“A scuola quote rose non tutelate”

26

Roma, 7 mar. (Adnkronos/Labitalia) – Scuola sempre più colorata di rosa con sfumature di grigio: le docenti e Ata sottopagate, precarie, trasferite d’ufficio e con pochissime chances di carriera. La mancanza di tutele per le quote ‘rosa’ negli istituti scolastici riguarda un numero di lavoratrici percentualmente più alto di qualsiasi altro comparto pubblico: sfiora, infatti, l’82%. E’ quanto scrive in una nota l’Anief in occasione dell’8 marzo.

“Significa che in media, all’interno di ogni scuola autonoma, quattro insegnanti su cinque in servizio -continua la nota- sono donne. Tra gli amministrativi, tecnici e ausiliari tre su quattro sono donne. E anche sei dirigenti scolastici su dieci appartengono al sesso femminile. In Europa, solo l’Ungheria ha più donne in cattedra (82,5%); in Spagna le insegnanti si fermano al 63%, negli Stati Uniti al 74%”.

“Nel Belpaese, invece, a livello di scuola dell’infanzia le docenti costituiscono -spiega ancora l’Anief- il 99,3% dell’organico. Nella scuola primaria, alle maestre sono affidate il 96% delle cattedre (in Spagna il 75%, nel Regno Unito l’81%, in Francia l’82%). A questa alta presenza, tuttavia, non corrisponde una valorizzazione professionale. Anzi, si può parlare di un assetto lavorativo particolarmente difficile: le lavoratrici della scuola, infatti, risultano fortemente discriminate nello svolgimento dell’occupazione, del rapporto con l’amministrazione pubblica per la quale operano, con riflessi negativi anche nella tutela della propria vita familiare”.

Secondo il sindacato, “la mancata considerazione per il corpo insegnante parte dagli stipendi ridotti: oggi una donna che insegna in Italia guadagna tra i 24mila e i 38mila euro”.

“Se si considerano anche gli Ata, il compenso annuo medio, complice il blocco decennale e l’inflazione salita a doppia cifra, è sceso a poco più di 28mila euro annui medi, che fanno vestire alla Scuola la maglia nera degli stipendi di tutta la Pa”, avverte.

Secondo Marcello Pacifico (Anief-Cisal), “la realtà è quella di stipendi ridotti, molto lontani dell’inflazione registrata negli ultimi dieci anni, di vincoli sulla mobilità, di una lunga precarietà che precede l’assunzione a tempo indeterminato, di un allungamento di un decennio dell’età pensionabile spostata fino alla soglia dei 70 anni: le condizioni di lavoro delle donne italiane che hanno scelto il comparto dell’istruzione devono fare riflettere”. “E pensare che agli occhi dell’opinione pubblica queste lavoratrici sono considerate fortunate”, conclude.