A Santa Luciella ai Librai a Napoli il mistero del teschio con le orecchie

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A Napoli, tra San Biagio dei Librai e San Gregorio Armeno, tra gli studenti e i turisti, nei vicoli che profumano di pizze e sfogliatelle, di arte e tradizione, in un vicolo appena appartato c’è la chiesa di Santa Luciella ai Librai. La chiesa, la cui esistenza è attestata a partire dal 1327, ha subito un significativo rimaneggiamento nel 1724, assumendo l’attuale aspetto tipicamente barocco. Fu dedicata a Santa Lucia dai lavoranti del piperno che, per il tipo di lavoro svolto, rischiavano continuamente la vista per via delle schegge dei materiali utilizzati. La chiesa è infatti nota anche come chiesa dell’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione, San Gioacchino e San Carlo Borromeo dei Pipernieri.

La chiesa

L’interno, ad unica navata, intimo e raccolto, si caratterizza per un bellissimo pavimento maiolicato, ottimamente conservato, sopravvissuto ad anni di abbandono ed incuria. L’altare maggiore, posto alla sinistra dell’entrata, ospitava la statua dell’Immacolata, mentre, frontale all’entrata, si trova la piccola cappella dedicata a Santa Lucia, come si evince dalle effigi che rappresentano la coppa con gli occhi e la palma, tipiche dell’iconografia della Santa. Una bella cantoria lignea in fondo alla navata non è ad oggi accessibile essendo stata gravemente danneggiata dalle infiltrazioni. Gli stemmi mariani, realizzati nel rimaneggiamento settecentesco, sono visibili un po’ ovunque, sia sulla facciata della chiesa che all’interno.

L’ipogeo e il teschio con le orecchie

Lasciato il livello superiore, percorriamo una piccola, impervia scala e accediamo all’ipogeo inferiore, dove si cela l’aspetto più  misterioso e affascinante del complesso. Secondo il rituale della doppia sepoltura, dopo una prima breve inumazione i corpi  venivano riesumati  per consentire la fuoriuscita dei liquidi e la scheletrizzazione. Solo infine si procedeva alla sepoltura definitiva. L’ipogeo della chiesa di Santa Luciella presenta, circostanza inconsueta negli ipogei, sia terre sante di sepoltura, sia gli scolatoi, oltre alla fossa comune per la sepoltura delle ossa. Una volta completato il processo di scheletrizzazione, i teschi venivano esposti lungo i bordi dell’ipogeo: ce ne sono ovunque, ossa, mandibole, ma soprattutto teschi, a conferire all’ambiente un aspetto quanto mai misterioso. Ed ecco che all’improvviso lo notiamo, tra i tanti ce n’è uno diverso: il teschio con le orecchie. Non è chiaro se si tratti realmente di cartilagini sopravvissute alla consumazione del corpo o di parti di ossa, fatto sta che l’effetto è proprio di un teschio con le orecchie. Ebbene, una tradizione nata nel 600 e tutt’ora viva tra la gente del posto, vuole che il teschio con le orecchie sia tramite con l’Aldilà, simulacro cui rivolgere preghiere e devozione in quanto capace di ascoltarle e collegare il mondo dei vivi con quello dei morti. 

Il culto dei teschi, delle cosiddette capuzzelle, adottate come tramite con l’Aldilà, costruendovi intorno vere e proprie teche ad hoc non è nuova a Napoli, ma la caratteristica di questo teschio e la particolare devozione verso di esso, sono cosa del tutto singolare e unica. 

Siamo nella Napoli del 600, della peste ( si pensi alle cave del rione Sanità, adibite ad ossario comune per l’epidemia), della paura della morte, di un culto dei morti fortissimo, sempre a metà tra fede e paganesimo, quando non vera e propria superstizione, ed è in questo contesto che si inquadra un luogo come questo con tutta la carica di suggestione che ne riempie ogni angolo. Gli ipogei erano luoghi assai frequentati nel 600, i corpi venivano visitati, lavati, sistemati dai congiunti o da devoti, ma oltre a ciò il fedele soleva chiedere agli anonimi resti mortali doni divini e grazie per sé stesso e per i propri familiari, dai più nobili fino alle vincite al lotto, da ottenere per intercessione, il tutto dopo aver adottato un teschio o “capuzzella” sommergendolo di orazioni, lumini, fiori e santini, secondo un rito tecnicamente chiamato “o refrisco” (refrigerio).

Il recupero: la raccolta fondi

Dagli anni 80, dopo il rovinoso terremoto che contribuì inesorabilmente al degrado della struttura, la chiesa è rimasta pressoché abbandonata: erbacce, crolli, calcinacci, infiltrazioni d’acqua sono un po’ ovunque. Anno dopo anno la chiesa rischiava di scomparire del tutto o diventare un deposito di materiali di risulta come già stava in parte avvenendo, ponendo fine ad una storia centenaria di culto e tradizione. Per fortuna questa storia triste e peraltro non nuova nella sua dinamica, ha un lieto fine. Un gruppo di giovani studiosi, riuniti nell’associazione Respiriamo Arte ( Simona Trudi, Massimo Faella, Angela Rogliani, Marcello Peluso e Francesca Licata), viene a conoscenza dell’esistenza di questa chiesa, della sua storia e della tradizione ad essa legata e decide di adottarla. Da allora è partita una raccolta di fondi, tutt’ora attiva ( piattaforma Meridionare della Fondazione Banco di Napoli), per la messa in sicurezza  dei diversi ambienti della chiesa, la facciata, la statua dell’Immacolata, la cantoria lignea, l’ipogeo, per restituirli alla comunità valorizzandone la vocazione culturale, quale luogo di aggregazione e sviluppo sociale per ragazzi nel cuore del centro storico,  e, non ultimo, per il recupero di una tradizione centenaria, misteriosa e suggestiva, in grado di attrarre turisti e curiosi.

 Chi ha orecchio per intendere, teschi compresi, intenda.

 

A Santa Luciella ai Librai a Napoli il mistero del teschio con le orecchie