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  il racconto

Il T.F.R.
di Claudio Soccorsi

Ambrogio era sempre apparso a genitori, parenti ed amici come sovversivo, assolutamente controcorrente, incapace di assecondare il modo di essere dei simili.
Questa sua personalità complessa ed originale si era manifestata quasi del tutto all’età in cui per i più si completano scelte di vita, si solidificano le idee politiche, si passa dalle opinioni assortite alle convinzione ferme: si diviene uomini, con l’assunzione di responsabilità non limitate a coloro sui quali si incide in via diretta, moglie, figli, collaboratori nel lavoro, e chi altro, ma anche nei riguardi della società civile.
Il suo essere così diverso da amici e parenti aveva generato collisioni talvolta rovinose, alle quali egli aveva posto rimedio con eleganza e capacità, tempestivo e determinato; mai arrogante, ma determinato come una roccia magari levigata e di forma e colori attraenti: come era lui, che tutto risolveva con freddezza rispettosa del contesto ma senza piegarsi a mediazioni e vie di mezzo ibride o mosce.
Neppure la moglie, forte e intelligente, aveva potuto più di tanto su di lui; ma nel più recondito del suo cuore lei non avrebbe neppure voluto il cedimento del marito, che aveva sposato perché era così: talvolta pensava, e rabbrividiva, che non l’uomo amava - il suo corpo, i baci, le carezze sapienti, la bellezza del volto - ma solamente la sua personalità. Ed era per questo che proseguiva a porsi qua e là come soggetto critico delle scelte di lui, perché sentiva che in questa ginnastica si rafforzava la personalità del marito e in entrambi l’amore, che li aveva uniti fin dal primo essersi incontrati giovanetti, coetanei con poche cose in comune. E senza troppo porlo in vista, lei era sempre piacevolmente affascinata dalle sue originalità, potentemente attratta da lui senza remore di sorta.
La fedele dedizione al marito aveva anche consentito a Nicolà di non resistere affatto ad alcune stravaganze di Ambrogio, soprattutto quando giungevano inattese. Era così avvenuto - fra le tante - che al primogenito maschio, che ebbero mentre entrambi desideravano una femmina, avesse imposto il nome scelto per una femmina: Caterino. E se tutto questo non aveva turbato la moglie, aveva scatenato ire violente nel padre di lei, anziano reazionario che pure nella vita ne aveva fatte di ogni fatta. In questa e in altre circostanze ch’apparivano provocatorie agl’altri per la frizzante personalità di lui, l’aiutava la moglie, che con sapiente pazienza gli restituiva vista chiara e riluttanti revisioni di pensiero, sollevando le nebbie che alteravano il suo giudizio su persone e situazioni.
Nicolà lo amava per la varietà dei suoi pensieri e la costanza del suo amore.

*

Ambrogio insegnava la Chimica nel liceo più importante della sua città, classi miste, età critiche per alunni - e alunne sopra tutti -, classe sociale medio alta borghese, esattamente il contrario di come li avrebbe voluti lui. Li incantava con lezioni fuori canone, nelle quali la chimica entrava a forza, sembrava; e rendeva quelle due ore che aveva con le classi, un oasi di rilassamento e d’interesse genuino per loro e per lui stesso. Ambrogio era capace di passare dalla chimica al costume, alla filosofia, alla teologia, fino alle più originali sfaccettature del pensiero, affascinando o irritando queste e quelli, accomunando e separando amici e conoscenti di volta in volta, con libera disinvoltura, cinica secondo i più.

