A ciascuno il suo, nel senso letterale dell’ espressione

37

Sta procedendo, (quasi) sottaciuta, la marcia di avvicinamento degli Italiani alla fatidica data del “referendum sulla giustizia” o di qualcosa che aspira a somigliargli. La Premier Meloni, qualche giorno addietro, ha annunciato che le date individuate per compiere le operazioni di voto dovrebbero essere il 23 e 24 marzo prossimi venturi, quindi non lontano nel tempo. Senza entrare nel merito dell’ occasione, è comunque importante fare qualche considerazione sul contesto, prendendo le mosse dai risultati gia concreti originati dalla frizione, ormai quasi consumata, che da anni si è interposta tra la magistratura e il potere con cui è in stretto contatto, quello esecutivo. In queste righe si intende mettere in luce un aspetto poco evidente di tale diatriba: i danni economici che subiscono il Paese e chi opera nei suoi confini. In tribunale Cicerone ripeteva spesso: “unicuique suum” che, inteso in senzo attualizzato, vuole affermare che ciascuno deve occuparsi di ciò che gli compete, meglio di ciò che è stato oggetto della sua formazione professionale. Del resto a Padova, molti anni fa, accadde qualcosa che ancora oggi vale, probabilmente più di allora. Nel ‘700 il giurista napoletano Gentili, nell’Aula Magna dell’Università, stava presiedendo uno dei primi convegni sul neonato diritto internazionale. Questa materia era diventata parecchio importante dopo quanto aveva scritto Adam Smith sulle esportazioni di beni, quindi sui vari aspetti del commercio con l’estero, le nazioni rivierasche in primis. Chiesero la parola alcuni prelati di alto rango e ottennero da Gentili la risposta: “silete sacerdotes in adverso munere”, tacete sacerdoti su un argomento che non è di vostra competenza. Cosi sta accadendo per la Magistratura che, ormai da anni, presume di poter intervenire in ogni espressione dell’ umano agire, compresa la produzione di beni e servizi. Conoscendo per una diretta testimonianza l’operatività degli ermellini, è noto che i tempi che occorono loro per pronunciare una sentenza, sono della durata di quelli biblici, se non addirittura più lunghi. Se volessero sostenere che ciò accade perchè la materia in discussione non appartiene al loro bagaglio culturale, invertirebbero l’onere della prova della loro difficoltà a entrare nel merito. Con un paragone colorito e senza sminuire le loro capacità, ben potrebbero essere definiti: “pesci fuor d’acqua”. Naturale conseguenza sarebbe che dovrebbero accettare l’invito a farsi da parte, pronunciato all’epoca dal Professore Gentili, tutt’ora valido. Del resto nella loro casta, da allora a oggi, l’atteggiamento verso il resto delle popolazioni comunità in cui operano, è cambiato poco o niente. Come a confermare che spesso chi stesse cercando di modificare ad horas quanto ha elaborato in un lungo periodo, la vita, debba arretrare con le pive nel sacco.