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Il bosco di Antonio Balistreri “Ricordi? Io ero rimasta distaccata, diffidente, quando ti eri avvicinato ed avevi iniziato a parlarmi. Tu hai avuto un momento di perplessità, poi hai sorriso ed hai detto: fai bene a non darmi confidenza, così dopo non dovrai dirmi – Uffa collega, detto confidenzialmente sei una frana.” “E come posso non ricordarlo? Vedendo la tua faccia divertita ho riacquistato coraggio ma poi, dopo la battuta, tutto quello che mi è venuto in mente mi avrebbe solo fatto passare per uno dei tanti che quando vedono una donna interessante “ci provano”. Ero incantato dai tuoi occhi, da come mi guardavi ed avrei detto qualunque cosa per ingraziarti, ma non sapevo che cosa ed allora sono stato zitto tutto il tempo.” “Io ancora penso che fosse una strategia per rendermi insicura. Mi sentivo osservata. In modo discreto, è vero, ma quando una si porta dentro le delusioni ricevute dagli uomini non vuole essere oggetto del loro desiderio.” “Guarda che in quel momento non avevo nessun desiderio, ma piuttosto un senso di spaesamento perché mi accorgevo di fantasticare e pensavo che parlando con te avrei fantasticato ancora di più.” “Giorgio, i sogni, quando poi ci si sveglia, danno delusioni terribili.” “Ma non con te e comunque è necessario sognare perchè quando non siamo più capaci di coltivare illusioni siamo morti dentro.” Le foglie dei castagni dell’Irpinia cadute al suolo avevano formato il solito tappeto variegato dell’autunno e noi camminavamo nel bosco, prima provocandoci l’un l’altro per scherzo, poi in silenzio e sempre tenendoci per mano in modo complice. Ad ogni passo quel tappeto frusciava ed il crepitio sembrava quasi accompagnare il corso dei pensieri. *** Come vorrei restare qui, come vorrei non dover tornare per forza nella grande città. Ma perché non si può vivere la vita come si vuole? Perché tanti obblighi che la rendono una corsa continua? E da che cosa viene questo rammarico? Pensa un po’ … dal fatto di non poter stare più spesso e più a lungo con Giorgio. E’ giusto un anno che questa storia va avanti ed ancora non riesco a capacitarmi. Quando mi si è avvicinato la prima volta - eravamo in sala mensa e c’era un ritrovo per salutare un collega che andava in pensione - mi ha divertito con quella battuta, ma sono rimasta abbottonata in difesa ed allora lui si è allontanato e non ha detto più una parola. Però mi ha messo a disagio ugualmente, non era un fissare sfacciato il suo, ma mi sentivo gli occhi addosso; quello sguardo malcelato mi assediava, mi opprimeva. Allora ho deciso che era meglio passare all’attacco e scoraggiarlo, così mi sono avvicinata io e gli ho detto “Collega, hai visto l’ultimo avviso di servizio nella bacheca della medicheria?” “No, quale?” “Quello su cui sta scritto: guarda da un’altra parte, è certo che ti va meglio.” E’ diventato di fuoco ed ha detto solo “Scusami, non volevo darti fastidio”, poi si è tolto il camice, ha preso il giaccone, ha salutato tutti ed è andato via. *** E’ un anno da quando l’ho conosciuta ed è trascorso più in fretta di qualunque altro che finora ho vissuto, le settimane sono diventate degli intervalli che ci separano dagli incontri del sabato e della domenica. Da quando ho vinto il concorso per l’ospedale di Avellino Viola vuole venire lei fin qui perché dice che fra queste montagne e questi boschi recupera tranquillità e senso del vivere, ma preferirei che non facesse tanta strada in macchina, soprattutto d’inverno. Potrei andare io fino a Napoli, anche se ormai da quel caos ritorno sempre stonato. Basta, devo provare a riproporglielo con garbo e devo anche convincerla a pensare ad un progetto di vita in comune. Vorrei che questo miracolo che si ripete di settimana in settimana (altro che quello del sangue di S.Gennaro!) non fosse più un’attesa, ma la certezza di una realtà inspiegabile. Dopo un anno ancora non ho capito come, dopo lo scontro iniziale, l’attenzione di una donna così piacente e sensibile ha potuto essere catturata da un tipo incolore e silenzioso come me. Se non fosse troppo bello per ironizzarci su, dovrei dire che ha cambiato specializzazione, non fa più l’anestesista ma la psichiatra e sta tentando di psicanalizzare la tendenza all’autismo che mi fa chiudere in me stesso e riflettere di continuo. Capita che mi isoli mentalmente anche in quelle riunioni disperatamente allegre di amici in cui si vogliono uccidere subito i problemi, prima che nascano perchè, una volta nati, poi finiscono per riposare fra le nostre braccia. *** Questa storia in cui mi sono fatta coinvolgere che cos’è se non la classica telenovela della quarantenne innamorata? Per quante