*

Caterino prendeva da qualche tempo lezioni private da un giovane di madrelingua inglese, alunno della scuola dove insegnava Ambrogio. Era parso a lui una soluzione ottima che offriva anche al giovane - da solo con la madre, vedova, lontano dalla sua terra e bisognoso - la piccola risorsa economica delle lezioni, due volte la settimana. Ernest, il giovane, era a modo e nascondeva nella sua riservatezza e nell’essere di poche parole anche una timidezza ancor più condizionata dall’atmosfera della casa di Ambrogio: una casa grande, su due piani, con ambienti ampi e luminosi e un piccolo giardino con ghiaia e qualche aiuola ben curata. Pavimenti in legno dappertutto, guide, tappeti, quadri d’ogni epoca distribuiti qua e là, mobili imponenti e cupi. In ogni dove, sempre silenzio e scricchiolii di legni.
Nicolà aveva valutato l’iniziativa del marito con indifferenza, una cosa utile per il loro figlio che frequentava le prime classi elementari; certo, anche un’azione meritevole, considerata la condizione di vita di quei due. Ernest, sedici anni e poco più, era puntuale due volte la settimana all’impegno cui teneva: riscuoteva ogni giovedì il suo compenso nella busta che lei gli dava a mano, a lezione ultimata.
Giovedì 3 0ttobre, a metà lezione, con Ambrogio andato a un seminario sulla chimica delle ortensie, Nicolà, avviandosi a salire, si rivolse a voce alta a Ernest in biblioteca:
- Mentre Caterino fa i suoi esercizi, dopo, sali sopra ché ti do la busta -
Salì Ernest al piano, in un silenzio che ovattava ogni passo e incerto dove andare si avviò verso l’unica stanza aperta. La voce di lei lo rassicurò invitandolo ad entrare. Dentro tutto era in ordine della grande stanza da letto, ma il giovane non la vide; avanzò di nuovo e a un suono lieve appena percepito si voltò restando immobile impietrito con Nicolà coperta solo in basso dalle mani, mentre spostandosi chiudeva l’uscio alle sue spalle.
Fu breve il tempo di follia nel quale Nicolà tenne il giovane sottomesso al peso leggero del suo corpo, fino al grido breve e sordo col quale si liberò da lui, scivolando lorda sulla schiena di fianco al giovane.
Non ci fu parola dopo, e prima solo i mormorii sottili e incomprensibili di lei mentre lo aveva, senza neppure guardarlo un attimo negli occhi. Poi disse solo “Va’, vai via” volgendogli le spalle; e uscendo dalla stanza lui prese da sopra il comodino la busta con i soldi.

*

Nicolà era ottusa dagli avvenimenti ancora caldi, quando si schiuse la porta e si affacciò Ernest, guardandola sul talamo contaminato. Temendo neppure lei sapeva cosa, si tese col busto sollevato, accigliata, interrogandolo con gli occhi, la mano col lenzuolo sopra il seno. Il giovane mormorò facendo un passo:
- Nella busta manca il TFR… -
- Il TFR? Non capisco… Nella busta…per le lezioni? -
- No, sì… Il trattamento di fine rapporto… quello appena concluso… lì… -
Rimase ferma un breve tempo mentre sul volto passavano veloci colori differenti e tensioni di muscoli affioranti, e un affanno forte la scuoteva togliendole l’ossigeno vitale.
Urlò, scagliò le cose che aveva sul comodino, le gioie tolte poco prima dalle mani e dagli orecchi…
Ernest scelse da terra due pendenti e svelto uscì.

*

Seguirono mesi amari che Nicolà portava con sofferenza somma, unendosi al marito quasi ogni notte, insistendo, anche quando lui compiva solo un atto che subiva nella psiche. E intanto le saliva una solitudine pesante che la separava da tutti e in specie dall’amore del marito.
Questi percepiva il malessere di lei che non affiorava in superficie, senza comprenderne l’origine; e pur senza nulla presagire temeva a rompere il silenzio del suo cuore sulla sofferenza manifesta che lavorava in lei: aveva paura di svelare il buio calato fra di loro.
I pomeriggi con l’orario di lezione, talvolta essendo in casa anche il marito, la agitavano, al punto che la sera quasi mai riusciva a prender cibo a tavola coi suoi. Aspettava la sera, la notte come una liberazione, fuggendo il tempo che la inseguiva ovunque col ricordo.
Nei momenti di rara calma che passava, analizzava lo stato patologico che subiva da quel giorno, subito agitandosi in ogni parte del suo corpo, strizzando le dita nelle strette delle mani, scivolando e scivolando i palmi pressati forte sulle anche che sentiva ogni giorno più sottili, serrando rigide le braccia sopra i seni sfuggenti a ogni seduzione di ricordo del ragazzo…Restava amara e divisa dalla vita lieta libera che aveva solo pochi mesi prima, quando la gioia di essere e il desiderio di comunione con tutto il mondo la slanciava verso l’alto, la riempiva, dava sale al quotidiano suo risveglio e al tempo, che allora pareva scorresse come un flash leggero, senza peso.
Ma ora non trovava pace in niuna cosa.
Passò una notte segnata da un vento misterioso, nella quale Nicolà parlò nel sonno più di un’ora, delirante, piangente e sofferente nei segni profondi del suo viso, sola, nel silenzio di una stanza dove immobile di pietra lui era desto.
L’amava, mentre lei con lacrime confessava il peso della colpa, ignara del parlare che sfuggiva alle sue labbra. Poi, nel silenzio come pace, lui le tolse la messe di dolori che l’avevano consunta, raccogliendoli sopra di sé, smisurati, fino al risveglio del suo volto riposato.
L’amò il mattino, quando volle averla lui.


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