Agricoltura: Ungdcec, quasi 60mila imprese gestite da ‘millennial farmers’

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Foggia, 4 ott. (Labitalia) – L’Italia è il primo Paese d’Europa per il numero di giovani under 35 attivi nella filiera agricola che diventa sempre più 4.0: le imprese gestite dai ‘millennial farmers’ sono quasi 60 mila e aumentano del 6% ogni anno. Dei ragazzi che hanno deciso di lavorare nel mondo dell’agricoltura uno su quattro è laureato, otto su dieci viaggiano all’estero e si inseriscono più facilmente in nuovi mercati. Sono alcuni dei dati resi noti oggi in occasione del convegno in corso fino a sabato 6 ottobre all’Università degli studi di Foggia e organizzato dal sindacato Unione Giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec). Ai giovani va incontro l’Unione europea che, per consentire di iniziare l’attività, mette a disposizione dei fondi attraverso i suoi Piani di sviluppo rurale (Psr) per i quali, nel biennio 2016/2017, hanno presentato domanda circa 30 mila giovani: il 61% da Sud e isole, il 19% dal Centro e il 20% dal Nord. Sicilia e Puglia sono le prime due regioni, con 4.700 e 4.540 domande.

“L’agricoltura -sottolinea Daniele Virgillito, presidente del sindacato- ha trovato il modo di innovarsi: pur essendo il comparto ‘tradizionale’ per eccellenza ha saputo reagire alla crisi economica, adeguandosi alle sfide emergenti. Questo settore si colloca nell’ambito dell’Unione europea al primo posto in termini di valore aggiunto prodotto (31,5 miliardi di euro) mentre a livello nazionale il valore della filiera raggiunge il 13,5% del pil”.

“Una delle gambe su cui si reggono la nostra economia e la nostra identità pugliese -ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano- è proprio l’agricoltura: la qualità della vita dei cittadini non può prescindere da uno sviluppo ecosostenibile che parta proprio dal settore agroalimentare e la scelta di Foggia come sede dell’incontro è coerente con la vocazione naturale di una città e di un territorio che vogliono raccogliere la sfida per riagganciare la qualità della vita, la questione sociale e un nuovo sviluppo ambientalmente orientato”.

“Un comparto, quello agricolo, che si sta quindi mostrando resiliente – aggiunge Virgillito- secondo chiavi strategiche, quali innovazione e aggregazione che sembrano il punto di forza delle eccellenze italiane per essere competitive a livello internazionale”. Non mancano tuttavia problematiche operative notevoli: “Per guidare un’azienda agricola hi tech è necessario un ampio ventaglio di conoscenze non solo fiscali, ma anche gestionali e organizzative. Le normative non sono adeguate a queste continue evoluzioni e l’internazionalizzazione del settore porta a nuove questioni legate, per esempio, al regime speciale di cui le imprese godono per l’Iva e ai rapporti con l’estero”, avverte.

“L’andamento sui mercati -osserva- anche internazionali potrebbe ulteriormente migliorare con una più efficace tutela contro la cosiddetta ‘agropirateria’ che fattura oltre 100 miliardi di euro l’anno, utilizzando impropriamente località, immagini e ricette che richiamano all’Italia con prodotti contraffatti. Ciò si affianca al fatto che il 2018 per i commercialisti è stato l’anno della ‘fiscal pirateria’: un periodo in cui, fino a oggi, abbiamo visto anche l’escapologo sbarcare in Senato”. “I giovani professionisti -continua- devono dimostrarsi anch’essi resilienti, capaci di reagire positivamente al cambiamento di scenario, accettando anche le situazioni sfavorevoli e tramutandole in occasioni di affermazione in un contesto poco fertile”.

Nel corso del convegno, si è anche parlato di Flat tax, che se fosse adottata come ipotizzato fino ad ora “disincentiverebbe le formule aggregative -spiega Virgillito- invece di favorirle: in base al provvedimento, se due commercialisti, per esempio, fatturassero singolarmente fino a 100 mila euro, avrebbero un tax rate ridotto e pagherebbero solo il 15 per cento di imposte”. Se invece gli stessi due professionisti “si associassero fatturando complessivamente fino a 200 mila euro -spiega- pagherebbero un’Irpef molto più elevata”. Questo, per l’Unione commercialisti, “scoraggerebbe chi vuole associarsi, mentre potrebbe incentivare il nanismo dei nostri studi professionali”.