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Aspides di Riccardo Merendi Primi quattro capitoli del romanzo. Prologo 1 Maria era stremata. Sudata, ansante, facendo forza su un gomito riuscì a sollevare un poco il busto. Tutto intorno a lei, fin dove arrivava la luce fioca della lanterna, era lordo di sangue. Poi vide il corpicino appena uscito dal proprio ventre e a un tratto fatica e dolore svanirono. Aveva partorito. Ignorando la fitta all'addome si chinò in avanti e raccolse l'esserino raggomitolato tra le sue gambe. Sporco, chiazzato e grinzoso, era il più bel bambino del mondo. Se lo strinse al seno, chiuse gli occhi e si abbandonò a una felicità piena, intensa, come non aveva mai provato prima. E mentre, ancora a occhi chiusi, ascoltava il proprio respiro reso affannoso dallo sforzo, fu assalita da un dubbio. Respirava il suo bimbo? Di certo non piangeva! A malincuore emerse dal piacevole, riposante torpore in cui era scivolata. Aveva sempre dato per scontato che ci sarebbe stata una levatrice quando fosse venuto il momento, ma non era andata così e ora doveva fare cose che non conosceva se non per sentito dire. Si concentrò sul problema di sculacciare una creatura innocente e indifesa, tanto piccola da poter essere a malapena tenuta in mano. Impacciata, non sapendo come prenderlo e dove colpirlo, dovette in qualche modo avergli fatto male perché a un tratto il piccolo trasse un gran respiro e, dimenando le esili braccia e scalciando con le minuscole gambe, emise il suo primo vagito. Maria lo strinse al petto e lo cullò sussurrando parole dolci finché non si accorse del budello che usciva dal ventre del bambino. Doveva occuparsi anche di quello. Se solo fosse stata più attenta ai racconti delle altre madri. Ma era inutile piangere per ciò che avrebbe potuto essere, doveva arrangiarsi. Prese quindi le forbici dalla bisaccia posata in terra accanto a lei e, stringendo i denti in una smorfia, tagliò. Poi, con uno spago, legò l'estremità del moncone rimasto. Scossa e tremante, trasse un respiro profondo e finalmente sentì la tensione allentarsi un poco. Quando le mani smisero di tremare così forte ripulì come poteva il piccolo, lo avvolse in un panno e, distesasi sulla schiena, se lo posò sul petto. Esausta, lasciò la mente libera di correre e fu sorpresa nell'accorgersi di non nutrire rancore nei confronti del mondo che l'aveva respinta costringendola a superare quella prova in una stalla. Né era risentita nei confronti di suo marito, Giuseppe, che l'aveva lasciata sola e ancora non era tornato. Chissà quanta strada aveva dovuto fare prima di incontrare qualcuno cui chiedere aiuto. Era partito appena trovato un riparo per lei, ma era già tardi. Voleva bene a quell'uomo che l'amava e la rispettava al punto di accettare senza capire un figlio non suo. Secondo la legge avrebbe potuto ripudiarla per molto meno, invece non era nemmeno andato in collera quando glielo aveva detto. Si era rabbuiato, questo sì, ma poi le aveva sorriso: se quello era il volere del Dio suo e dei suoi avi avrebbe accettato di fare da padre a quel bambino. Poi più nulla. L'asino le si avvicinò e con le labbra strattonò il drappo
che copriva il neonato. «Vuoi vedere il tuo nuovo padroncino?»
chiese Maria sorridendo. Non si era accorta di quanto fosse chiassoso il pianto del bambino finché il silenzio improvviso non risuonò di rumori sinistri che fino a quel momento non aveva udito. Il vento, fuori, sembrava portare voci lamentose, la paglia frusciava come nascondesse legioni di topi, l'uscio malandato sbatteva contro lo stipite facendola sussultare a ogni colpo. Anche la luce della lanterna le parve a un tratto più fioca e alle sue spalle avvertì la presenze di entità sinistre che aleggiavano minacciose, quasi che un demonio volesse strapparle la creatura appena partorita. E se fosse stata assalita dai lupi? O dai briganti? Perché Giuseppe tardava tanto? Che gli fosse successo qualcosa? Si raggomitolò nella paglia, immobile, col bimbo stretto al petto, lottando contro la stanchezza per stare sveglia. Non si accorse di essersi addormentata finché non si sentì scuotere la spalla. Si destò allora con un sussulto. «Non avere paura» disse una voce calda.
