Al Museo di Capodimonte luci e ombre di Napoli nelle opere di Caravaggio

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In foto la Flagellazione di Caravaggio

di Fiorella Franchini

E se Caravaggio non si fosse fermato a Napoli? E’ certo che avremmo perso alcuni dei capolavori più belli dell’Arte. La leggenda nera del pittore lombardo accompagna le sue immense doti artistiche. Il suo pennello non avrebbe dipinto nello stesso modo se i suoi sensi e la sua anima non avessero vissuto esperienze profonde e fosche, prima a Roma e poi a Napoli. Il Museo e Real Bosco di Capodimonte, con la produzione e organizzazione della casa editrice Electa, presentano la mostra Caravaggio Napoli, che approfondisce il periodo napoletano e l’importante eredità lasciata dall’artista nella città partenopea. Curata da Maria Cristina Terzaghi e Sylvain Bellenger, l’esposizione mette a confronto sei opere del Merisi provenienti da istituzioni italiane e internazionali e ventidue quadri di artisti napoletani, ponendo l’accento sul contributo reciproco che la presenza di Caravaggio ha prodotto. L’artista ebbe con la città un legame speciale, soggiornandovi due volte nella sua rocambolesca vita. Arrivò il 28 maggio del 1606, dopo la fuga da Roma, dovuta a una condanna a morte per omicidio. Pittore già famoso, Napoli lo accolse con gli onori che la sua fama poteva concedergli. Durante il primo periodo visse lavorando a numerose commesse, alloggiando nei Quartieri Spagnoli.  Caravaggio dipingeva non ciò che immaginava, ma ciò che vedeva e tutti i suoi quadri, soprattutto quelli a tema religioso, non potevano non essere influenzati dalla tragica umanità dei vicoli neppure quando nel suo secondo soggiorno, tra il 20 ottobre 1609 e il 18 luglio 1610, fu ospite della marchesa Costanza Colonna, della nobile famiglia napoletana dei Carafa, erede dei Colonna di Roma, da sempre suoi protettori, che lo ospitò nella residenza di Chiaia, Palazzo Cellammare. Il suo stile di vita sempre alla ricerca di emozioni e trasgressioni, lo condusse nei luoghi più malfamati e si narra di un agguato ordito ai suoi danni, nei pressi di Via Sedile di Porto, forse nella notte del 24 ottobre 1609, in una locanda chiamata del Cerriglio durante il quale rimase gravemente sfigurato. Il Pio Monte della Misericordia in via Tribunali gli commissionò Le sette opere di Misericordia, oggi visitabile come un’appendice della mostra, nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi dipinse tre bellissime tele, perdute a causa del terremoto del 1805. Luci e ombre, la vita di strada vissuta come un perpetuo spettacolo ebbero per il Merisi un impatto incisivo e la sua visione creativa influenzò sicuramente la Scuola napoletana e la costituzione della poetica del naturalismo partenopeo. Sia gli artisti più giovani, come Battistello Caracciolo, che quelli già presenti a Napoli, come Fabrizio Santafede, non restarono immuni al realismo caravaggesco e tentarono di adeguarsi alla novità del suo stile. L’influsso toccò anche la generazione successiva, quella di Jusepe de Ribera e Massimo Stanzione. L’allestimento della mostra, ospitato nella Sala Causa e corredato da un emozionante messa in scena visiva, conduce il visitatore a riflettere sulla potenza del tratto di Caravaggio e sulla suggestione che esso ha esercitato nei contemporanei partenopei ed europei. Il primo dialogo è tra La Flagellazione, conservata a Capodimonte, che l’artista realizzò per la chiesa partenopea di San Domenico e l’eccezionale prestito del Musée des Beaux-Arts di Rouen, insieme a quella attribuita a Fabrizio Santafede di Palazzo Abatellis, il Cristo alla colonna di Battistello Caracciolo e quello di Jusepe de Ribera, entrambi derivanti dal quadro del Merisi. Sono esposte inoltre, a confronto con la Salomé di Caravaggio custodita alla National Gallery e quella di Madrid, alcune interpretazioni di grandi artisti napoletani. A proposito dell’influsso di Caravaggio sull’arte europea, il percorso propone opere mai esposte in Italia, del pittore Louis Finson, tra i primi amici e copisti di Caravaggio a Napoli, quali il Martirio di San Sebastiano, le copie della Maddalena in estasi. Finson e il fiammingo Abraham Vinck, lo accolsero appena giunto in città, fornendogli probabilmente anche gli strumenti con cui lavorare ed entrarono in possesso di opere del pittore che portarono ad Amsterdam, esportando così il linguaggio del Merisi nel cuore dell’Europa. La mostra costituisce, inoltre, l’occasione per ripercorrere l’attività dei migliori caravaggeschi attivi a Napoli, con il San Giovanni Battista di Tanzio da Varallo che a Napoli trascorse un intero decennio in contemporanea a Caravaggio. Chiude il percorso espositivo, l’ultimo dipinto realizzato dal Merisi in città, il Martirio di Sant’Orsola, commissionato dal genovese Marcantonio Doria, presso le Gallerie d’Italia a Palazzo Zevallos Stigliano, affiancata a un’interpretazione di Giovanni Bernardino Azzolino. Un grande viaggio nella creatività del sommo artista e dei suoi seguaci, facilitato dal grande rigore scientifico ed espositivo, accompagnato da un ‘diario’, una dettagliata crono-biografia che riorganizza le conoscenze letterarie e documentarie del periodo, nonché da schermi interattivi che permettono di osservare nei minimi dettagli alcuni dei dipinti napoletani dell’artista, ripresi ad altissima risoluzione. Un filo rosso che disegna l’ampio panorama di contatti, di amicizie, scambi culturali, d’ispirazioni in una Napoli capitale dell’arte nel passato come nel suo presente, per restituire la bellezza nell’oscurità dei tempi e “tener vivo il senso di meraviglia nel mondo”.