Ambrogio era sempre apparso a genitori,
parenti ed amici come sovversivo, assolutamente controcorrente, incapace
di assecondare il modo di essere dei simili.
Questa sua personalità complessa ed originale si era manifestata
quasi del tutto all’età in cui per i più si completano
scelte di vita, si solidificano le idee politiche, si passa dalle opinioni
assortite alle convinzione ferme: si diviene uomini, con l’assunzione
di responsabilità non limitate a coloro sui quali si incide in
via diretta, moglie, figli, collaboratori nel lavoro, e chi altro, ma
anche nei riguardi della società civile.
Il suo essere così diverso da amici e parenti aveva generato collisioni
talvolta rovinose, alle quali egli aveva posto rimedio con eleganza e
capacità, tempestivo e determinato; mai arrogante, ma determinato
come una roccia magari levigata e di forma e colori attraenti: come era
lui, che tutto risolveva con freddezza rispettosa del contesto ma senza
piegarsi a mediazioni e vie di mezzo ibride o mosce.
Neppure la moglie, forte e intelligente, aveva potuto più di tanto
su di lui; ma nel più recondito del suo cuore lei non avrebbe neppure
voluto il cedimento del marito, che aveva sposato perché era così:
talvolta pensava, e rabbrividiva, che non l’uomo amava - il suo
corpo, i baci, le carezze sapienti, la bellezza del volto - ma solamente
la sua personalità. Ed era per questo che proseguiva a porsi qua
e là come soggetto critico delle scelte di lui, perché sentiva
che in questa ginnastica si rafforzava la personalità del marito
e in entrambi l’amore, che li aveva uniti fin dal primo essersi
incontrati giovanetti, coetanei con poche cose in comune. E senza troppo
porlo in vista, lei era sempre piacevolmente affascinata dalle sue originalità,
potentemente attratta da lui senza remore di sorta.
La fedele dedizione al marito aveva anche consentito a Nicolà di
non resistere affatto ad alcune stravaganze di Ambrogio, soprattutto quando
giungevano inattese. Era così avvenuto - fra le tante - che al
primogenito maschio, che ebbero mentre entrambi desideravano una femmina,
avesse imposto il nome scelto per una femmina: Caterino. E se tutto questo
non aveva turbato la moglie, aveva scatenato ire violente nel padre di
lei, anziano reazionario che pure nella vita ne aveva fatte di ogni fatta.
In questa e in altre circostanze ch’apparivano provocatorie agl’altri
per la frizzante personalità di lui, l’aiutava la moglie,
che con sapiente pazienza gli restituiva vista chiara e riluttanti revisioni
di pensiero, sollevando le nebbie che alteravano il suo giudizio su persone
e situazioni.
Nicolà lo amava per la varietà dei suoi pensieri e la costanza
del suo amore.
*
Ambrogio insegnava la Chimica nel
liceo più importante della sua città, classi miste, età
critiche per alunni - e alunne sopra tutti -, classe sociale medio alta
borghese, esattamente il contrario di come li avrebbe voluti lui. Li incantava
con lezioni fuori canone, nelle quali la chimica entrava a forza, sembrava;
e rendeva quelle due ore che aveva con le classi, un oasi di rilassamento
e d’interesse genuino per loro e per lui stesso. Ambrogio era capace
di passare dalla chimica al costume, alla filosofia, alla teologia, fino
alle più originali sfaccettature del pensiero, affascinando o irritando
queste e quelli, accomunando e separando amici e conoscenti di volta in
volta, con libera disinvoltura, cinica secondo i più.
*
Caterino prendeva da qualche tempo
lezioni private da un giovane di madrelingua inglese, alunno della scuola
dove insegnava Ambrogio. Era parso a lui una soluzione ottima che offriva
anche al giovane - da solo con la madre, vedova, lontano dalla sua terra
e bisognoso - la piccola risorsa economica delle lezioni, due volte la
settimana. Ernest, il giovane, era a modo e nascondeva nella sua riservatezza
e nell’essere di poche parole anche una timidezza ancor più
condizionata dall’atmosfera della casa di Ambrogio: una casa grande,
su due piani, con ambienti ampi e luminosi e un piccolo giardino con ghiaia
e qualche aiuola ben curata. Pavimenti in legno dappertutto, guide, tappeti,
quadri d’ogni epoca distribuiti qua e là, mobili imponenti
e cupi. In ogni dove, sempre silenzio e scricchiolii di legni.
Nicolà aveva valutato l’iniziativa del marito con indifferenza,
una cosa utile per il loro figlio che frequentava le prime classi elementari;
certo, anche un’azione meritevole, considerata la condizione di
vita di quei due. Ernest, sedici anni e poco più, era puntuale
due volte la settimana all’impegno cui teneva: riscuoteva ogni giovedì
il suo compenso nella busta che lei gli dava a mano, a lezione ultimata.
