A Napoli come nella città di “Via col Vento”

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Per dimostrare le teorie sull’interpretazione come metodo per rendere economicamente indipendente un bene culturale, si può osservare ad esempio ciò che avviene all’estero, in Europa come in America.

La cittadina americana di Savannah, nota ai più come la città di “Via col Vento”.

La potenzialità turistica di questo luogo emerse prepotente all’indomani della crisi economica del cotone, che però favorì la conservazione, e non la trasformazione del vecchio impianto urbanistico con la sovrapposizione o la sostituzione con edifici nuovi e nuovi impianti stradali. La città, infatti, rimase a lungo uguale a se stessa. E così l’immagine di quelle larghe strade con gli edifici in mattoni bianchi, che incorniciavano le vicende storiche e umane dei personaggi del film, è rimasta praticamente intatta. Dai bianchi porticati antistanti le costruzioni si è quasi certi di poter vedere spuntare all’improvviso l’eroina della storia. Anche se moltissimi anni orsono, era il 1955, in questa città l’Historic Savannah Foundation intraprese una difficile e articolata politica di valorizzazione attraverso il sostegno, l’educazione e il coinvolgimento della comunità. E cos’era il coinvolgimento se non un attenta opera d’interpretazione dello spirito del luogo? La gestione economica del bene culturale, ad opera di una fondazione privata (guidata da sette donne) ma attenta alle disposizioni della salvaguardia dei beni storici, ha provocato una nuova fioritura economica e la definitiva collocazione del sito come uno dei più visitati in America. HSF ha dimostrato i benefici culturali, sociali ed economici della conservazione come una buona politica pubblica, dimostrando che la conservazione e il progresso vanno mano nella mano. Chiunque abbia visitato Savannah sa che la conservazione è, senza dubbio, la spina dorsale dell’economia.

 “Ma l’America è lontana…” diceva la canzone, e quindi cercherò di illustrare cosa intendo per interpretazione di un bene culturale illustrandovi l’esperimento che alcuni anni fa compimmo presso la Casina Vanvitelliana al Lago Fusaro. L’ambiente del Fusaro fu uno dei siti di caccia prediletti da Ferdinando IV di Borbone che, a Sud-Est del lago sopra un isolotto, fece sorgere il bellissimo Casino Reale. Un gioiello dell’architettura tardo-settecentesca, tra i più significativi dei Campi Flegrei, realizzato su disegno di Carlo Vanvitelli nel 1782. All’interno la Casina era impreziosita dalle sete di S. Leucio e dai dipinti del Ciclo delle stagioni di Phillip Hackert, andati dispersi, di cui tuttavia restano i quattro bozzetti che rappresentano per ognuna delle stagioni una località. Purtroppo questo luogo pieno di storia, d’arte e di natura, a prescindere un momento magico in cui divenne set per le riprese del film “Pinocchio” era un luogo poco visitato, decisamente poco curato, ed era affidato a una fondazione che permetteva il parcheggio delle auto fin quasi sulle sponde del lago. Decidemmo così di scommettere per un mese sulla capacità del luogo di produrre reddito. Ovviamente non avremmo mai potuto permetterci di restaurare le parti depauperate, ma una bella sistemata al giardino e una sommaria pulizia (solo una pulizia in senso letterale del termine) al piano terra e al moletto di cui la casina è circondata, potemmo pemettercelo. Bisognava interpretare il luogo. Il lago Fusaro ha una particolarità: esso è collegato da alcuni canali sotterranei al mare ed è per questo che pur essendo un lago, al tempo dei romani vi era possibile l’allevamento delle orate.  Il Ciclo delle stagioni di Phillip Hackert, il più noto degli autori di gouache, ricorda ai visitatori che quel luogo era stato oggetto di quel particolare tipo di pittura, che come una cartolina, era usata dai protagonisti del gran Tour per fermare per sempre i propri ricordi del luogo. E le folaghe, questi uccelli che raggiungono a volte la lunghezza di 38 cm, erano il bersaglio di caccia dei nobili ospiti del re che usavano così trascorrere il tempo. E poi l’edificio. In pessimo stato manutentivo, nonostante la riapertura annuale per il Maggio dei Monumenti. Quello fu un punto importantissimo: Stato sei proprietario di una tale meraviglia e non le dedichi la giusta manutenzione?  La depauperi non solo del suo valore artistico, che è immenso e non misurabile, ma anche di quello economico, che è invece un dato patrimoniale scientificamente stimabile. Uno scellerato abbandono che però era esattamente ciò che si respirava nel magico luogo. Il punto primo fu proprio questo: comunicare ai visitatori il rischio di quell’abbandono, e illustrare nello specifico, con l’aiuto di esperti di restauro tutti gli interventi da farsi. Esperti ingegneri d’Idraulica spiegarono come riaprire i canali che univano l’acqua salata a quella dolce del lago. Dopo aver sollecitato le emozioni a fronte del degrado, instillato il timore della perdita fisica del bene e delle sue parti, si provocò il sollievo con la certezza della recuperabilità del deficit. A quel punto immagini evocative della caccia e della pesca e lezioni di tecnica gouache tenute da pittori realmente intenti alla realizzazione dei quadri, misero in moto anche l’aspetto commerciale e le vendite di gadget. Adeguati, ovviamente. Il risultato? In un mese il luogo produsse quanto aveva realizzato nei due anni precedenti. Purtroppo l’ignoranza e il pressapochismo di alcuni forti poteri fece in modo che l’operazione non potesse continuare secondo i principi di gestione che erano stati studiati e realizzati. In seguito sono state provate visite teatralizzate che però nulla avevano a che vedere con l’esperimento di gestione con interpretazione. Semplicemente perché una competenza non s’improvvisa.  Però si può fare, e non costa molto.