Al primo giro nessuno fa puntate alte

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Si devono cercare interstizi per allargarli, occorre avanzare tra rovi e rovine, e puntare a creare nuovi giochi se non si vuole finire male o comunque finire.
Su tutto.
E occorre tenacia, desiderio e senso nel farlo.
Occorre progettare la fiducia.
Ma siamo messi male.
In generale e in particolare: lo vediamo tra le nazioni, in politica, nelle imprese, nelle famiglie, nelle coppie, con se stessi.
Prevale un caos relazionale ed emotivo.
Prevale la sfiducia.
Proprio per questo occorre, come per l’ambiente, rallentare, opporsi a dinamiche di vita che non la rendono vivibile.
Stiamo male o bene soprattutto a seconda delle relazioni che stabiliamo, e poi dalle relazioni dipende tutto il resto.
Situazioni di eccedenza emotiva alterano le percezioni e, in un certo senso, la possibilità intelligente di giudizio.
L’eccedenza emotiva è caos e del caos non ci si può fidare.
Se l’eccedenza e d’amore va bene, posso non fidarmi ma mi fido perché questo disordine e questa dipendenza che chiamo amore mi fa star male e bene in un modo unico.
Ma non voglio affrontare questo punto ma quello della fiducia nei contesti sociali dove viviamo le altre relazioni.
Voglio riflettere sulla fiducia personale rispetto alla rilevanza che ha sulla creazione del benessere e, come direbbe Spaltro, del bell’essere interpersonale.

“Nella società attuale la dimensione psichica è emergente, sia come quantità che come difficoltà e richiede quindi un maggiore sforzo da parte dei soggetti umani. Un soggetto è oggi definibile come titolare di un progetto di benessere, soggettivo e diffuso. Tutti gli uomini vogliono star bene ed il benessere può essere inteso come la possibilità di esprimersi e di svilupparsi, per cui la formazione e lo sviluppo sono diventati l’attività prioritaria di ogni società e di ogni cultura. Ed ogni formazione è formazione al benessere. Qui la soggettività del benessere si incontra col benessere della soggettività.
Se le relazioni sono caratterizzate da “buoni sentimenti” allora
si avrà fiducia nel comportamento dell’altro, con una aspettativa generalizzata, che cercherà, utilizzando gli spazi della sua libertà e discrezionalità, di rispondere alle attese che la relazione ha definito.
In pratica possiamo dire che pensiamo che l’altro, utilizzando il potenziale misterioso della sua personalità, (della personalità che ha presentato nella relazione, e che definisce la “cifra” della relazione) si renderà degno della fiducia che gli viene data.
È degna di fiducia la persona che in modo consapevole o spontaneo resta fedele e coerente con l’immagine, con l’idea che ha dato di se all’altro o agli altri.
È chiara la potenza, da tutti i punti di vista, della fiducia come condizione per vivere meglio insieme e per ottenere risultati di sviluppo e di benessere.
Le azioni caratterizzate da fiducia sono un formidabile patrimonio e allargano qualsiasi raggio d’azione, ottenendo risultati nella vita sociale e nelle imprese.
Le azioni con sfiducia, invece, innescano circoli viziosi che impoveriscono il mondo insieme e la vita stessa.
L’incapacità di mostrare fiducia limita la possibilità di ottenerla, e quindi il potenziale di vivere e operar bene insieme diminuisce e piano piano scompare.
È un tema complicato, soprattutto se siamo consapevoli che non fidarsi è spesso il miglior comportamento, quando si ha a che fare con banditi.
Ma occorre cambiare a partire da dove si può, dalle situazioni in cui la sfiducia non è la risultante da posizioni di contrasti, che in qualche modo la spieghino logicamente.( valori,ideologie,culture) ecc. anche se ovviamente questi sono i grandi temi che per vivere insieme nel mondo dovrebbero essere governati e produrre anziché guerre ( in vari modi) negoziazioni e accordi che includano le differenze come fatto fisiologico e addirittura vitale.
Ma perché deve esserci sfiducia nei luoghi in cui invece ha senso il contrario?
Ad esempio nelle imprese.