«Sono io, sono tornato.» Inginocchiato accanto a lei Giuseppe
l'aiutò a sollevarsi. Poi, stringendola in un tenero abbraccio,
la guardò scoprire la testa del bimbo che teneva tra le braccia.
L'arrivo del pastore ruppe l'incanto del momento ma la sua presenza portò allegria e sicurezza. «Come vedi non ho corso abbastanza» lo contraddisse Giuseppe scostandosi perché il nuovo arrivato potesse vedere il neonato. L'uomo fu scosso da un brivido. «C'è una luce strana questa notte» disse uscendo dalla stalla per mascherare l'imbarazzo. «Accendo un fuoco perché mia moglie e le mie figlie possano trovarci.» La notizia della nascita del bambino si diffuse in fretta e nei giorni seguenti molti pastori e agricoltori, passando da quelle parti, si fermarono alla grotta chi lasciando un poco di cibo, chi un piccolo dono, chi, non potendosi permettere di privarsi di alcunché, offrendo il proprio lavoro per migliorare le condizioni della stalla. Per gli abitanti della valle fare una visita al piccolo Gesù divenne una consuetudine al punto che, tra quelli che passavano a dare il buon giorno e quelli che venivano per augurare la buonanotte, la grotta divenne meta di una processione pressoché continua di visitatori. Una mattina, mentre era seduta a parlare con la moglie di un pastore, Maria si trovò a tagliuzzare un rametto con un coltello. Fu così che le venne l'idea di costruire con le proprie mani un regalo per il figlioletto. Quando venne il giorno di rimettersi in viaggio, mentre Giuseppe accatastava sull'asino le loro povere cose e i doni ricevuti da Gesù, lei legò a una funicella il legnetto che aveva intagliato e lo appese al collo del bambino. 2 «Tra tutti gli uomini dell'impero, proprio a me doveva toccare di portare giù 'sto tronco?» si lamentò il legionario con la pesante croce di legno messa di traverso sulle spalle, mentre manteneva a stento l'equilibrio sul fianco del costone roccioso ricoperto di sassi e ghiaia. «Taci Strabo, non è colpa mia se sei tu e non io ad avere due spalle che per passare dalle porte devi girarti di fianco» lo punzecchiò un compagno. «E poi non parlare così di quella santa reliquia. Non vorrei mai che il dio dell'imperatrice se ne avesse a male e sbagliando mira fulminasse me al tuo posto!» aggiunse prorompendo in una fragorosa risata. «Vedo che sei di buon umore, Valerianus» lo riprese il centurione giungendo alle sue spalle. «Non so come fai ad avere voglia di ridere in mezzo a questa polvere ma vedrai che saltare il rancio te la farà comunque passare.» «Come temevi» sghignazzò Strabo appena il centurione si fu allontanato «il fulmine ha colpito te.» «Accidenti all'imperatrice e alle sue manie» imprecò Valerianus sputando per terra un grumo di catarro impastato di polvere. «Sono addestrato a combattere, non a frugare il deserto in cerca dei resti di chissà quale figlio di chissà quale dio.» Raggiunto il fondo del dirupo Strabo e Valerianus caricarono la croce di legno sul carro che un commilitone aveva guidato fino lì. Poi, rientrati nella colonna che li aspettava, ripresero la marcia. «Qualcuno sa dove siamo diretti?» chiese Valerianus senza farsi sentire dal centurione. «Non molto lontano da qui dev'esserci un'altra
grotta dove pare che i cristiani abbiano nascosto alcune reliquie»
rispose un legionario che marciava due file più avanti. «Se anche ci fosse» ribatté Strabo «non credo
si dichiarerebbe. Oggi l'imperatore Costantino e la sua santa madre li
proteggono ma non è detto che non torni sul trono un Nerone o un
Diocleziano.» Strabo lo fulminò con lo sguardo. «Roma era invincibile finché la gente non si è riempita la testa di strane idee e tutti hanno preteso di avere diritto a una propria opinione. Dove andremo a finire senza più schiavi e con più cristiani che soldati?» «Basta così Strabo» lo ammonì Valerianus. «Sai che noi ti siamo amici e nessuno ti denuncerà, ma le tue parole si fanno ogni giorno più pericolose.» «Me ne infischio. Anzi, sai cosa ti dico? Quasi spero che mi arrestino e mi condannino ai giochi nel circo. Sarebbe sempre meglio che andare in giro a raccattare cianfrusaglie. Magari diventerei un idolo delle folle e il mio sangue andrebbe a ruba tra quelli che hanno più voglie che possibilità.» Continuarono a camminare fino a quando la pista si insinuò nella gola tra due scoscese pareti di roccia nelle quali spiccavano nere le imboccature di diverse grotte. Lì il centurione ordinò alla colonna di fermarsi suscitando un sommesso coro di proteste da parte degli uomini stanchi e di cattivo umore. I legionari saltabeccarono su e giù per i dirupi raccattando tutto
