Aldo Masullo: maestro o insegnante?

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in foto Aldo Masullo

di Maria Elena Viscardi

Il professor Bruno Moroncini ha preso parte al ciclo di lezioni in memoria di Aldo Masullo della Scuola di Alta Formazione in Counseling filosofico “Metis” di Napoli con la dissertazione “Aldo Masullo insegnante”, tenutasi in streaming. La direttrice della Scuola, la professoressa Giovanna Borrello, in comunione con gli altri ex-allievi della cattedra di filosofia morale, ha realizzato l’intento di celebrare nel corso dell’anno il ricordo dell’illustre filosofo Aldo Masullo, scomparso il 24 aprile 2020, all’età di 97 anni.
Moroncini ha più volte sottolineato che Masullo è stato filosofo non solo in quanto libero pensatore, ma anche in quanto insegnante, accademico, nonché politico. Il celebre allievo di Cleto Carbonara considerava l’insegnamento parte integrante della sua attività di ricerca e lo paragonava ad un lavoro culturale importante, fatto di quotidianità di approfondimenti e di riflessioni in sinergia con i discenti. Come hanno ricordato i suoi ex-allievi accademici che hanno partecipato al dibattito, Berardo Impegno, Giuseppe Cantillo e Francesco Perillo, i suoi corsi erano veri e propri itinerari di pensiero che spesso confluivano in libri.
Si contraddistinse sin dai primi anni d’insegnamento per la sua instancabile volontà di proporre il nuovo, stimolando gli allievi, che amavano seguirlo, a pensare criticamente, a ricercare e a riflettere autonomamente, avendo come punto di partenza la miriade di volumi da lui approfonditi o costeggiati. Moroncini che ebbe modo di frequentare, sin da giovanissimo fino al 1992, i suoi corsi annuali di filosofia, presso l’Università “Federico II” di Napoli, lo vide trasmigrare progressivamente dai temi dell’intersoggettività, propri del mondo comunitario a quelli nichilistici, dell’irriducibile chiusura della soggettività su sé stessa.
Nei suoi quarant’anni d’attività, grazie a questo binomio vincente ricerca-insegnamento, Masullo è riuscito ad imprimere un signum, una traccia nella mente dei suoi discenti, a trasferire loro saperi non effimeri, bensì rispondenti ad esigenze di scientificità, di universalità, di necessità. Non amava essere appellato con il termine maestro, consapevole della responsabilità alla quale si è chiamati, accettando questo ruolo rispetto al campo dei saperi, e certo dello iato che intercorre tra cultura e verità. Il maestro è magis-ter, ossia è “il più grande”, ci mette qualcosa in più nella trasmissione dei saperi, ossia la cognizione che il suo sapere non è esaustivo e, soprattutto, non coincide con la verità, che è ricerca incessante. Colui che trasmette le conoscenze possiede solo un nucleo di verità, una parziale rappresentazione di essa, che deve indurre a ricercare ulteriormente, in direzione del “veramente nuovo che è grazia”, e schiudere nuove possibilità d’interpretazione del reale. L’erotica della ragione, ossia la passionalità che contraddistingue il filosofare, se da un lato si nutre della dimensione patica duale, maestro-allievo, dall’altro richiede una distanza abissale tra il sapere del discente e il desiderio di ricerca mai pago del maestro. Masullo era un insegnante amatissimo dai suoi allievi, ma sempre incline a non risparmiare loro il turbamento di essere “coscienza infelice”, in quanto soggettività libera, protagonista dei propri saperi e delle proprie ricerche. Quando s’indagano le ragioni del proprio essere si deve tener conto di una dimensione ideale, tran-storica (che resta al di là del succedersi degli eventi) e di una empirica, storico-politica, ricca di trasformazioni inaspettate. Il filosofo della paticità talvolta dava luogo ad un’esposizione sistematica della verità, seguendo un’inclinazione idealistica, talaltra si poneva come voce interrogante, socraticamente alla ricerca della domanda che non potrà mai esaudire il desiderio di verità dell’uomo. Anche la costruzione dell’identità, del Sé, il cosiddetto “Conosci te stesso”, è qualcosa di estremamente complesso e mai certo, perché il soggetto, già scisso al suo interno, può uscire fuori di sé e procedere ad una sorta di ribaltamento della sua posizione o dell’essere in situazione con l’altro. Masullo ha parlato dall’inizio della sua esplorazione di ricerca sino alla fine di separazione ma anche di coappartenenza delle soggettività, d’intuizione e di discorso, in riferimento al movimento del sapere, di disperato tentativo di sentire un senso, un arcisenso e del permanere dell’incomunicabilità e della solitudine, quali dimensioni esistenziali ineludibili.
La cura dei saperi che tendono a pietrificarsi, ad irrigidirsi e a essere strumentalizzati, si realizza, secondo Moroncini, esercitando la ragione, ma, certo, non una ragione disincarnata, bensì patica, proprio come avviene nel dialogo socratico del counseling filosofico. Ciò evita che l’uomo venga reificato, ridotto a oggetto, confinato nel mondo dell’avere, anziché dell’essere. L’individuo accetta la condizione d’infelicità, scaturente dai falsi idoli della sua mente, ma non si arrende ad una sclerosi del proprio pensiero e intraprende una ricerca di verità che è di per sé stessa ben-essere, ossia attività, negazione di ogni forma di inerzia e passività. Si determina uno stato nascente da questa rigenerazione dei saperi, in cui emerge una nuova Weltanschauung dell’individuo, storicizzato e soggetto a trasformazione.
Si può dire che Il maestro è sempre assente come la vera vita, ma è attraverso la sua parola distante e il suo contatto erotico duale che ci si apre veramente all’altro, giungendo ad un oltrepassamento e ad un riposizionamento, in un orizzonte di senso più ampio, del proprio disagio esistenziale che oggi, in tempi di pandemia, si fa più forte e urgente. Per Aldo Masullo, come per Giovanna Borrello, la filosofia è stata più esercizio vitale che accademico, più eros e amicizia, come cura dell’altro, che vuoto discorso disincarnato.