“Abbiamo preso un rifugiato in casa: Ismail ora è il terzo figlio”

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Roma, 9 ago. (AdnKronos) – di Chiara Moretti

Ismail ha attraversato il deserto. Orfano sin da ragazzino in Benin, è stato prigioniero in Libia, ha visto morire il suo miglior amico, è salito su un barcone, è sbarcato a Lampedusa, ma solo a 18 anni e nella campagna bolognese ha trovato famiglia. “Oggi mi ha detto: ‘sono come vostro figlio’. E’ stata un’emozione difficile da raccontare e inaspettata visto che le mie due ragazze sono già cresciute e andate via” dice all’AdnKronos Rita di San Lazzaro nel bolognese che l’ha ospitato per 9 mesi con il compagno Lucio, “chiamarlo marito non mi piace, ma in effetti lo è”, aggiunge lei. Il ragazzo dallo “sguardo timido e il sorriso aperto” è con loro dall’ottobre scorso nell’ambito del progetto Vesta della cooperativa Camelot con il comune di Bologna nell’ambito della rete Sprar e il Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati del ministero dell’Interno. “La prima volta che ci siamo incontrati? Mi è piaciuta la sua espressione ed è stato per questo che è venuto da noi” spiega Rita, precisando che altrimenti “non ce lo avrebbero mandato” perché “vengono fatti degli abbinamenti”. Il tema delle famiglie ospitanti è recentemente tornato alla ribalta dopo le dichiarazioni di Alice Zanardi, sindaca Dem di Codigoro, nel ferrarese, che nei giorni scorsi ha minacciato “tasse più alte” per chi ospita rifugiati salvo, poi, dopo la polemica, fare dietrofront, precisando che si trattava solo di una provocazione.

Da dicembre del 2016 sono 28 le famiglie che hanno accolto rifugiati maggiorenni, provenienti dal Benin come il nostro Ismail, dall’Afghanistan, dal Burkina Faso, dal Gambia, dal Ghana, dalla Guinea, la Nigeria, il Pakistan e il Senegal. Ad accoglierli famiglie come quella di Rita, sposata con due figlie, “già fuori casa”, un cane Ilka e due gatti, ma anche single, coppie giovani e molto meno, anche anziani. “Nonostante le esperienze assurde che ha vissuto, quando è arrivato era un adolescente come tutti e non è stato affatto facile – ricorda Rita -. C’è stato un momento che, dopo una birichinata, ho dovuto urlare e ho pensato ‘ora lo sbatto fuori di casa’. Soltanto dopo ho realizzato che questa reazione si ha con i figli”. Il periodo di soggiorno in famiglia dura dai sei ai nove mesi, non di più. “Il motivo? E’ giusto, bisogna dare uno stop per far capire anche a loro che dovranno volare da soli. E’ il passo più difficile, quello dell’indipendenza”. Ismail c’è riuscito. Ora lavora come aiuto cuoco in un ristorante vegano nel bolognese. “Buffo perché da noi non cucinava” osserva Rita che proprio oggi con Lucio, il compagno/marito, ha accompagnato Ismail a comprare delle stampe da Ikea. Un’idea di Lucio che voleva risollevare il morale del ragazzo, andato via da poco, e forse anche il suo. “Voleva regalargli un po’ d’allegria, di colore per questo abbiamo preso dei quadri. Ora Ismail ha una stanza in un appartamento in condivisione e lui era preoccupato per ‘il cambio’. Volevamo fargli sentire che, anche se lontani, ci saremo sempre”.

Non è stata una famiglia, ma un single ad accogliere invece il 27enne Moussa dal Mali. “Casa mia è sempre stata un ostello. Amo ospitare e allora ho pensato: perché no?” dice all’AdnKronos il quasi coetaneo Daniele di Piasco nel cuneese che si è rivolto a ‘Refugees Welcome Italia’. “Abbiamo attivato così da aprile una delle nostre 42 convivenze in Italia. Perché lo facciamo? Perché crediamo che l’incontro e la conoscenza reciproca fra rifugiati e cittadini italiani, possa contribuire a combattere discriminazioni e luoghi comuni” spiega all’AdnKronos Paola Cappellino dell’associazione. “Per me è stato come prendere un coinquilino con un passato un po’ travagliato certo. Mi ha raccontato come la sua grande famiglia, ‘sono in 12 quasi una squadra di calcio’, abbia investito tutti i soldi su di lui per mandarlo in Italia, come abbiano speso tutti i loro risparmi per fargli attraversare il Mediterraneo e dell’angoscia di restare in stallo nel centro di Cavallermaggiore. Ora non solo Moussa vive con Daniele, ma sono anche colleghi. Lavorano, infatti, nello stesso ristorante. “Il mio ruolo? Gli ho fatto da garante, l’ho fatto conoscere in paese, ho fatto dire a chi aveva dei pregiudizi perché straniero che come si usa dire qui soprattutto tra gli anziani un po’ meno abituati alle novità: ‘è africano, ma è bravo’. Ora facciamo anche l’orto con i vicini di casa 70enni e ha iniziato anche a imparare qualche parola in dialetto”.