7 opere in 7 metri quadrati, Bivacco Messner a Venezia

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Roma, 11 mag. (AdnKronos) – Svelate al pubblico le sette opere, di altrettanti artisti, plasmate appositamente per lo spazio, minimo e minimale, del Bivacco Messner che ArtintheAlps, associazione attiva nella promozione di artisti altoatesini a livello internazionale, ha inaugurato a Venezia sull’isola di San Servolo in concomitanza con la Biennale Arte. Sette opere collocate in poco più di sette metri quadrati: sostanzialmente un record per “una sfida molto complessa e difficile – ha detto inaugurando l’installazione la curatrice svizzera Christine Rekade – ma che abbiamo accettato di buon grado”. Il bivacco, centro dell’installazione, è stato dedicato da Reinhold Messner al fratello Gϋnter perito sul Nanaga Parabat nel 1970, e prestato per l’occasione ad ArtintheAlps. “Bivacco rappresenta una allegoria della nostra terra – sottolinea il direttore artistico di ArtintheAlps, Paolo Berloffa – dove convivono popolazioni e lingue diverse. Siamo una piccola Europa in Europa, dove incontro, dialogo e comprensione sono le nostre parole chiave. Il bivacco, prima che arrivasse a Venezia per lo sviluppo di questa idea, era collocato a poche centinaia di metri dal confine con l’Austria: siamo convinti che più le idee saranno in grado di circolare, passando appunto liberamente i confini, meno i confini saranno attraversati dagli eserciti”.

Il bivacco rappresenta la vocazione di luogo aperto e transfrontaliero che caratterizza l’Alto Adige/Südtirol quale terra di passaggio e scambio, ma anche di accoglienza, a cavallo e a superamento dei confini. Proprio nel rispetto di questa logica e della funzione che il bivacco ha in alta montagna (accogliere chiunque da dovunque arrivi) l’installazione di ArtintheApls sarà sempre aperta. Quella del Bivacco è una esperienza artistica molto personale: all’interno dell’opera infatti è possibile accedere in più persone – in piedi al massimo due, tre visitatori – ma per cogliere l’aura del progetto occorre sedersi da soli al tavolo centrale. Con la porta chiusa, la cui maniglia già è un opera, nel silenzio dell’isola, al buio rischiarato solo da due piccole lanterne, e dalle feritoie laterali della struttura da cui entra luce naturale, ognuno potrà vivere la sua esperienza. Monete fuse, libri che ridisegnano il profilo delle Dolomiti, adesivi d’epoca con moderni Qr Code (scansionandoli sarà possibile portare a casa un pezzettino di esperienza Bivacco), tracce di Dna, formule chimiche e pezzi di Dolomia, un modellino del bivacco che diventa chiesa, coperte in lana di pecora con tracciate le vie di fuga dei migranti verso l’Europa: tutto questo sta nel piccolo Bivacco Messner a Venezia.

Nel Bivacco Jacopo Candotti espone ‘Ancora senza Europa e ancora senza un titolo’, opere in ottone ricavato da 184 monete da 20 centesimi, del 2019. Candotti (classe 1982, di Bolzano) nelle sue sculture illustra ripetutamente la fragilità e le precarie condizioni del presente, interviene in quella parte del bivacco che illustra l’apertura della struttura: l’apriporta. Dalle monete da 20 centesimi raccolte, Candotti lancia una nuova maniglia che estende e affina la leva esistente. Le monete sono riconoscibili solo nel materiale (ottone) e nel colore. In un’Europa sempre più fragile, con ideali comuni in calo, solo la moneta comune rimane la forza trainante e transfrontaliera.

Di Nicolò Degiorgis (classe 1985, di Bolzano) è esposto il libro d’artista ‘Peak’. La sua pubblicazione originariamente stampata come rivista-fanzine appunto con il titolo ‘Peak’ (prima edizione 2014), è una rappresentazione delle Dolomiti, attraverso le forme delle loro vette e valli. Disponendo sempre mezza vetta accanto a metà cima di un’altra montagna, Degiorgis mette in scena una sequenza coreografata di un immaginario ma comunque familiare panorama montano. Per sorreggere la pubblicazione e appositamente per il bivacco Degiorgis ha progettato un leggìo la cui forma ricorda di nuovo la cima di una montagna.