Quando si fa formazione o si avviano progetti si può tentare di cambiare, infatti se la sfiducia è un comportamento che si basa sulla motivazione che viene attribuita al comportamento dell’altro, occorre far emergere il mondo aggrovigliato dei malintesi, che insieme ai ben intesi, caratterizzano spesso il processo organizzativo: luogo in cui gli scopi dovrebbero essere comuni per un vantaggio complessivo.
Spesso il vero nemico delle organizzazioni, quindi, non è il conflitto e la sfiducia, ma la prevalenza dell’incapacità di comunicarsi l’accordo e l’interesse comune con l’utilizzo di buone prassi.
Non si può banalmente chiedere la fiducia, ma si deve far capire bene perché occorre che ci sia, quali sono le ragioni che motivano, in modo importante, la capacità di crearla e proteggerla.
Se un soggetto è a capo di un sistema e leader di un soggetto ( o molti soggetti) è compito suo definire, con lui e loro, i termini della situazione da cui lui dipende da loro e loro dipendono da lui.
La consapevolezza di questa doppia dipendenza può creare collusione, che è una sorta di accordo di fiducia sulla sfiducia come unica possibilità, oppure l’ interdipendenza che è la consapevolezza dell’esistenza dell’altro come condizione della propria, e della possibilità di ottenere risultati di valore insieme.
Il processo di vivere insieme richiede un impegno reciproco al rispetto delle regole del gioco che viviamo e abbiamo definito.
Un impegno che può essere messo alla prova se sia chi accorda la fiducia, sia chi la riceve, si lasciano coinvolgere in modo consapevole per poterla continuare.
Il punto critico è che non la si può esigere o chiedere: la fiducia può solo essere data o accettata.
Ritorno all’esempio, se una persona è a capo di un gruppo ed è consapevole che qualcosa non va nel clima del suo gruppo, non è sulla base di una rivendicazione etica che potrà muovere un cambiamento che avvii relazioni di fiducia.
Deve iniziare in modo diverso.
Provo a dirlo come spunto per chi intende cambiare.
Bisogna iniziare da quello che possiamo considerare l’investimento, il patrimonio rappresentato dello stare insieme in un certo modo, occorre che su questo punto ci sia una profonda convinzione e consapevolezza.
Il punto chiave è che chi dà inizio alla relazione di fiducia offre la sua.
Coglie o inventa una opportunità per farlo.
Porto un esempio: Il capo di una piccola impresa l’altra sera ha organizzato un breve workshop con un gruppo eterogeneo di collaboratori provenienti da diverse realtà aziendali, per coinvolgerli su come sviluppare il brand.
È stata una manifestazione di fiducia inattesa, in un ambiente che ha consolidato tutta una serie di riti interni, in cui la fiducia conviene a tutti, e ne hanno consapevolezza, ma a patto che non si cambi.
Questo aspetto della fiducia, garantisce, probabilmente, la continuità, ma non certo lo sviluppo; che implica cambiamenti, e quindi aumento di complessità, e nuovi giochi, dove smontare, rimontare, aggiungere, togliere, modellare, sono le nuove parole che indicano la strada per e del futuro.
Tutto questo richiede fiducia, ma una fiducia non collusiva.
Chi si fida, davvero, mostra la propria vulnerabilità: fa il primo passo; sa che solo mostrando la sua fiducia che può formulare la norma secondo cui, la sua fiducia, non può essere delusa.
Certo occorre continuare,”la via si fa con l’andare”.
E occorre che i sistemi nelle loro espressioni organizzative confermino e difendano la fiducia, attraverso norme e regole del gioco ispirate da principi.
La fiducia personale è fondamentale, ma occorre anche quella istituzionale che ne protegga la coerenza.
Occorre continuare, mettendo in comune, continuamente, il senso dello stare insieme.
Anche se nessuno fa puntate alte al primo giro, se si continuano i giri si possono anche tentare vincite superiori.
Lo so che è facile a dirlo, e io per primo che lo dico se penso ad alcuni con cui dovrei provare il gioco della fiducia mi vengono i brividi.
Uno dei principali passaggi è proprio questo: superare il divario tra le buone affermazioni e le cattive prassi.