Agroalimentare: PoliMi, da startup nuovi modelli business ‘sostenibili’

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Milano, 19 giu. (Labitalia) – L’agroalimentare è uno dei settori a più elevato impatto sociale e ambientale, che gioca un ruolo chiave per lo sviluppo sostenibile dell’intero pianeta. La lotta allo spreco di cibo è una delle sfide di sostenibilità più sentite nel settore. In Italia, si sprecano circa 5,1 milioni di tonnellate di cibo l’anno, mentre 4 milioni e mezzo di persone vivono in condizioni di povertà. Nel mondo, circa 815 milioni di persone soffrono la fame, ma ogni anno vengono sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo di quello prodotto complessivamente. Di fronte a queste sfide il settore vive oggi un vero e proprio fermento innovativo grazie a startup che propongono nuovi modelli di business ‘sostenibili’, basati su nuove tecnologie e forme di collaborazione, in grado di trasformare lo spreco alimentare in un valore condiviso attraverso soluzioni circolari.

Sono 399 le startup italiane e internazionali dell’agri-food nate tra 31 dicembre 2011 e il 31 dicembre 2017 che perseguono obiettivi di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, circa il 20% delle 2.026 startup mondiali censite come attive nell’agroalimentare, che presentano modelli di business che propongono soprattutto soluzioni innovative per un uso più efficiente delle risorse, l’introduzione della ‘filiera corta’ o l’utilizzo di materiali naturali nella produzione.

Sono i principali risultati della prima ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano presentata questa mattina al convegno ‘Innovazione, collaborazione e circolarità: i tre ingredienti per la sostenibilità del sistema agroalimentare’.

L’Italia è uno dei paesi con maggior densità di startup agri-food sostenibili, preceduta solo da Israele e Spagna, ma presenta un mercato ancora in lenta evoluzione: con una media di 300 mila dollari di finanziamento (la media globale è di 2,4 milioni di dollari per startup), le nuove imprese fanno ancora fatica a raggiungere stabilità economica e scalabilità del business. Intanto, si distinguono casi di successo di imprese del settore che hanno esplorato soluzioni circolari per ridurre lo spreco di cibo, rendendo più efficienti i processi e rafforzando la responsabilità sociale d’impresa, ma si fa ancora fatica a passare da azioni ‘isolate’ a una prospettiva di filiera che attivi collaborazioni dal grande potenziale, tra imprese, startup e anche soggetti di altri settori (no profit, imprese sociali, settore pubblico).

“Nel settore agroalimentare, innovazione e collaborazione sono gli ingredienti chiave per sistemi più sostenibili, circolari e inclusivi, in grado di ridurre lo spreco alimentare e, più in generale, puntare alla ‘trasformazione sostenibile’ delle imprese”, afferma Alessandro Perego, direttore del dipartimento di Ingegneria gestionale e responsabile scientifico dell’Osservatorio.

“L’applicazione dei principi della circolarità nel settore, infatti, richiede nuove soluzioni per prevenire e gestire le eccedenze alimentari, innovazioni di prodotto e tecnologiche, ma anche riprogettazione dei processi gestionali e logistici, fino alla riconfigurazione dell’intera supply chain e della collaborazione tra imprese e altri attori in ottica di sistema. Le startup contribuiscono in misura sempre più decisiva alla spinta innovativa, promuovendo nuovi modelli di business per la sostenibilità sociale e ambientale che attirano le imprese alla ricerca di idee per rafforzare il proprio posizionamento e rispondere alle esigenze di consumatori sempre più sensibili alle sfide sociali e ambientali”, aggiunge.

I principali ambiti di sostenibilità su cui si stanno concentrando le 399 startup agri-food ‘sostenibili’ censite nel mondo (nate tra il 31 dicembre 2011 e il 31 dicembre 2017) riguardano aspetti sia sociali che ambientali. Gli obiettivi più perseguiti, infatti, sono quelli di combattere l’insicurezza alimentare, passare a sistemi di produzione e consumo responsabili, investire in infrastrutture più efficienti e promuovere processi industriali più sostenibili e inclusivi.

In particolare, le innovazioni sono finalizzate a promuovere l’agricoltura sostenibile (incrementando i redditi dei produttori su piccola scala e fornendo loro accesso alle risorse produttive, aumentando la produttività e la capacità di resilienza dei raccolti ai cambiamenti climatici), ridurre le eccedenze e gli sprechi alimentari lungo la filiera e ottimizzare l’utilizzo delle risorse, e adottare tecnologie ‘pulite’ e processi industriali rispettosi dell’ambiente.

Se si guarda alla distribuzione delle startup agri-food a livello mondiale, gli Stati Uniti prevalgono di gran lunga sugli altri paesi, contando 790 startup, pari al 39% del campione totale di 2.026 startup. Ma, focalizzando l’attenzione sui paesi maggiormente attivi sui temi di sostenibilità agroalimentare, il quadro cambia. Nel mondo, il paese con la maggiore diffusione di startup orientate alla sostenibilità è Israele (28 startup agri-food, di cui il 64% sostenibili), che si distingue per modelli di business basati su innovazioni tecnologico-ambientali, seguito da Spagna (29 startup, di cui il 38% sostenibili) e Italia (38 startup agri-food, di cui il 37% sostenibili), con startup più attente a coniugare dimensione ambientale e sociale.

Tuttavia, guardando ai finanziamenti raccolti, in Italia le startup non incontrano ancora un riconoscimento solido da parte degli investitori. Il 62% delle startup a livello globale ha ricevuto almeno un finanziamento, raccogliendo complessivamente 605 milioni di dollari nel periodo analizzato, con una media di 2,4 milioni di dollari ciascuna, quelle italiane 1,9 milioni di dollari, in media 0,3 milioni ciascuna, ben lontano dai 296 milioni di dollari, in media 3,4 milioni ciascuna, delle statunitensi.

Lungo la filiera, le startup agri-food sostenibili sono principalmente fornitori di servizi e di tecnologia. Nella maggioranza dei casi (47%), infatti, si configurano come service provider, ad esempio fornitori di software e app per il retail o di servizi di consulenza su tematiche di sostenibilità. Oppure sono technology supplier (16%), come produttori di tecnologie per l’agricoltura di precisione, o si occupano di food processing (13%) per cibo locale, salutare o a minor impatto ambientale.

“Le startup – dice Paola Garrone, responsabile scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability -giocano un ruolo sempre più decisivo nel promuovere soluzioni innovative e nuovi modelli di business per lo sviluppo sostenibile del settore agroalimentare; in particolare, confermano la crescente importanza della tecnologia come fattore abilitante. Le giovani imprese nascono come luoghi di sperimentazione delle innovazioni per la sostenibilità, in grado di apportare nuove conoscenze e competenze anche a contesti già strutturati. Tuttavia, occorre ancora dimostrare la solidità economica e la scalabilità di queste nuove soluzioni, che devono essere messe a sistema per generare un impatto significativo nel lungo periodo. In Italia, inizia ad esserci un fermento innovativo alimentato da un numero crescente di startup orientate alla sostenibilità, che però fanno fatica, almeno per ora, a raggiungere la stabilità economica e la scalabilità del proprio business”.