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  il racconto

Il soffitto di Nina
di Viola

Nina era a letto e fissava il soffitto. Lui dormiva.
Nina era bella come un fiore d'inverno, teneva cuore e mente devastati, chiusi dentro al cassetto nel comò a fianco al letto.
Nina era stesa e pensava: - non sono di nessuno, io non sono di nessuno.-
Ripercorreva con la memoria quel giorno. Lei seduta in soffitta, una pagina del diario di scuola aperta, gli occhi non leggevano i testi, si rifiutavano di capire i concetti, non riusciva a studiare. Infilandosi dolcemente la penna tra le cosce ingannava il tempo, gli occhi socchiusi ad ascoltare le sensazioni di quel corpo estraneo.
Poi d'improvviso uno strappo, un lieve dolore, niente di grave solo quella sgradevole sensazione di sconfitta. Nina abbassa gli occhi e vede tutti quei filamenti rossi e collosi appiccicati alla penna.
Sangue… I conigli.
Subito pensò ai conigli. Suo padre ne aveva a centinaia sospesi dentro le gabbie metalliche, appese al soffitto con dei grossi cavi d'acciaio.
File interminabili di orecchie tremolanti come fiori sui campi. Tutti bianchi. Tutti con gli occhi rossi.
Passava molto tempo a controllare le nidiate per vedere se ne era nato qualcuno di colore diverso, accadeva raramente ma quando succedeva era felicissima. Lo prendeva dalla gabbia e lo metteva da un'altra parte. Era suo. Era il suo coniglio Grigio o Marroncino o Rossastro. Era quello diverso. Era il coniglio prezioso nato fuori posto tra migliaia di conigli identici tra loro.
Quando li vedeva appesi, senza pelle a gocciolare sangue sentiva sempre una sensazione strana allo stomaco. Ci si abitua a tutto. Ma non sempre si supera altrettanto facilmente.
Ne vedeva spesso di conigli spellati e aperti in due ma ogni volta rimaneva sgomenta ad osservare: le carni rosa, le divisioni dei muscoli, i filamenti gialli di grasso, la trasparenza che lasciava intravedere un osso, la testa …Quella era inguardabile, gli occhi vitrei velati di bianco, sbarrati, fissi, perle finte incastrate tra il pelo, occhi di peluche.
Li uccideva suo padre assieme al fratello, un uomo che puzzava di bestemmie e sigarette accese una dietro l'altra. Quando lo fissava aveva l'impressione che la faccia gli si staccava a pezzi, non c'era alcun senso nell'assieme dei suoi lineamenti se non aria di violenza e cattiveria.
Solo più tardi negli anni sarebbe riuscita a capire la sua miseria, nessuna perfidia, l'ignoranza e la non comprensione di sé avevano partorito quel mostro.
Venivano appesi a un filo tirato sulla piena libertà dei campi dietro casa, dove d'estate si stendevano le lenzuola ad asciugare . Quando rincasava più tardi era già buio, la luce della luna illuminava i corpi con un alone surreale. Sottilmente crudele. File di conigli sgozzati illuminati dal pallido e lucente astro sul cielo. Sembrava un film. Non lo era.
I filamenti sulla penna avevano la stessa tinta dei cadaveri appesi a quel filo. Capì di aver provocato la rottura dell'imene e di getto alla mente emersero le parole lette sul giornale: "La verginità è un valore importante, bisogna farlo quando si è certi di volerlo fare. Sentimenti. Amore. Sesso. Coppia. Dolcezza. Dolore. Imene."
Fissò la penna . In casa non c'era nessuno, la luce estiva filtrava violenta dalle piccole finestre della mansarda. Frinire di cicale. Punto. Niente altro.

Nina era a letto e fissava il soffitto. Lui dormiva.
Era passato molto tempo da quella volta, era uscita e aveva conosciuto il mondo, ossessionata dall'idea dell'amore si era gettata nella folla bevendo alcool, imparando a conoscere le tendenze della moda.
Entrò in un locale la prima volta a 14 anni, la sua amica disse: "Vestiti fuori, strana però alla moda", aveva risposto: "Ma come, non capisco…Elegante?Con la gonna?"
L'amica rise : "Senti…Vestiti come vuoi."

