di Giovanni Di Trapani
In Italia il diritto alle ferie è garantito dalla Costituzione. La possibilità di trasformarle in una vacanza, però, dipende sempre più dal reddito disponibile. Nel 2025 il 33,2% delle famiglie con un figlio minore non ha potuto permettersi almeno una settimana lontano da casa. La quota è del 31,5% tra i nuclei con due figli e sale al 53,3% quando i figli sono almeno tre. In altre parole, per oltre la metà delle famiglie numerose la vacanza non è una scelta rinviata, ma una spesa fuori portata. Il dato, elaborato da Openpolis e Con i Bambini su base Istat, non misura semplicemente quante persone siano rimaste a casa. Misura qualcosa di più profondo: la progressiva riduzione dello spazio economico entro il quale le famiglie possono scegliere. Quando il bilancio domestico viene assorbito da abitazione, alimentazione, energia, trasporti e cura dei figli, il viaggio è una delle prime voci a essere cancellata. Non perché superfluo in senso assoluto, ma perché immediatamente comprimibile. È qui che emerge il paradosso italiano.
Il turismo continua a essere uno dei comparti più dinamici dell’economia nazionale, sostenuto soprattutto dalla domanda internazionale e dalla capacità delle destinazioni italiane di attrarre visitatori ad alta propensione di spesa. Crescono le presenze straniere, aumentano gli introiti turistici e si rafforza il contributo del settore alla bilancia dei servizi. Ma questa crescita non coincide necessariamente con un ampliamento dell’accesso al turismo da parte dei residenti. Un Paese può essere sempre più visitato e, nello stesso tempo, diventare meno accessibile ai propri cittadini. La contraddizione è solo apparente. I flussi turistici misurano il volume complessivo del mercato; non dicono come sia distribuita la capacità di viaggiare. Se una parte della popolazione spende di più e una parte crescente rinuncia del tutto, il fatturato può aumentare mentre la partecipazione sociale si restringe. È una dinamica analoga a quella osservata in altri consumi culturali: il valore economico complessivo cresce, ma si concentra in fasce di reddito più solide.
La vacanza non è soltanto consumo. Per un minore significa uscire dal perimetro abituale, conoscere luoghi, persone e paesaggi, rafforzare la socialità familiare, accedere a esperienze culturali e ambientali. Non sostituisce la scuola, ma contribuisce alla formazione informale. Quando questa possibilità manca sistematicamente, la disuguaglianza economica tende a trasformarsi anche in disuguaglianza educativa. Il fenomeno è particolarmente grave per le famiglie numerose, monogenitoriali o sostenute da un solo reddito. La presenza di figli amplifica il costo del trasporto, dell’alloggio e della ristorazione, mentre i sistemi di tariffazione turistica raramente riconoscono vere economie familiari. La vacanza diventa così un bene a costo crescente proprio per chi avrebbe maggiore bisogno di occasioni di riposo, relazione e condivisione.
La questione non può essere risolta con misure episodiche o bonus stagionali. Occorre ripensare il turismo sociale come parte delle politiche familiari, educative e territoriali: mobilità a tariffe accessibili, sostegno ai soggiorni per minori, valorizzazione delle strutture pubbliche, accordi con il welfare aziendale, centri estivi, campi educativi e un’offerta culturale diffusa anche nelle città di residenza. Misurare il successo del turismo soltanto attraverso arrivi, presenze e spesa media significa osservare una parte del fenomeno. Un sistema turistico realmente competitivo dovrebbe essere anche inclusivo, capace di generare ricchezza senza trasformare il viaggio in un privilegio. Perché una famiglia costretta a rinunciare ogni anno alla vacanza non rappresenta soltanto una domanda perduta per il mercato: è il segnale di un benessere che cresce nelle statistiche, ma non raggiunge tutti.





































