Accettare la propria incompetenza

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Se penso (è una ipotesi) di dover convalidare la decisione di mio genero solo dopo che mi ha spiegato come effettuerà l’ operazione chirurgica che devo fare, io mi metto dentro un paradosso comunicativo.
Lui è un grande medico e io di medicina non so nulla.
Lui possiede esperienza, conoscenza, un linguaggio con senso che io non conosco. Mi trovo in una situazione di divario conoscitivo insuperabile. Posso solo capire perché devo fare l’operazione ma devo fidarmi del resto.
Ecco questa mi sembra la situazione ora di Draghi che incontra i Di Maio: l’impossibilità di capire. La conoscenza è definita da chi ascolta e chi ascolta capisce se è preparato a capire, sia oggettivamente che soggettivamente, ovvero se esiste linguaggio comune e la corretta propensione condividendo un comune criterio di validità. Come fa Draghi, o qualsiasi altro in condizioni di scarto conoscitivo notevole, a spiegare? La spiegazione (togliere la piega) è qualcosa che avviene tra soggetti che possono mettere in comune un senso e delle prassi che rappresentano un coordinamento comportamentale che avviene tra soggetti diversi. Se il linguaggio costituito dalle parole che spiegano consente questo allora la spiegazione serve, se non lo consente no. Si perde tempo, si generano malintesi, incomprensioni. In alcuni casi occorre accettare il vuoto cognitivo rappresentato dalla carenza del linguaggio e del senso che consente di capire e quindi rischiare la fiducia: “vogliamo la stessa cosa, condividiamo il perché, io non so bene come si fa e mi fido di te che lo sai”.
Se io devo convalidare cognitivamente il fatto che mio genero deve farmi l’operazione allora faccio in tempo a morire.
D’altra parte Draghi è stato chiamato proprio per questo.