Alcune espressioni dell’imprenditoria italiana sembrano riproporre schemi ottocenteschi

In foto Carlos Tavares

Scivolare su una superficie bagnata riportando lievi ammaccature è un incidente che può capitare anche nelle migliori famiglie. Non riuscire a stare in piedi e quindi fare ruzzoloni a briglia sciolta, è cosa diversa. Il mondo intero, il Paese in modo particolare ha perso posizioni in materia di welfare, cioè di benessere sociale o livello di qualità della vita, conquistato nel tempo a fatica. Ciò che è più grave, è che non è ancora finita. Sembra di assistere a uno dei film del genere di quello tratto dal romanzo omonimo di Dickens, David Copperfield. Essi danno un’idea, seppur romanzata, della condizione in cui si trovava a agire la classe operaia di quel tempo. Non fosse stato sufficiente il problema della sicurezza sul posto di lavoro, che non toccava nemmeno di sfuggita le coscienze dei “padroni del vapore”, come erano definiti gli imprenditori del tempo, anche gli stessi turni di lavoro erano lunghi e duri. Chi osava chiedere di poter lavorare in condizioni appena più umane, veniva licenziato in tronco. Arrivati dopo oltre due secoli a oggi, nei confronti di alcuni operatori economici si può formulare l’ipotesi che si comportino al momento come se fossero sotto gli effetti di una forte sbornia di potere, seppure quasi sempre solo frutto della loro fantasia. Un esempio eclatante lo sta dando Stellantis, papocchio di alcuni marchi automobilistici internazionali, messi insieme con operazioni non proprio trasparenti. Tuttavia esse sarebbero consone (?) alle moderne formule produttive, pur se rese operative da comportamenti funambolici della loro proprietà. Anche se avulse da problemi non proprio caratteristici della categoria e del settore, esse dovrebbero porsi nelle condizioni di competere, sul mercato nazionale e quello estero, convinte che a vincere debbano essere sempre i migliori. Ritorna così alla mente il pensiero espresso alla metà del secolo scorso da un gruppo di Economisti Aziendali di diversi paesi dell’ Europa del Nord. Esso prese il via dalla Germania, il cui sistema produttivo gravemente danneggiato dalla guerra, aveva avviato il processo che l’avrebbe resa di lì a poco la Locomotiva d’ Europa. La sintesi di quel pensiero è che “l’azienda, operante in una economia di mercato, si trova a doversi confrontare con una serie di possibilità e una di limiti. Un corretto uso di entrambi, fa in modo che i diversi settori produttivi possano avanzare regolarmente sulle proprie gambe”. Tavares, il Ceo di Stellantis, con sede sociale in Francia, non sa o non è convinto nella giusta misura della validità di quell’ assioma. In parte tale lacuna può trovare una giustificazione credibile in quanto il successore di Marchionne è spagnolo e il pensiero prima accennato non fu subito recepito, tra le altre anche dalle università iberiche. Quindi Tavares sta portando avanti nei confronti del Governo italiano un discutibile torneo di braccio di ferro. Vuol provare a far credere a se stesso e ai suoi interlocutori che tra un cocktail fatto con i giusti ingredienti (comportamento dell’azienda/ condotta del Governo) a una forma di proposta alla maniera di Don Corleone, di quelle “che non si possono rifiutare”(incentivi statali/produzione in Italia), non vi sia alcuna differenza. Se si aggiunge l’input che Tavares chiede al Ministro per l’ Industria Urso di applicare misure protezionistiche di ogni genere verso le produzioni che giungono in Italia dalla Cina a velocità sempre crescente, allora il quadro è completo. Inspira uno strano sentimento pensare che prima che l’ attuale Ad fosse nominato, il suo predecessore era riuscito a portare a casa gran parte dell’azionariato dell’ americana Chrysler, evitando a quella stessa di dare forfait. Anche la denominazione che fu data, Fca, iniziava con la F di Fiat, per chiarire quale sarebbe stata la politica di quel gruppo che manteneva la sede a Torino. Da tutto quanto esposto si può azzardare a trarre qualche conclusione. I miti prima assurgono al loro standard, poi, se non hanno la ventura di veder difesa la loro posizione da coloro che contano, rischiano di far finire i loro cultori di un certo livello con i loro seguaci, (gli amministratori), in tempi più o meno brevi, nel grande mare dell’ Oblio. Le conseguenze di tale modo di agire allargano il divario, anche quello fisiologico, tra la proprietà e le risorse umane.
Senza l’esistenza di un buon rapporto tra la dirigenza e la forza lavoro, il risultato aziendale risulta sbilanciato.
Lo sarà ancor più man mano che aumenterà l’uso dell’ Intelligenza Artificiale. Se la conoscenza del corredo di notizie della stessa non avverrà in maniera corretta e con l’aggiornamento continuo, sarà come pretendere che un trattorista, dalla sera alla mattina, sia messo alla guida di un’ auto di formula 1. Non sarebbe un inconveniente di poco conto, per di più della serie “piangere sul latte versato”.