A scuola da Macron

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in foto Emanuel Macron

A tre settimane dall’inizio della mobilitazione, e per provare a placare la rabbia dei gilet gialli definita da lui stesso come “giusta”, Macron apre ad una svolta sociale. Punta da subito ad una “Francia del merito e del lavoro” e annuncia una serie di misure immediate e concrete di sostegno per rilanciare il potere d’acquisto dei suoi cittadini. Le promesse ricalcano i grandi temi su cui anche il governo italiano proverà ad incidere con questa manovra: reddito e pensioni. Le misure rispondono alle legittime rivendicazioni della maggioranza di manifestanti pacifici e vanno dritte al portafoglio di lavoratori e pensionati. E nell’annuncio a reti unificate durato 13 minuti, Macron ha cercato di dare una risposta forte di misure shock giustificate dallo stato di urgenza economico e sociale: aumento del salario minimo a partire dal 2019. I lavoratori francesi vedranno aumentare lo stipendio minimo di 100 euro al mese dal prossimo gennaio insieme alla detassazione degli straordinari e di eventuali bonus. Per questo ha fatto appello agli imprenditori di Francia che “possono permetterselo” a versare un bonus di fine anno ai dipendenti, che sarà quindi interamente detassato. Invece ai dirigenti delle imprese si chiederà di pagare le imposte in Francia.
L’altra misura concreta sul fronte pensioni è l’annullamento della contribuzione sociale generalizzata (CSG) per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese.
Tutto questo risponde perfettamente allo stile nazionalistico che caratterizza la Francia dai tempi della Rivoluzione, infatti Macron chiude il suo appello con queste parole rivolte ai connazionali che vale la pena di riportare per intero: “la mia unica preoccupazione siete voi, la mia unica lotta è per voi, la nostra battaglia è per la Francia”.
Secondo il quotidiano Le Monde, le misure sociali e fiscali annunciate, calcolando anche l’annullamento dell’ecotassa sul carburante sospesa per almeno un anno la settimana scorsa, potrebbero ammontare a circa 10 miliardi di euro. Questa cifra è stata paventata anche dal segretario di Stato ai Conti Pubblici. Se fosse confermata, questa somma comprometterebbe la traiettoria sui conti pubblici assunta da Parigi con l’Ue. Il deficit al 2,8% nel 2019 (già superiore al nostro 2,4 iniziale) appare “fuori portata” e anche il tetto del 3% “non è più garantito”, scriveva Le Monde. Secondo fonti dell’esecutivo, “ripassare al di sopra del 3% non è più un tabù”.
Ed è qui che le strade si incrociano per i due paesi “cugini”: entrambi sono osservati speciali dell’Unione per eccesso di deficit e l’impatto di misure sociali sul bilancio.
Ma secondo Moscovici però le due situazioni non sono comparabili: ancora una volta l’Italia sembra avere meno fiducia in ambito europeo. L’annuncio delle misure francesi “può essere preso in considerazione”, anche se in modo “limitato, temporaneo ed eccezionale”, sostiene il commissario europeo per gli affari economici. Per Moscovici la situazione della Francia non può essere paragonata a quella italiana.
Più recente però la notizia di un cambio di passo dell’Italia. La cifra che sarà portata a Bruxelles dal premier Conte al tavolo con il presidente della Commissione Juncker potrebbe essere quella del deficit al 2%. I mercati sembrano già apprezzare le indiscrezioni, resta da capire come saranno declinate le misure sociali che da noi, rispetto agli annunci di Macron, sono già scritte nero su bianco nella Legge di Bilancio approvata alla Camera.