Alfabeto della gestione: A come anima

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Con un suggestivo titolo inneggiante all’intelligenza turistico culturale della Danimarca, questa settimana possiamo apprendere da una rivista italiana come il più grande bunker del Vallo Atlantico sia oggi, e dico oggi, stato trasformato in un museo ipogeo, più fascinosamente definito “invisibile”. Oh che bravi. Il museo in realtà esiste già da un anno o poco più, e nonostante una campagna marketing di tutto rispetto, ha il sapore, per noi napoletani, un po’ stantio del dejà vu, trito e ritrito. Uno studio danese d’architettura, certamente all’avanguardia, ha usato sulla costa occidentale danese accorgimenti particolari per facilitare al massimo la visita a quei 2800 metri quadri di buio posti sotto la sabbia. Certamente l’utilizzo di questa struttura attinge a moderne idee sulla gestione dei beni culturali. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. E ancora, pervasi da quest’ardore riequilibratore, ricordiamo pure, e senza giri di parole, che qui a Napoli i musei ipogei aperti al pubblico sono almeno due, e che ormai sono anche maggiorenni. Furono rifugio durante la guerra, e da più di diciotto anni si offrono a un pubblico internazionale lasciandolo sempre a bocca aperta non solo con le storie di guerra ma anche con quelle di misteri e strane presenze. Il neonato bunker danese, per quanto gioiello di creatività, non può però affascinare il suo pubblico con la leggenda del “monaciello” o quella delle streghe. Napoli batte Nord Europa senz’appello. Soddisfazione. Quasi. Le interessantissime escursioni nel sottosuolo di Napoli, con tutte le storie su “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori…” (scomodiamo pure Ariosto, non si offenderà), non hanno però lo stesso onor di italiana patinata stampa di quelle danesi. Siamo alle solite. Le storie dello Jutland sono forse più belle, più interessanti? O semplicemente, come sempre: “Nemo propheta in patria”? Citare altre nazioni come esempio per le reali capacità di gestione dei beni culturali è doveroso fin quando si riscontrano modalità e competenze diverse da quelle italiane e oggettivamente maggiormente produttive nel settore. Non è esterofilia ad ogni costo, solo onore al merito. L’iniziativa danese non avrà il primato di assoluta novità, ma è stata resa nota al mondo con una campagna pubblicitaria di tutto rispetto. Le gallerie napoletane hanno gli onori della stampa locale e spesso solo come oggetto di polemiche. Se l’attenzione della stampa nazionale è stato riservato alla Danimarca e non a Napoli, un motivo tra gli altri brilla come Sirio nella notte: le gallerie ipogee di Napoli sono gestite da privati, e qui da noi non è poco. Mentre in Inghilterra, e molti paesi del Nord Europa i soggetti privati hanno un ruolo determinante e ispirato ad uno spirito di forte cooperazione e collaborazione con gli apparati pubblici, in Italia l’impresa privata nei beni culturali è vista di buon occhio solo finché si limita a finanziare senza aver voce nel capitolo gestione. Un iniziativa di matrice interamente privata, dove la gestione risponde solo alle direttive del titolare dell’impresa, non rientra tra quelle che lo stato pubblicizza nonostante l’indotto che quest’impresa crea e potrebbe incrementare. E’ la classica zappa sui piedi. Nelle gallerie ipogee napoletane la capacità imprenditoriale dei titolari dell’impresa ha sfruttato anche le gallerie residue di lavorazioni moderne, mai completate, per offrire emozionanti passaggi in zattera nei cunicoli allagati. Quest’attività gode di bonaria tolleranza ma nulla di più. All’estero iniziative di questo tipo sono considerate favorevolmente e indicate come esempio da seguire. L’interpretazione del luogo nel dizionario dell’interpretazione e gestione dei beni culturali alla lettera A indica: anima. L’anima del luogo, del bene da offrire al turista. I danesi oggi scoprono che nel bunker ci sono le storie di guerra dello Jutland del 1944. Hanno affidato a uno studio d’architettura l’allestimento e la veste con la quale hanno preparato il luogo per il pubblico e, quindi, dopo un annetto di rodaggio e messa a punto, hanno cominciato una campagna pubblicitaria internazionale. Pensare che anche in Italia si possa procedere con la stessa metodologia non è esterofilia ad ogni costo ma il riconoscimento di competenze che qui non ci sono o non sono considerate a sufficienza. Poco importa se le nostre gallerie ipogee hanno raggiunto la maggior età, la neonata risulterà sempre prima perché la sua esistenza è pubblicizzata nel mondo e le nostre no. La soluzione è darsi da fare. I beni culturali su suolo italiano, pubblici o privati sono tutti italiani. Il loro successo è italiano i benefici che apportano sono italiani. Pubblico e statale devono collaborare, E sarà successo