A Strasburgo va in onda Italia-Germania

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“I rischi per la ripesa restano al ribasso”. Purtroppo. Lo dice (l’avverbio è del cronista) il governatore della Bce Mario Draghi a conclusione del direttivo che lascia invariati i tassi. Quest’anno si continuerà a parlare di “moderata ripresa” e di bassa inflazione. La svolta è rinviata al 2015 o al 2016. Draghi però fa sempre più “l’americano”: continua a rinnovare l’istituto finanziario più importante d’Europa (che dal 2015 pubblicherà i verbali delle riunioni dell’Eurotower) e conferma mille miliardi a imprese e famiglie, col programma Tltro, se i consumi non partiranno. Vista da Francoforte, giovedì scorso, o da Strasburgo – dove Renzi mercoledì ha inaugurato il semestre italiano – l’Europa sembra parlare una lingua nuova. Ma restano contraddizioni evidenti e irrisolte. Renzi è stato determinante per la rielezione di Martin Schulz alla presidenza dell’Assemblea e per l’ampia designazione di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione, ma la contropartita della flessibilità, benché assicurata nei conciliaboli dalla Merkel, alla prova dei fatti troverà più di un ostacolo lungo il cammino. Il primo lo frappone il capogruppo tedesco Ppe Manfred Weber: “l’Italia deve rispettare le regole, i debiti non creano futuro”. Sicché Renzi è costretto a ribattere a muso duro: “Alla Germania fu concessa non la flessibilità, ma la possibilità di violare i parametri monetari europei. Noi invece le regole le rispettiamo e le rispetteremo”. Il secondo viene dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ripete: “Con i debiti non si cresce”. E Renzi, di nuovo: “Non ci fate paura”. Il clima è da stadio, rimanda al derby Italia-Germania. Ma c’è poco da scherzare, anche perché – come dice sempre Renzi – “se l’Europa facesse un selfie mostrerebbe il volto della noia, di una realtà politica senza anima”. Si spiega così, del resto, l’indifferenza con la quale il Vecchio continente guarda ai mille drammi vissuti giornalmente nel canale di Sicilia, dove non si contano più i morti (domenica scorsa un’altra cinquantina) che inevitabilmente si porta dietro l’inarrestabile marea di disperati in fuga dalle sponde africane. Ora, infatti, il problema non è solo l’accoglienza dei vivi, ma anche la sepoltura dei morti. “Non sappiamo più dove metterli”, dice il sindaco di Pozzallo. E da quell’Europa senz’anima c’è chi risponde: problemi vostri. L’emotività, però, non deve far velo alle altre notizie della settimana. Il ministro Pier Carlo Padoan ha firmato il decreto che riconosce una garanzia pubblica sui crediti delle imprese verso le pubbliche amministrazioni. Dunque, ora le imprese potranno vendere alle banche i crediti vantati nei confronti dello Stato. E gli istituti di credito, a loro volta, potranno vendere i crediti alla Cassa depositi e prestiti entro un plafond da stabilirsi. Lunedì scorso, inoltre, è entrata in vigore la norma che impone l’uso del Pos (bancomat, per intenderci) ai lavoratori autonomi per importi superiori ai 30 euro. La polemica non tarda: è un regalo alle banche; un costo di 1.200 euro all’anno per il popolo delle partite iva. Parole al vento: l’inosservanza dell’obbligo non è sanzionata. Si parla poi di riforma della giustizia al Consiglio dei ministri: se ne parla solo, appunto. Infine, da segnalare il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi, sia pure per incontrare Renzi sul tema delle riforme istituzionali e legge elettorale. Il “patto” sembra reggere. “Renzi incontra il noto pregiudicato”, tuona invece Beppe Grillo. Mentre a Parigi – accusato di concussione e violazione del segreto istruttorio – l’ex presidente Sarkozy viene fermato dalla polizia. E’ la prima volta che in Francia, nei confronti di un ex presidente della Repubblica, protetto dall’immunità fin quando è in carica, viene disposto dalla magistratura lo stato di fermo. È la stessa immunità, in fondo, che in Italia si vorrebbe negare ai senatori “riformati”.