Si presentò davanti alla discoteca vestita con una gonna a pieghe sopra il ginocchio, calze a rete nere, scarpe bianche della Cresima e una giacca in panno. Giacca e gonna della madre, dentro il suo armadio ma non c'era nulla che potesse corrispondere a: 'Strano ma alla moda.'
Quando entrò improvvisamente capì.
Maglie fluo sopra l'ombelico, pantaloni in vinile, boa di piume .Qualcuno portava gli occhiali da sole. Le donne erano semi nude, mostravano pezzi di seno e di coscia, ancheggiavano sinuose illuminate dai neo come bisce nelle teche . La musica assordante e battuta illuminava i volti sconvolti , un branco di falene impazzite .
Le falene sbattono addosso ai lampioni attirate dalla luce. Quelle che riescono ad infilarsi dentro alla palla del lampione toccano la lampadina e rimangono fulminate. Cadono abbrustolite con le ali a brandelli e senza polvere.
Erano tutti falene. Si dimenavano addosso agli strobi alzando la braccia , scuotendo il capo. Forse anche loro avrebbero voluto toccare la luce?
Passò il pomeriggio fissando le cubiste e le ragazze attorno a lei provando ad imitarne le movenze , ingurgitando alcool fluorescente da bicchieri di plastica dal sapore acido.
Si sentiva fuori posto. Era un coniglio marrone in mezzo a centinaia di conigli bianchi tutti identici. Ci si abitua a tutto anche al sapore acido del liquido dentro i bicchieri di plastica. Ci si abitua ,ma non sempre si supera altrettanto facilmente.

Nina era letto e fissava il soffitto. Lui a fianco dormiva .
Quando fece l'amore per la prima volta aveva 17 anni. Era un bravo ragazzo sportivo da 30 e lode agli esami di architettura. Era sano e forte ,un albero giovane sempreverde. Non bestemmiava, non fumava, beveva all'ultimo dell'anno e alle feste raramente . Avrebbe potuto salvarla. Avrebbe potuto.
Aveva due occhi fanali azzurri come il cielo, grandi come il mondo. Dentro c'era Dio. C'erano promesse di pulito e sapone. C'erano immagini di casette a schiera e giardini con l'erba rasata.
Non sentì più di tanto. Un leggero fastidio . 'Creep' dei Radiohead in loop nello stereo .
Le note si diffondevano nell'aria scendevano le scale della mansarda ed entravano nella loro stanza.
Non fu niente di speciale visto che non riusciva ad identificarne i contorni con la memoria.
Aveva l'impressione di essere altrove , era fuori nei campi a cercare le lucciole, era seduta sulle scale a pensare , la sua mente si gonfiava e usciva dalla pareti, raggiungeva il cielo, era una nuvola. Guardava il suo corpo fare l'amore .Non era lei. Era sopra di loro. Li vegliava. Vegliava il suo amplesso come i santini appesi alle pareti delle case . Mani giunte. Capo leggermente inclinato.
Amen.
Imparò a fingere l'orgasmo. Lo faceva regolarmente per farlo felice. Amami ti prego. Mi fai star bene vedi? Mi fai felice. Sto godendo vedi? Potresti non amarmi? Potrei deluderti? No.
Nina si spogliava davanti allo specchio. Controllava la curva dei seni, l'incavo delle cosce, stringeva la pancia ammiccando con gli occhi, corrucciava la bocca per scoprire che forma assumessero le sue labbra nel bacio, scioglieva i capelli facendoli ricadere sulle spalle .
Voleva essere bella, perfetta, come avrebbe fatto a rifiutarla ? Non sarebbe mai rimasta sola.
Poi quando lui se ne andava accendeva subito la sigaretta, gettava la maschera , si lasciava andare sul divano scomposta, chiamava qualcuno per uscire, rientrava nelle vesti malsane con destrezza, si dipingeva gli occhi di nero e si scagliava con foga sulla propria disperazione.
Continuò così finche lui se ne andò. O forse fu lei. Non ebbe molta importanza. Se ne andarono ognuno fuori dalla porta di emergenza col proprio fagotto di bugie così com'erano entrati, senza cercarsi mai più.
Ci si abitua a tutto anche a fingere l'orgasmo regolarmente per regalare illusioni. Ci si abitua ma non si supera altrettanto facilmente.

