Alessandra Priante (UNWTO): Ambiziosi e sostenibili, così riparte il turismo

238
In foto: Luca Tesauro, Alessandra Priante, Antonino Muro e Orazio Maria Di Martinio

di Francesco Bellofatto

Assembramenti e affollamenti sono il risultato di una mancata visione strategica nella gestione dei flussi turistici: lo spiega Alessandra Priante, direttore per l’Europa di UNWTO. “Il turismo, oltre ad essere uno dei settori più colpiti, sta rappresentando un comparto determinante nell’economia mondiale, non se ne è mai parlato tanto come in questo momento. – sottolinea la responsabile dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del settore a livello globale e professore associato di Tourism strategy alla Luiss, protagonista a Giffoni di una Masterclass per Next Generation  -. Anche se non c’è mai stata una grande attenzione in Commissione europea, il commissario per Mercato interno e per i servizi Thierry Breton ha spesso sottolineato, durante la scorsa primavera, quanto fosse strategico questo comparto che genera milioni di posti di lavoro e tanta percentuale di Pil”.

L’attuale emergenza sollecita scelte responsabili e sostenibili…

In una situazione di blocco totale dei confini è chiaro che l’impatto è incredibile, perché il turismo è un settore molto trasversale, inclusivo, ma anche un settore sufficientemente flessibile per riattivare i motori quando c’è la possibilità di farlo: far ripartire una produzione manifatturiera in una fabbrica che è stata chiusa è più complesso che riattivare un territorio a fini turistici. Serve, ovviamente, molto coordinamento e sostegno infrastrutturale, perché la raggiungibilità di un luogo e la sua fruizione sono gli elementi primari in questo campo. In tal senso responsabilità, sostenibilità e accessibilità sono non solo alcuni dei valori dell’Agenda 2030, ma soprattutto le linee guida dello sviluppo, perché in questo periodo non possiamo immaginare di ripartire esattamente come prima.

Assembramenti e affollamenti di questi giorni non sono un bel segnale…

Quello che si sta vedendo in giro non è salutare per il territorio: soddisfa un’esigenza di brevissimo periodo, perché le imprese hanno bisogno di liquidità, ma a lungo andare questo è esattamente quello che ha generato una diffusione così ampia della pandemia. Sulla base dei nostri dati abbiamo osservato da subito il percorso di questa crisi epidemica, che ci sembrava Sars, come infatti tecnicamente si chiama (SARS-CoV-2, ndR). Questa sindrome respiratoria nel 2003 era localizzata in Asia e fu un grandissimo problema per quel continente, interessando solo marginalmente l’Europa. Ma le differenze tra i due contagi sono enormi: nel 2003 non si spostavano 1,5 miliardi di persone; oggi, in una condizione di maggiore interconnettività, con un flusso di viaggiatori intercontinentali,  chiunque può essere entrato in contatto con un virus così violento, mettendone fuori controllo la diffusione.

Cosa dobbiamo imparare?

Non tanto a usare le mascherine o a lavarci le mani, che dovrebbero essere comportamenti igienici consolidati, ma ad immaginare che tutto quello che facciamo produce degli effetti, quindi se non rispettiamo il territorio in cui viviamo prima o poi ne paghiamo le conseguenze. Mi auguro che sia stata una lezione per tutti noi, come individui prima che come professionisti del settore.

Il turismo è anche sinonimo di fiducia e di apertura sociale: è proprio questo che manca?

Non credo che l’incoming italiano vada migliorato: non va cambiata la quantità o la qualità dei flussi o dell’offerta, va piuttosto mutato il nostro approccio. Le farebbe piacere ricevere chiunque a casa sua senza alcun tipo di controllo? Ovvio che no, ma è esattamente quello che abbiano fatto finora: abbiamo badato al contapersone facendo entrare molta gente anche se poi ci troviamo con la casa distrutta, tanto basta fare cassa. Poi capita un turista col virus, che rischia di infetta tutto il territorio e allora non puoi più ragionare con i grossi numeri. Non possiamo più avere un approccio inconsapevole ai flussi: dobbiamo guardare al territorio, chiederci quanti alberghi ci sono, quale tipo di utenza è sostenibile per le singole località, fare una segmentazione del mercato e dedicarci ad attrarre quelle persone, soddisfacendole. Una volta creato questo rapporto, poi puoi pensare ad allargarlo. Quindi gradualità, consapevolezza e gestione, importanti per qualsiasi impresa, a maggior ragione diventano fondamentali per il territorio.

Il digitale e l’innovazione possono aiutare?

Il turismo ha il grandissimo vantaggio di aprire le menti. Quando ero piccola esistevano pochi voli e pochissimi passeggeri. Oggi possiamo raggiugere il mondo con grande facilità e costi contenuti. Questa grande apertura è il segreto, più che l’innovazione. Se a questa apertura ci mettiamo delle professionalità, un grande senso di coscienza e di etica, e specifiche conoscenze tecniche, saremo in grado di fare la differenza , incrementare l’economia e generare ricadute durevoli per il territorio. Con un approccio consapevole e l’attenta gestione dei flussi anche l’imprenditoria virtuosa diventa contagiosa.

Quali sono valori e priorità di questa nuova forma di turismo?

Dobbiamo essere più persistenti nell’uso dei numeri, perché sono l’elemento chiave di questo settore e dalla loro analisi possiamo capire dove stiamo andando. Poi essere fortemente focalizzati, perché quello che conta è la differenziazione: ad esempio sento spesso nominare i siti Unesco, è vero ne abbiano 51, ma che ne facciamo? L’Unesco non è un brand, non è una motivazione al viaggio. La gente viaggia soprattutto per mangiare, quindi dobbiamo essere creativi, utilizzare la gastronomia come chiave per gli altri attrattori del territorio.

Come coniugare sostenibilità e promozione?

Tutelando e sostenendo il territorio, rispettandone le vocazioni, attraverso la creatività: Giffoni è un bell’esempio che va seguito: dobbiamo imparare ad essere ambiziosi, pensare in grande.