Giovedì 3 0ttobre, a metà lezione, con Ambrogio andato a
un seminario sulla chimica delle ortensie, Nicolà, avviandosi a
salire, si rivolse a voce alta a Ernest in biblioteca:
- Mentre Caterino fa i suoi esercizi, dopo, sali sopra ché ti do
la busta -
Salì Ernest al piano, in un silenzio che ovattava ogni passo e
incerto dove andare si avviò verso l’unica stanza aperta.
La voce di lei lo rassicurò invitandolo ad entrare. Dentro tutto
era in ordine della grande stanza da letto, ma il giovane non la vide;
avanzò di nuovo e a un suono lieve appena percepito si voltò
restando immobile impietrito con Nicolà coperta solo in basso dalle
mani, mentre spostandosi chiudeva l’uscio alle sue spalle.
Fu breve il tempo di follia nel quale Nicolà tenne il giovane sottomesso
al peso leggero del suo corpo, fino al grido breve e sordo col quale si
liberò da lui, scivolando lorda sulla schiena di fianco al giovane.
Non ci fu parola dopo, e prima solo i mormorii sottili e incomprensibili
di lei mentre lo aveva, senza neppure guardarlo un attimo negli occhi.
Poi disse solo “Va’, vai via” volgendogli le spalle;
e uscendo dalla stanza lui prese da sopra il comodino la busta con i soldi.
*
Nicolà era ottusa dagli avvenimenti
ancora caldi, quando si schiuse la porta e si affacciò Ernest,
guardandola sul talamo contaminato. Temendo neppure lei sapeva cosa, si
tese col busto sollevato, accigliata, interrogandolo con gli occhi, la
mano col lenzuolo sopra il seno. Il giovane mormorò facendo un
passo:
- Nella busta manca il TFR… -
- Il TFR? Non capisco… Nella busta…per le lezioni? -
- No, sì… Il trattamento di fine rapporto… quello appena
concluso… lì… -
Rimase ferma un breve tempo mentre sul volto passavano veloci colori differenti
e tensioni di muscoli affioranti, e un affanno forte la scuoteva togliendole
l’ossigeno vitale.
Urlò, scagliò le cose che aveva sul comodino, le gioie tolte
poco prima dalle mani e dagli orecchi…
Ernest scelse da terra due pendenti e svelto uscì.
*
Seguirono mesi amari che Nicolà
portava con sofferenza somma, unendosi al marito quasi ogni notte, insistendo,
anche quando lui compiva solo un atto che subiva nella psiche. E intanto
le saliva una solitudine pesante che la separava da tutti e in specie
dall’amore del marito.
Questi percepiva il malessere di lei che non affiorava in superficie,
senza comprenderne l’origine; e pur senza nulla presagire temeva
a rompere il silenzio del suo cuore sulla sofferenza manifesta che lavorava
in lei: aveva paura di svelare il buio calato fra di loro.
I pomeriggi con l’orario di lezione, talvolta essendo in casa anche
il marito, la agitavano, al punto che la sera quasi mai riusciva a prender
cibo a tavola coi suoi. Aspettava la sera, la notte come una liberazione,
fuggendo il tempo che la inseguiva ovunque col ricordo.
Nei momenti di rara calma che passava, analizzava lo stato patologico
che subiva da quel giorno, subito agitandosi in ogni parte del suo corpo,
strizzando le dita nelle strette delle mani, scivolando e scivolando i
palmi pressati forte sulle anche che sentiva ogni giorno più sottili,
serrando rigide le braccia sopra i seni sfuggenti a ogni seduzione di
ricordo del ragazzo…Restava amara e divisa dalla vita lieta libera
che aveva solo pochi mesi prima, quando la gioia di essere e il desiderio
di comunione con tutto il mondo la slanciava verso l’alto, la riempiva,
dava sale al quotidiano suo risveglio e al tempo, che allora pareva scorresse
come un flash leggero, senza peso.
Ma ora non trovava pace in niuna cosa.
Passò una notte segnata da un vento misterioso, nella quale Nicolà
parlò nel sonno più di un’ora, delirante, piangente
e sofferente nei segni profondi del suo viso, sola, nel silenzio di una
stanza dove immobile di pietra lui era desto.
L’amava, mentre lei con lacrime confessava il peso della colpa,
ignara del parlare che sfuggiva alle sue labbra. Poi, nel silenzio come
pace, lui le tolse la messe di dolori che l’avevano consunta, raccogliendoli
sopra di sé, smisurati, fino al risveglio del suo volto riposato.
L’amò il mattino, quando volle averla lui.