Nina era a letto e fissava il soffitto. La luce che filtrava dalle tende pesanti formava strane immagini . Nina le osservava e ci vedeva il mondo, i sogni, gli incubi. Stringeva gli occhi…
Ecco un diavolo!
Li riapriva …Ecco un angelo!
Lui dormiva.
Lui dormiva sempre. Non si accorgeva dei particolari, lavorava e tirava cocaina a momenti alternati. Era un bambino capriccioso e cresciuto dentro il corpo di un trentenne. La amava ma non si accorgeva se aveva gli occhi lucidi. La amava ma non bramava le sue forme. La amava ma russava profondamente, mentre la luna si schiantava sulla mente di lei, bisognosa . La amava ma non ci guardava dentro,si fermava alla scorza.
Ci sono frutti che brillano di intenso colore, così belli da commettere peccato mangiarli. Se nessuno azzarda un morso il verme che li scava resta celato per sempre, rimangono sul cesto a far bella mostra di sé, le persone passano e vedono un bella pesca o una bella mela. Tonda .Rossa. Invitante .
Oh , se solo la mangiassero! La sputerebbero sul piatto , disgustati , pezzi marroni misti a saliva e vermi sul tavolo. Dio che schifo.
Lui non la mordeva. L'aveva messa nel cesto.
Ci si abitua a tutto ma c'è una cosa alla quale non ci si abitua mai.
Alla perdita di sé. A quella non ci si abitua mai. Si passano anni a coprire il proprio verme di brillanti e borotalco nel tentativo di farlo sparire, si cercano modi più per svariati per ignorarlo, una macchina nuova, un paio di gambe aperte , un digitale terrestre. Il verme tuttavia continua a scavare, costruisce le sue tane tra le pieghe dell'anima, arriva al cervello fino a consumare tutto il consumabile, finche non rimane nulla , solo la scorza.
Al suo rodere non ci si abitua mai. Si sente di notte nel silenzio della camera, si avverte a lavoro durante una pausa, nell'attimo in cui passa una sbornia , nell'attimo prima di prenderla, si percepisce mentre si fa sesso senza essere nella stanza, mentre diciamo sì quando vorremmo dire no , mentre lecchiamo in modo garbato il fondoschiena di qualcuno conosciuto la stessa notte.

Nina era a letto e fissava il soffitto .Lui dormiva. Nina si alzò di scatto, rimase ferma davanti allo specchio per ore. Aspettò l'alba poi quando i primi raggi di sole invasero la stanza vide il suo viso sconvolto riflettersi , era quello di una ninfa d'acqua, formava cerchi concentrici in espansione, sempre più ampi, sempre più infiniti, fino a invadere la stanza, fino a uscire e raggiungere il sole appeso e inclinato per dispetto sul cielo di gennaio.
Allora prese un rossetto e scrisse sulla parete in stampatello: 'Io sono di qualcuno. Sono mia.'
Lo scrisse col rosso ,lo scrisse col fuoco, lo scrisse col sangue.
Sangue di fili collosi sul tappo di una bic, sangue di conigli appesi a gocciolare. Sangue che scorre nelle vene, pulsa forte nelle tempie e porta il verme del bisogno di esistere dritto-dritto schizzato in quella scritta sul muro.
Quando il mondo si svegliò Nina non c'era più. Lui si chiese dove fosse finita e non essendo in grado di trovare risposta rimediò gettando sul tavolo una riga di coca, rimedio al momento più che soddisfacente.
Qualcuno azzardò la fuga. Qualcun altro la morte. Alcuni ne presero distrattamente nota mentre cercavano la loro via di fuga, altri nemmeno se ne accorsero.
Sul letto non c'era la sua forma, le lenzuola erano intatte come non ci avesse dormito nessuno, c'era solo quella scritta sul muro, impressa, fissa e marcata come la firma di una schizzo frenica,
un graffiti in pieno stile neo-punk, col tratto nervoso e politicamente scorretto dei centri sociali.
Rosso su bianco.

Più lontano, molto più lontano i suoi passi.
Corrono via veloci tra sussurri di vento e spicchi di luna, a cercare conigli marroni tra file interminabili di orecchie tremolanti come tulipani sui campi. Tutte bianche. Tutte identiche.

Fuori, il silenzio. Dentro, la vita.


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