ciò che trovarono nelle spelonche fino a quando, a sera, fecero
ritorno al campo. 3 Il gomito appoggiato al bracciolo della poltrona, Galla Placidia mordicchiava l'unghia dell'indice destro dipinta di viola. Le dita dell'altra mano, coperte di anelli, tamburellavano sul tavolino dei cosmetici producendo l'unico suono udibile nella sala. In piedi dietro di lei, le braccia incrociate sul petto, muto e immobile, un uomo dai lunghi baffi spioventi guardava l'immagine dell'imperatrice riflessa dalla grande lastra d'oro lucidata a specchio, sostenuta da una cornice di legno intarsiato fissata al bordo posteriore del tavolo. Dall'altra parte della stanza, oltre il letto coperto da un drappo di seta rossa, ai margini del tappeto blu decorato in filo d'oro che copriva quasi tutto il pavimento, un altro uomo la fissava, pure lui in piedi e silenzioso. Galla Placidia emise un profondo sospiro. «Pazienza»
disse scuotendo la testa e passando a girarsi tra le dita il filo di perle
che le pendeva dal collo. «Dovrò trovare un'altra soluzione.»
Il tono pacato della voce mal si conciliava col leggero tremito delle
narici, l'impercettibile vibrazione delle labbra e lo sguardo truce degli
occhi neri che brillavano sullo sfondo opalescente del trucco. «Pagalo,
Eurico» ordinò. «Non temere, mia signora» rispose Eurico alzando il coperchio
di una cesta di giunco posta di fianco alla porta «nessuno si accorgerà
di niente.» Senza eccessivo sforzo l'uomo sollevò il cadavere
del sicario e lo infilò nella cesta, attento a non danneggiare
la tela incerata che rivestiva l'interno. Attraversata di nuovo la stanza Eurico tornò a piazzarsi alle
spalle di Galla Placidia. «Non importa uccidere tuo fratello»
disse con voce pacata. Galla Placidia sorrise. «Ciò che dici
è vero, Eurico, ma non è così che potrò liberarmi
di Onorio. Sai bene che fu proprio lui a mettere Bonifacio sul trono di
San Pietro appoggiando la gerarchia ecclesiastica contro il popolo cristiano
che voleva Eulalio. Da che parte credi si schiererebbe la chiesa se mi
contrapponessi all'imperatore? Non so spiegarmi come sia stato possibile
arrivare a questo punto, ma nessuno può più governare senza
il consenso di papi e patriarchi.» Con una smorfia Galla Placidia si volse verso Eurico. «Alarico finì sotto al Busento poco dopo aver messo a sacco Roma, papa Innocenzo restò al suo posto e quell'Agostino di Ippona è riuscito a trasformare una sconfitta dei cristiani in una loro vittoria. No Eurico, non è una zuffa che voglio ma il controllo dell'impero, o almeno di ciò che ne resta. E per averlo dovrò essere più astuta di una volpe e più spietata di un lupo: non ci sarà un Ambrogio a umiliarmi come accadde a Teodosio il grande, né lascerò che un Giovanni bocca d'oro* mi condizioni come toccò all'imperatore Arcadio e a quella sgualdrina di sua moglie Eudossia.» (nota a piè di pagina: *S. Giovanni, per le cui grandi doti oratorie fu detto Crisostomo, dal greco bocca d'oro) «Vorrei tanto crederti, mia regina, ma come speri di aver ragione di così tanti e temibili nemici senza usare la spada? Costantinopoli trema più per uno starnuto del patriarca Attico o un colpo di tosse dell'archimandrita Eutiche che per le sfuriate di tuo nipote, l'imperatore Teodosio. Senza contare che più di lui comandano persino sua sorella Pulcheria e sua moglie Eudocia.» «Proprio per questo servirà più l'astuzia che la forza. Mio figlio Valentiniano è legittimo erede al trono d'occidente e sarà lui il fulcro del potere. Ma dobbiamo fare presto, prima che qualche generale faccia fuori Onorio e ne usurpi il trono. E non dimenticare che il pontificato di Bonifacio è agli sgoccioli mentre Celestino, che già si è scelto il nome tanto è sicuro di succedergli, è amico mio più di quanto non si sappia in giro.» «A volte ho l'impressione che concepire intrighi