E’ una serigrafia su pellicola adesiva, con file audio, del 2019, l’opera epsosta nel Bivacco di Hannes Egger (1981, di Bolzano). Gli adesivi delle associazioni alpinistiche presenti sulle pareti del bivacco testimoniano la presenza e le origini degli alpinisti che qui sono passati. Ma gli adesivi più importanti erano quelli con i numeri di emergenza. In passato bisognava scendere a valle e raggiungere un telefono per poter allertare il servizio di soccorso alpino. Oggi la chiamata di emergenza è più facile e veloce. Al posto del numero di emergenza Egger lascia nel bivacco un codice QR per consentire ai visitatori di scaricare una performance audio sul proprio cellulare. Guidati dall’artista, i visitatori non solo vivono lo spazio limitato con e sul proprio corpo, ma sono anche guidati attraverso i vari livelli di significato nella storia e nelle storie di questo alloggio aperto.

L’artista Julia Frank (1988, di Silandro) che espone l’opera ‘Günther Messner’, stampa su stoffa (2019), prende come spunto per il suo lavoro appunto l’intitolazione del bivacco a ‘Günther Messner’ morto durante la spedizione al Nanga Parbat nel 1970. La responsabilità fu addossata al fratello Reinhold, compagno di scalata, che lo avrebbe abbandonato pur di raggiungere la vetta. Ne nacque una disputa mediatica risolta solo nel 2000 grazie al ritrovamento sul Nanga Parbat di un reperto osseo, attribuito a Günther Messner dall’analisi del Dna, che dimostrava come Reinhold Messner fosse giunto in vetta con il fratello, poi colpito da una valanga già sulla via del ritorno. Julia Frank stampa ora la mappatura del Dna di Günther Messner come un motivo astratto sulle bandiere che ornano il bivacco. Non solo disegna un ritratto astratto dell’alpinista deceduto, ma nel contempo ricorda anche che non per pochi alpinisti il bivacco è stato il luogo dove hanno trascorso la loro ultima notte.

Simon Perathoner (1984, di Bressanone) nelle sue opere esplora continuamente i mezzi e i metodi della rappresentazione. Per il suo lavoro ‘Tautology’ (2018), esposto nel Bivacco, l’artista ha intagliato in un blocco di pietra dolomitica la sua stessa formula chimica. Si tratta di un doppio ritratto del gruppo montuoso altoatesino – una volta nella descrizione attraverso il linguaggio, una volta attraverso il materiale – che Simon Perathoner installa nella ristrettezza del bivacco.

‘Modell für eine architektonische Ergänzung “Himmelfahrt” des Biwak Günther Messner’ (2019) è l’opera di Leander Schönweger (1986, di Merano) esposta nel Bivacco. L’opera in ferro traccia gli aspetti non detti e nascosti della nostra vita e li fa apparire in luoghi inaspettati. Attraverso spostamenti minimi nell’ambiente familiare, Schönweger riesce a creare situazioni irritanti e surreali. Anche il modello del bivacco trasformato in chiesa o cappella di montagna non può essere classificato o spiegato a prima vista. Ma entrambi i modelli si basano sull’idea di protezione e accoglienza in caso di bisogno e consentono associazioni e interpretazioni in diverse direzioni.

Lana, cotone con stampa blu e ricamo, sono i materiali di ‘Transhumanz’ (2018) di Maria Walcher (1984, di Bressanone) che combina i sentieri secolari delle pecore, che vengono portate oltre i confini delle Alpi altoatesine ad altri pascoli, con i percorsi delle persone in fuga attraverso l’Europa. Su coperte di lana di pecora, che l’artista ha tinto con la secolare tecnica della stampa blu, ha ricamato a mano un ornamento apparentemente astratto di linee colorate. Lo schema traccia le vie di fuga più comuni verso l’Europa a partire dal 2015 e allo stesso tempo ci ricorda un’immagine a stella che – per gli alpinisti, i pastori e le persone in fuga – può costituire sia un punto di orientamento che un simbolo di speranza.