puntate andrà ancora avanti? Dopo quella mortificazione iniziale che gli ho inflitto gratuitamente sono stata proprio io, ripensandoci, a chiedergli scusa e poi a favorire le occasioni d’incontro per conoscerlo meglio. Allora perché continuo a pensare ossessivamente che, dopo le delusioni del matrimonio finito male e poi di un’altra storia amara, anche questa potrebbe essere un fallimento? No, devo smetterla con le mie paure dal momento che Giorgio non è un uomo con la u minuscola come tanti. Quando il nostro rapporto è diventato evidente per tutti e prima che lui andasse via da Napoli, una collega sarcastica mi ha detto “Sei eccezionale, solo tu potevi essere capace di sopportare il virtuoso silenzioso.” Ho risposto con un sorriso ed un’alzata di spalle, in quel sarcasmo c’era una buona dose d’invidia per il fatto che avevo catturato l’attenzione di uno come pochi, rispettoso degli altri e sempre disponibile a dare una mano con discrezione. Non sono anziana, ma gli anni passano ed ogni venerdì, dopo una settimana di lavoro ed una giornata intera di sala operatoria, sono stanca, eppure non vedo l’ora di prendere la macchina e di andare a rifugiarmi da lui. *** Adesso sapete. Avete letto nei nostri pensieri e potete interpretare quelle brevi notizie di cronaca dell’incidente stradale di tanti e tanti anni fa, messe lì solo per riempire un angolo di pagina di giornale; potete anche rileggere diversamente tutti quei necrologi di cui non si sa bene se sogghignare più per il formalismo o per l’ipocrisia. Ce ne sono stati tanti ed ho conservato solo quelli di ex pazienti, rimessi in piedi da operazioni chirurgiche difficili quando altri anestesisti non avevano saputo o voluto partecipare all’intervento giudicato troppo rischioso. In quei casi Viola aveva il coraggio e l’umanità di parlare con chiarezza e dolcezza, di schierarsi dalla parte dei malati, di andare a visitarli più volte e quelli capivano. Di solito tutto il merito ed i ricordi riconoscenti vanno al chirurgo, l’anestesista è un tecnico incolore (ma guai se sbaglia!), invece nel caso di Viola c’è stata una marea di testimonianze che la ricordavano come una persona capace di calarsi fra l’umanità sofferente senza interessi personali e senza finzioni. *** Anche io la ricordo così e, fra le critiche universali, non ho pubblicato nessun necrologio. Dopo lo schianto che sull’autostrada ha spezzato la sua esistenza sono riuscito a superare il dolore, ma anche la mia vita si è fermata a quel momento e non ho voluto altre storie dopo di lei. I trent’anni che sono scorsi lentamente e senza lampi, così come i trentanove che avevo vissuto prima di conoscerla, non hanno nulla a che vedere con quell’unico che è volato in sua compagnia e che ha dato un significato al mio stare al mondo. Il rimpianto più grande è quello di non aver saputo impormi per invertire le parti ed andare io da lei nei fine settimana, poi però penso alla gioia che provava quando andavamo a passeggiare in quel bosco di castagni ed il rammarico si attenua. In tutti questi anni mi ha tenuto lontano dal precipizio della depressione il ricordo del nostro ultimo dialogo, quello che avete letto all’inizio di queste memorie. Sono riuscito a sognare ancora senza morire dentro. *** Oggi sono andato in pensione e la festa di commiato che hanno organizzato in sala mensa mi ha fatto rivivere quell’incontro lontano con lei così, dopo aver ringraziato tutti, ho fatto forza a me stesso ed ho rivisitato il sacrario della memoria, quel bosco di castagni in cui non ero più entrato temendo di non reggere il peso dei ricordi. Quel posto è intatto, mi ha aspettato per trent’anni e le foglie, cadendo, hanno nuovamente riempito il suolo di colori smorzati; il bruno predomina sul giallo e sul rossiccio e la luce del tramonto che passa fra i rami dà un aspetto scheletrito agli alberi che si preparano al sonno notturno. Le rondini sono migrate via da tempo ed il suono predominante è il verso del corvo che, ad intervalli, sembra ripetere un cerimoniale di saluto. Una presenza eterea è al mio fianco, ma non un gesto, non una parola confermano che è lì; sono solo con i miei pensieri e vedo ricordi in ogni albero che incontro lungo il cammino. Poi odo un fruscio, ma non è tra le foglie, è nella mia mente; tendo l’orecchio e sento il sussurro della sua voce. “Ora non rendermi triste, non trattarmi come un fantasma. Fammi sorridere come quando stavo con te e sognando continua a parlarmi. Voglio sentirmi viva, essere oggetto di desiderio, del tuo desiderio perché da quando ti ho conosciuto gli uomini e la vita non mi danno più amarezza.” <- torna all'Archivio racconti |
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