Allarme in Europa: Mosca taglia il gas a sei paesi

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A cura di Antonio Arricale La Russia chiude i rubinetti del gas all’Europa. E’ questa la risposta, in tutta evidenza, alle sanzioni varate dall’UE all’indomani della crisi con l’Ucraina. E non solo. A cura di Antonio Arricale La Russia chiude i rubinetti del gas all’Europa. E’ questa la risposta, in tutta evidenza, alle sanzioni varate dall’UE all’indomani della crisi con l’Ucraina. E non solo. A rendere complicata la situazione, infatti, c’è da considerare anche la guerra commerciale del petrolio, in atto tra i paesi produttori (tra cui anche la Russia) e gli Usa, per cui la caduta del prezzo del greggio ha portato una sensibile riduzione delle entrate nelle casse di Mosca. Ma torniamo alla questione del gas che Kiev, secondo le accuse del presidente Valadimir Putin, sta rubando alla Russia. Da qui la decisione di ordinare al colosso energetico Gazprom l’interruzione delle forniture di gas naturale dirette verso l’Ucraina. Stando così le cose – secondo le notizie riportate da Daily Mail e Bloomberg – è evidente che la situazione potrebbe diventare drammatica già nelle prossime ore. Infatti, Gazprom avrebbe già tagliato le esportazioni all’Europa del 60%, dopo aver interrotto completamente le consegne a sei paesi europei: Bulgaria, Grecia, Romania, Croazia, Macedonia e Turchia. E’ appena il caso di ricordare che il 40% circa delle esportazioni russe di gas verso l’Europa e la Turchia avviene, appunto, attraverso la rete ucraina. La Russia, stando a quanto dichiarato da Alexey Miller, CEO di Gazprom, ha un piano per trasferire tutte le forniture di gas naturale attraverso una nuova rete che attraversi la Turchia. Miller ha confermato la strategia di Gazprom, il più grande fornitore di gas naturale al mondo: 63 miliardi di metri cubi sostituirebbero completamente le consegne che avvengono ora attraverso l’Ucraina, dirottati verso una rete che passerebbe sotto il Mar Nero e attraverserebbe la Turchia. Maros Sefcovic, vice direttore generale dell’Unione energetica della Commissione europea, si è detto “molto sorpreso” dai commenti di Miller e ha precisato che una rotta turca, senza l’Ucraina, non sarebbe adatta a rifornire di energia l’Europa. Ma Mosca è ferma. “La decisione è stata presa – ha detto Alexander Novak, ministro russo per l’Energia, in una conferenza stampa a Mosca dopo aver incontrato Sefcovic – Stiamo cercando di diversificare e di eliminare il rischio di paesi inaffidabili che hanno provocato problemi negli ultimi anni, inclusi i consumatori europei“. E Miller ha affermato: “Abbiamo informato i nostri partner europei, e ora dipende da loro se vogliono contribuire al piano, costruendo infrastrutture iniziando dal confine tra la Turchia e la Grecia“. E ancora: “Non ci sono altre opzioni” se non quella del passaggio turco. Borse asiatiche Borsa giapponese in rialzo questa mattina con il Nikkei che ha riscattato la battuta di arresto di ieri mettendo a segno un guadagno dell’1,86%. Il recupero delle quotazioni del greggio ha agevolato gli acquisti sui titoli delle società energetiche che hanno dunque potuto allentare le recenti tensioni, oscurando almeno momentaneamente, il dato macro statunitense di ieri sulle vendite al dettaglio, apparse inferiori alle attese. Gli acquisti hanno comunque interessato la maggior parte delle borse asiatiche a partire da Shanghai dove lo Shanghai Stock Composite fa registrare un incremento superiore ai 3 punti percentuali; bene anche Hong Kong che guadagna lo 0,7% e Singapore in rialzo dello 0,3% mentre Se oul ha chiuso con un marginale rialzo dello 0,03%. Su questo ultima pesa la decisione della Banca centrale sudcoreana che ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil di Seoul per il 2015 dal 3,9 al 3,4% a causa della debole domanda domestica. Rivisto al ribasso anche il dato sull’inflazione: i prezzi al consumo in Corea del Sud sono attesi in progresso dell’1,9% contro il 2,4% precedentemente stimato (nel 2014 il dato medio si è attestato all’1,3% ben al di sotto del target di 2,5-3,5% della Banca centrale). Restando sul fronte macroeconomico da segnalare la frenata del credito in Cina in dicembre. Secondo i dati comunicati dalla People’s Bank of China, infatti, lo scorso mese le banche hanno erogato prestiti per 697,3 miliardi di yuan (95,5 miliardi di euro) contro gli 852,7 miliardi di novembre (poco meno di 120 miliardi di euro) e a fronte di attese degli analisti del Wall Street Journal per 800 miliardi di yuan (circa 110 miliardi di euro). In Giappone a novembre, gli ordinativi di macchinari core (escludendo cioè quelli per la generazione elettrica e quelli navali) hanno segnato un moderato progresso dell’1,3% dopo il deciso calo del 6,4% registrato in ottobre e ben al di sotto del 4,4% atteso dagli economisti. Su base annua il dato ha fatto registrare un crollo addirittura del 