ti diletti più di quanto ti soddisfi raggiungere gli obiettivi
che ti prefiggi» notò Eurico torcendo i lunghi baffi tra
le dita. Eurico teneva la fiaccola in una mano, mentre con l'altra aiutava Galla Placidia a mantenere l'equilibrio sulla ripida scala che scendeva seguendo la parete circolare del pozzo. «Vieni, mia regina» disse quando ebbero raggiunto il fondo «il vecchio ha detto che ci aspetta alla fine del primo tratto di sotterraneo.» «Spero per lui, e per te, di vedere cose che giustifichino il disagio della discesa cui mi avete costretta» minacciò Galla Placidia sollevando la veste per preservarla dalla fanghiglia che ricopriva il fondo del camminamento. «Il vecchio sostiene che solo una pia imperatrice
possa entrare nella cella dove la santa Elena custodiva le reliquie»
si giustificò Eurico «non potevo andare io al posto tuo.» «Dicesti di non lesinare sul compenso» osservò cauto Eurico. «Ecco» cambiò discorso «è qui che devo fare il segnale.» Con il mantello coprì e scoprì per tre volte la fiaccola. «Sono qui» disse una voce roca proveniente da poco lontano. Da una nicchia ricavata nella parete rocciosa del sotterraneo uscì un vecchio avvolto in un mantello scuro, col capo coperto da un cappuccio e un lungo bastone stretto nella mano ossuta. «Spero che le vostre intenzioni siano buone e il vostro cuore puro, o ciò che vedrete vi annienterà come già accadde a molti altri che vi hanno preceduto.» Con uno sguardo Galla Placidia comunicò a
Eurico che non intendeva trattare lei col vecchio. Eurico slegò
dalla cintura una borsa di pelle e contò alcune monete. «Credi
che queste basteranno a preservarci dall'orrenda fine che pronostichi?»
chiese posando il denaro sulla mano tesa dal vecchio. Poi, visto che l'altro
non si muoveva, gli porse altre monete. «Attenta a come parli» l'ammonì il vecchio. «Il tuo potere non vale quaggiù.» Galla Placidia serrò le mascelle, chiuse per un attimo gli occhi e sospirò, poi si rivolse a Eurico: «Dagli tutto il sacchetto, purché non perdiamo altro tempo.» Il vecchio prese il denaro senza commentare e si
incamminò guidandoli attraverso un labirinto di cunicoli. Bastò un'occhiata di Galla Placidia a frenare l'impeto di Eurico che aveva già messo mano al pugnale. «Abbiamo dimostrato prima di te quanto poco teniamo all'oro» disse l'imperatrice senza scomporsi «giacché a cuor leggero te ne abbiamo dato in abbondanza senza nemmeno sapere dove ci avresti condotto.» Il vecchio le rivolse di nuovo quel suo strano sorriso. «Sei abile con la lingua, regina, ma la magniloquenza con cui ti burli di un povero vecchio non ti servirà dove stiamo andando.» Nessuno parlò più finché non
furono arrivati. «Ecco» disse allora il vecchio fermandosi
davanti a una massiccia porta di legno irrobustita da fasce di ferro e
chiodi dalla testa a piramide. «Siamo arrivati.» 4 Non era così che Aspar aveva pensato di trascorrere la serata,
ma a tredici anni, garzone da meno di due, non era certo in condizione
di discutere gli ordini di quel prepotente di Licinius, l'apprendista
anziano. Se solo il maestro avesse fatto una capatina in cantiere a Licinius
sarebbe passata la voglia di lasciarlo solo a lavorare di notte, ma tanto
valeva che si "Tanto l'imperatrice non sarà comunque contenta" pensò
arrampicandosi sull'impalcatura "e domani Licinius mi costringerà
di nuovo a cambiare i colori." Prima il cervo era troppo marrone,
poi troppo rossiccio, ora doveva renderlo più ambrato. E di sicuro
il giorno dopo lo avrebbe voluto con le corna più lunghe e quello
ancora successivo con la coda più corta. Di quel passo il mosaico
non sarebbe mai stato finito, con buona pace del maestro che era pagato
a giornata e disperazione sua che non avrebbe più avuto una sera
libera per andare a caccia di rane con gli amici o, meglio, a giocare
con la vedova del fornaio. A dire la verità non capiva cosa ci
trovasse la donna nel farsi infilare frutti, ortaggi e altri oggetti da
ogni parte, ma era divertente sentirla gemere e implorare di farlo ancora...
