Conversare per vivere

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Opera di Jeff Koons

L’Italia ‐ e non solo l’Italia del Palazzo e del potere ‐ è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand Guignol.
Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.

PIER PAOLO PASOLINI

di Ugo Righi

Sto ascoltando in tv un politico sinistro che, con aria mistica, afferma che bisogna finirla con questa strategia dell’odio.
“Ma come? È lui che la sta praticando ora!”
Lo osservo il suo volto è bonario, sorride continuamente, ma si sente che il suo animo non lo è.
Le sue parole sono chiaramente prodotte da una pulsione interiore profonda, oscura e, appunto, piena di odio.
Non lo odiavo, prima che parlasse, ma ora che lo sta facendo, anche se non è odio, quello che provo è certamente un rifiuto forte di questa figura.
Cerco di resistere, ma devo confessare che mi è difficile.
Il suo comportamento comunicativo determina e alimenta proprio quello che lui afferma che deve essere combattuto.
Non è consapevole di questo, si capisce dal suo faccione e dall’espressione vagamente ebete che ha mentre usa il solito straccio di copione, detto e ridetto da chi l’ha preceduto, come se fosse la prima volta.
Nonostante anni di dibattiti in tv e comparse di vario tipo, i copioni non cambiano: e sono pochi quelli fuori dai giochi di potere politico che ascoltano e cercano di sviluppare conversazioni che abbiano senso comunicativo.
Si dovrebbe ascoltare l’altro, con la possibilità riconoscere il suo valore e il valore che si potrebbe costruire insieme.
Certo, lo so è difficilissimo tentare di dare valore a chi non te ne da e, anzi, considera la sua missione strategica quella di svalutarti per affermare se stesso.
La regola ferrea è quella di non ascoltare.
L’intenzione precisa è non farlo, perché se si ascoltasse, si correrebbe il rischio sentire e quindi di capire diversamente e perciò di ”perdere”.
Farlo comporterebbe accettare di inserire, all’interno della propria complessità, altre complessità: meglio semplificare dividendo tra buoni e cattivi, tra chi è nel giusto e chi sbaglia.
Quello che è agito è una grande incompetenza comunicativa attuata da soggetti incompetenti socialmente che hanno, per forza, solo lo sbocco del conflitto.
Un metodo di comunicazione evoluta dovrebbe avere un metodo valido che riesce a includere la complessità.
Un metodo che consideri la complessità del reale e ne veda i vantaggi, invece di dissolverla, mutilando la realtà in chi ha ragione e chi ha torto.
Chi afferma che l’altro è incapace, perché non la pensa come lui, in effetti, sta manifestando la sua incompetenza di poter dialogare con delle differenze, e quindi, nei fatti, sta dichiarando la propria debolezza.
Il limite è legato all’incapacità di vedere in termini ologrammatici e determina cecità.
L’ologramma considera non solo la parte che è nel tutto, ma il tutto che è nella parte.
L’idea dell’ologramma costituisce il superamento del riduzionismo che vede solo le parti e dell’olismo, che vede solo il tutto.
La complessità richiederebbe di far dialogare il tutto e le parti, riuscendo a comprenderle, quindi praticare una competenza discorsiva ologrammatica, appunto.
Ma li sentite i discorsi ipersemplificatori dei nostri governanti?
E’ difficile davvero uscire da questo tunnel.
Insistere su come si dovrebbe essere, quando manca il saper essere e anche l’umiltà del voler essere non porta a grandi sbocchi.
Quindi continuo, inutilmente, a dire che dovrebbe essere consapevole chi non può e non vuole e anche non sa.
Non sa, perché un’altra debolezza è proprio quella riflessiva ed etica che riguarda la responsabilità del soggetto di potere, che può ottenere o impedire cambiamenti più di altri.
Riflettere ha a che fare con l’allontanarsi un poco in termini emotivi da ciò che si sta vivendo, per osservarlo e comprenderlo.
Come esseri viventi esistiamo come totalità in uno spazio
relazionale, lo spazio del comportamento.
Se desideriamo uscire dal malessere e generare un cambiamento nella nostra vita, della nostra convivenza, dobbiamo cambiare le reti di conversazioni che la conservano nel nostro fare quotidiano.
Come affermavo prima, riuscendo a darci un metodo che riesca a includere la complessità, non a mutilarla passando dalla fluidità delle reti a degli accorpamenti grossolani che tolgono spazio di vita.
Come mi sembra suggerisca il quadro do Kroons che propongo all’inizio.
Se ci troviamo a vivere dentro una rete di comunicazione
caratterizzata dall’aggressività o dal rifiuto, se
apprendiamo questa cultura di malessere, tendiamo a conservarla e a riprodurla e forse anche a insegnarla senza rendercene conto.
L’episodio dell’insegnante di Palermo è significativo per spiegare, secondo me, quanto affermo.
Se qualcuno attacca il mio nemico diventa mio amico, anche se l’intelligenza mi dice che ha sbagliato, e quindi essendo io produttore di realtà riesco a dare un senso valido a ciò che la logica dice che non lo è.
Un sistema di affermazioni o di elaborazioni concettuali è accettabile logicamente se parte da una premessa che è vera oggettivamente, e se ogni parte che lo compone, e crea l’insieme, è vera.
Altrimenti le conseguenze logiche non possono che essere false o incoerenti.
Non può l’ignoranza essere convalidata e diventare “opinione”, e se chi dovrebbe insegnare la realtà, affinché si possano sviluppare organizzazioni riflessive intelligenti, non lo fa sbaglia.
Non si può dire che vale quello che si pensa se prima non si pensa quello che si dice.
Non si può usare questo per colpire un nemico, è considerato bene.
Non è etico, non è logico, non è da esperti di comunicazione della complessità.
In conclusione credo che la possibilità di sviluppo del nostro modo di vivere insieme, consista nell’atto riflessivo per tentare la consapevolezza.
Ma la riflessione è possibile solo se si riescono a mettere “tra parentesi” le certezze e smetterla di inventare nemici, che poi lo diventano davvero, perché è questo che gli si chiede di essere.
Si dovrebbe mettere la verità tra parentesi, perché solo così tutte le affermazioni diventerebbero ugualmente degne di ascolto.
Il rispetto e il valore dato al soggetto rendono possibile la riflessione e, quindi, la conoscenza: è la possibilità di “stare con l’altro”, di co-abitare uno spazio e un tempo.
Il segreto del valore è accettare le legittimità dell’essere che ognuno di noi è, perché solo rispettando la legittimità della nostra esistenza, possiamo essere “presenti” all’altro e incontrarlo in modo autentico.
Se riuscissimo a mettere le verità tra parentesi si potrebbe scoprire che le cose possono essere fatte, e che solo insieme, si possono fare.
Certo essere nemici è più facile: semplifica tutto!