14,6% nel più sostenuto declino degli ultimi cinque anni. La Bank of Japan ha comunicato che l’indice dei prezzi alla produzione è calato dello 0,4% in dicembre a 104.8 punti. Il declino è superiore allo 0,3% atteso degli economisti, che sarebbe stato pari a quello di novembre dopo la revisione dal -0,2% della lettura preliminare. Su base annuale l’indice segna un progresso dell’1,9% contro il 2,1% del consensus e il 2,6% di novembre (rivisto dal 2,7%). L’indice dei prezzi delle esportazioni è calato dello 0,7% (del 2,7% su base annale) e quello delle import azioni del 3,2% (-9,0% su base annuale). Borsa Usa A New York i principali indici hanno chiuso la seduta in ribasso nonostante il forte recupero del prezzo del petrolio. Il Dow Jones ha perso l’1,06%, l’S&P 500 lo 0,58% e il Nasdaq Composite lo 0,48%. Investitori preoccupati da un possibile rallentamento dell’economia mondiale e delusi dal dato macroeconomico pubblicato in giornata. A pesare anche i ribassi subìti dalle materie prime, soprattutto il rame, ma anche il taglio delle stime globali da parte della Banca Mondiale. L’indice Dow Jones ha così archiviato le contrattazioni con un ribasso dell’1,06% a 17.427,09 punti, l’S&P500 ha perso lo 0,58% a 2.011,27 punti mentre il Nasdaq è arretrato dello 0,48% a 4.639,32 punti. Europa I segni meno all’interno del comparto delle risorse di base penalizzano l’andamento delle piazze finanziarie europee. Focus in particolare sull’andamento del greggio, che ha aggiornato i minimi a sei anni, e del rame, penalizzato, come del resto gli altri metalli industriali, dalla riduzione della stima sulla crescita globale annunciata dalla Banca Mondiale (dal 3,4 al 3% nel 2015). Particolarmente penalizzato il listino londinese che ha terminato in rosso del 2,35% a 6.388,46 punti. Perdite più contenute per Cac40 (-1,56% a 4.223,24), Ibex (-1,2% a 9.846) e Dax (-1,25% a 9.817,08). Indicazioni contrastanti quelle arrivate dai dati macro. Il superindice britannico a novembre ha evidenziato un rosso dello 0,3% mensile mentre la produzione industriale europea ha fatto segnare il terzo incremento mensile consecutivo (+0,2% m/m a novembre). Negli Stati Uniti, peggio del previsto le vendite al dettaglio, scese dello 0,9% mensile a dicembre, -2,5% m/m per i prezzi delle importazioni e +0,2% delle scorte delle imprese. Italia Il Ftse Mib segna +1,13%, il Ftse Italia All-Share +1,07%, il Ftse Italia Mid Cap +0,68%, il Ftse Italia Star +0,77%. Ieri Piazza Affari ha chiuso in ribasso aumentando le perdite in scia al debole andamento di Wall Street. A pesare sui listini azionari i timori su una frenata della crescita globale dopo le nuove stime diffuse dalla Banca Mondiale. Piazza Affari era virata in positivo a metà mattinata dopo la decisione della Corte di giustizia europea di esprimere un giudizio positivo sull’Omt (Outright monetary transactions) della Bce. Per la Corte europea “l’Omt è compatibile con il Trattato europeo”. A peggiorare il sentiment le vendite al dettaglio Usa di dicembre, scese dello 0,9% rispetto al mese precedente. In questo quadro a Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha chiuso con un ribasso dell’1,59% a 18.410 punti. Sono rimasti ancora sotto pressione i titoli legati al petrolio, che continua a viaggiare sui minimi dall’aprile 2009 in area 45 dollari al barile. Sul listino milanese le vendite hanno colpito Eni, che ha perso il 2,94% a 13,50 euro, e Tenaris, che ha lasciato sul parterre il 2% a 11,25 euro. In rosso anche Saipem che ha ceduto lo 0,86% a 7,46 euro. Prese di beneficio su Telecom Italia (-2,76% a 0,879 euro) che aveva brillato il giorno prima dopo aver collocato un bond a 8 anni per un miliardo di euro al rendimento del 3,3%, il più basso di sempre per Telecom Italia. FCA (-1,83% a 10,17 euro) ha tirato il freno dopo la buona intonazione delle ultime sedute ma gli analisti di Mediobanca hanno confermato il giudizio outperform sul titolo del gruppo auto alzando il target price a 13,50 euro dal precedente 12 euro. Male Campari (-2,90% a 5,35 euro) nonostante il rialzo del target a 6,30 euro da 6 euro da parte di Nomura. Contrastato il comparto bancario: Banco Popolare ha ceduto lo 0,61% a 8,945 euro, Montepaschi lo 0,62% a 0,46 euro, Unicredit l’1,27% a 5,02 euro. Intesa SanPaolo (-0,16% a 2,392 euro) è stata confermata nella “conviction buy list”.


I dati macro attesi oggi Giovedì 15 gennaio 2015 01:01 GBP Bilancio RICS prezzi abitazioni 01:30 AUD Variazione livello di occupazione 01:30 AUD Tasso di disoccupazione 01:30 AUD Variazioni Occupazionali Full Time 09:00 EUR IPC spagnolo (Annuale) 09:00 EUR IAPC spagnolo (Annuale) 11:00 EUR Bilancia commerciale 14:30 USD Indice prezzi produzione principali (Mensile) 14:30 USD Indice dei prezzi di produzione (Mensile) 14:30 USD Richieste sussidi disoccup. 14:30 USD Indice Empire state aziende manifat. 16:00 USD Indice produzione FED di Filadelfia 16:00 USD Occupazione Philly Fed