sì... così. Distratto dal pensiero di cosa gli sarebbe piaciuto fare alla vedova,
nel salire al piano superiore dell'impalcatura dimenticò di portare
con sé la lucerna. Con un agile volteggio girò attorno a
un palo e atterrò sulle assi del livello sottostante, solo che...
«Oh no» gemette precipitandosi giù per la scala a pioli
e sperando di arrivare in tempo al pavimento. Per l'impeto del salto i
chiodi ai quali erano fissati i tiranti che tenevano l'impalcatura si
erano sfilati dal muro e ora l'intera struttura oscillava paurosamente.
«Resisti bella» implorò scendendo più veloce
che poteva. Nel buio, senza sapere da che parte spostarsi per allontanarsi dal pericolo, Aspar si raggomitolò e si coprì la testa con le braccia. Fu questione di poco, poi nel mausoleo calò di nuovo il silenzio. Tossendo per la polvere provocata dal crollo, gli
occhi gonfi di lacrime, Aspar provò a muoversi. Poteva andargli
peggio, non gli era caduto niente addosso. Temendo ad ogni movimento di
scoprire qualche osso rotto, si trovò in piedi, dolorante ma intero,
a brancolare nel buio. Tirando su col naso e imponendosi di non piangere
tastò il pavimento con i piedi ed esplorò con le mani lo
spazio davanti a sé schivando gli ostacoli che lo separavano dalla
parete. Poi seguì il muro finché raggiunse la porta. Ripresosi dallo spavento, la prima idea che gli venne fu di scappare e non farsi più vedere. Ma poi, ritrovato un poco di coraggio, decise di dare un'occhiata al disastro appena combinato: magari la situazione era meno grave di quanto temeva e forse, con l'aiuto di qualche amico, sarebbe riuscito a rimettere tutto a posto prima che facesse giorno. Dal deposito degli attrezzi prese una lucerna, l'accese, e tornò all'interno del mausoleo. La polvere si era quasi del tutto posata e la vista che si offrì ai suoi occhi gli fece mancare le ginocchia. Non solo dove prima si ergeva l'impalcatura c'era un'informe catasta di legna, ma nel crollo qualche trave doveva aver urtato la parete abbattendone una parte. Esclusa la possibilità di rimediare, Aspar si aggirò inebetito tra assi, pali ammonticchiati e calcinacci, indeciso fra uccidersi da solo o aspettare che lo facesse il maestro. Da quando aveva lasciato il villaggio dove era nato, sul grande fiume della regione che gli avevano detto chiamarsi Pannonia, non si era mai pentito di aver smesso la misera vita di pastore per seguire il mosaicista, ma in quel momento avrebbe dato chissà cosa per svegliarsi in un ovile e scoprire che si era trattato solo di un brutto sogno. A pensarci bene però, che colpa aveva lui? Era Licinius il responsabile del cantiere quando il maestro si assentava e nessuno avrebbe abbandonato un bambino in un posto così pericoloso. Non era forse lui a stare sempre in prima fila quando si trattava di prendersi i meriti di qualche lavoro ben fatto? Che si beccasse anche le rogne! Ma l'illusione di cavarsela così durò il tempo di un sospiro. Non aveva scampo, doveva nascondersi e sperare che nessuno lo trovasse finché le acque non si fossero calmate. A un tratto il mondo gli parve così piccolo da non offrirgli il benché minimo nascondiglio. Stava tornando sui suoi passi per uscire dal mausoleo quando qualcosa
attirò la sua attenzione. Come mai il bordo dell'intonaco crollato
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