“Accesi e soli”, cosa comunicano gli adolescenti? Le dirette social come riflesso di un bisogno invisibile

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di Marzio Di Mezza

Negli ultimi anni le dirette sui social — non solo su TikTok — sono entrate massicciamente nella vita di molti giovani: un gesto quotidiano, un rito, un modo per “essere presenti”. Da un lato ci sono live di qualità — musica fatta da artisti capaci, artigiani che mostrano il loro lavoro, commercianti che presentano abiti o oggetti — dall’altro si affacciano dirette spesso lunghe, silenziose, “vuote”, in cui soprattutto giovanissime — ma anche ragazzi — restano davanti allo smartphone per ore, alla ricerca di un “mi piace”, un commento, un segno di attenzione.

Secondo uno studio italiano pubblicato su Children su un campione di adolescenti tra gli 11 e i 18 anni, un uso problematico dei social media è associato a un rischio maggiore di difficoltà socio-emotive: “adolescenti con disturbi psichiatrici appaiono più vulnerabili all’uso problematico dei social media e tendono a mostrare capacità empatiche inferiori e maggiore distress personale”.

In un contesto clinico — scrivono gli autori — l’uso intensivo e disfunzionale dei social spesso coincide con stati di isolamento, vulnerabilità psicologica, bassa empatia e sofferenza interna.

Più in generale — come riportato da un’analisi europea recente — l’uso problematico di social e videogiochi tra gli adolescenti è in aumento: tra il 2018 e il 2022 la percentuale di giovani che mostrano segni di “dipendenza sociale” è salita dal 7% all’11%.

E gli effetti psicologici non sono trascurabili: fra i 19enni, ad esempio, secondo esperti psichiatri — in occasione di un convegno della Società Italiana di Psichiatria (SIP) — i social media continuano ad avere un “impatto negativo”: l’uso intensivo delle piattaforme, soprattutto in condizioni di solitudine o fragilità, può aumentare la vulnerabilità a disturbi dell’umore, isolamento, difficoltà di adattamento.

In altre parole: non è tanto lo strumento (lo smartphone, i social, le dirette) a generare sempre problemi, ma spesso — dietro — c’è un disagio già presente, una fragilità che trova in questi mezzi un rifugio, un surrogato di relazione e di conforto.

Da questo punto di vista, molte dirette — anche quelle “vuote”, quasi senza contenuto — possono essere viste come un segnale, un grido: non per mostrare abilità o prodotti, non per intrattenere o vendere, ma per dire “ci sono anch’io”, “guardami”, “fammi sentire che non sono solo”. Spesso non c’è storia, non c’è racconto, non c’è proposta: c’è solo presenza.

E quel desiderio di visibilità — di essere visti, ascoltati, almeno virtualmente — può trasformarsi in un modo di comunicare vulnerabilità, solitudine, bisogno di contatto, appartenenza. In un contesto dove le relazioni “reali” rischiano di diventare sempre più fragili, la diretta — con la videocamera accesa — prende il posto di una socialità concreta, offrendo una comunità potenziale, ampia, ma evanescente.

Così, le dirette social diventano un palcoscenico complesso: teatro di creatività e condivisione, ma anche specchio di fragilità, isolamento, ricerca di sé. Dietro alcuni “live vuoti”, apparentemente innocui, può nascondersi la richiesta di essere visti, riconosciuti, “contati”.

E forse — come suggeriscono gli esperti — anziché demonizzare lo strumento, serve ascoltare: capire che cosa spinge un ragazzo o una ragazza ad aspettare ore in silenzio davanti a una telecamera accesa, senza musica, senza prodotto, senza un motivo evidente. Quel gesto può raccontare qualcosa di profondo: un’esistenza che vuole essere notata, un bisogno di vicinanza, un’urgenza di rompere il silenzio.

È su questo — sul significato reale, intimo, umano — che vale la pena riflettere.