le albe e le aurore ammirate al
risveglio nella sua splendida, semplice dimora. Sentì riecheggiare
le onde che si insinuavano in uno scoglio per poi uscirne, con uno spettacolare
spruzzo, da una fessura che si apriva sulla sommità: per questa
caratteristica l’aveva soprannominato “scoglio-balena”.
Grazie alla solitudine genuina di questi luoghi, scoprì la vera
essenza dell’animo umano.
Un giorno di Settembre di ottantanove anni dopo, scoprii il mondo che
lo stregò: un tratto di costa calabrese capace di catturare occhi
e anima. I nastri di spuma si rincorrevano dando vita a un’infinita
melodia e a piccoli zampilli; poi cancellavano le orme lasciate sulla
sabbia. La spiaggia era deserta, il ritmo del mare ipnotico.
Salii la lunga scalinata, scavata nella roccia, che porta fino alle prime
case; raggiunsi la baia opposta e mi inoltrai tra le sterpaglie fino a
scorgere lo “scoglio-balena” e ad ammirare le coste alte e
dirupate dell’isola di Dino sulla quale occhieggiavano i candidi
gusci costruiti intorno agli anni Sessanta. Immaginai lo scrittore lanciare
acini di uva fragola alle lucertole golose, così come io stavo
facendo. Decisi di addentrarmi nella torre: sulle pareti vidi firme e
date di persone sconosciute, le stanze mi parvero anguste.
Regnava un’atmosfera serena e mi risultò quasi impossibile
credere che, durante l’estate, vocianti frotte di turisti si fossero
riversate in quei luoghi magici, che la torre fosse stata meta di escursioni,
che quelle acque fossero state solcate da imbarcazioni dal fondo trasparente
adatte a scrutare gli abissi finanche nella grotta dell’Arco Magno.
Al calar della notte, vidi la costa di fronte alla torre - fino a Capo
Palinuro - tramutarsi in un arco luminoso e commentai tra me e me: “Com’era
diversa la notte ai tempi di Francis Marion Crawford, rischiarata soltanto
dalle lucciole!”.